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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il giardino e il coltello" di Gian Andrea Rolla

di Gian Andrea Rolla

Il vecchio aveva venduto il giardino e non m’aveva detto niente. Ernestino, fratellin cadetto, aveva preso la metà del ricavato e la mia e non m’aveva detto niente.
La nostra casa senza il giardino neanche l’immaginavo, chiudevo gli occhi e tutto diventava bianco. Bianco amnesia. Amnesia totale.
Salto su un aereo francese. Una notte insonne e dall’Africa arrivo a Portino, il borgo natio. La tana dei vermi. Tana ligure. Vermi naviganti e vermi puttane. Uomini e donne : gli uomini errano e rubano per i mari del mondo e le donne se la spassano con il malloppo.
Il giardino non c’é più. Al suo posto un parcheggio per i condomini. Un pavimento di finti sanpietrini e un cancello bianco ospedale che si apre con il telecomando.
E’ rimasta la vecchia tettoia di vetroresina sulla quale io e Ernestino ci arrampicavamo salendo le pertiche verdi che la sostenevano. Scimmie ammirate dai turisti di mia nonna quando la casa e il giardino erano una trattoria estiva.
C’é ancora la baracca degli attrezzi dove il vecchio forgia piombo per le reti da pesca di Ernestino e c’é un pezzo d’orto abbandonato dai pomodori e dalle patate, ormai null’altro che area di sosta per palamiti, tremagli, lenze e secchi di gomma nera per catturare i polpi.
Il giardino era il mio camposanto. Non toccate il camposanto ai Navajos. Grazie a Tex Willer, aderii bambino alla Nazione Navajo e divenni “Mani impedite” perché neppure sapevo allacciarmi le stringhe o fare un piumino di carta per la cerbottana o sputare senza spargermi spruzzi di saliva sul petto o fischiare come i bambini del porto quando le navi entrano nel golfo e la giornata di lavoro é sicura. Ma i Navajos mi presero lo stesso con loro. Come cantastorie potevo andare.
Ero stato Mani impedite, cantastorie dei Navajos. Ero stato Garibaldi, “Qui si fa l’Italia o si muore”. Ero stato Ettore che le suona a Achille. “Che” Guevara che guarda dritto la morte negli occhi. Muhammad Ali che picchia Frazier e Foreman con una mano sola. Combin che fa gol di tacco.
Volevo morire davanti al giardino o anche dentro il giardino, in mezzo all’erba e alle margherite, alle rose libanesi, al nespolo, al ciliegio, alle due palme dell’entrata, dvanti al vialetto di pietre spezzate, ai tre ulivi, all’albicocco e al pero, al susino, al pesco, alla vite che dava l’uva bianca e l’uva nera, le lucertole, i topi, le biscie, la voliera dei tordi e i piccioni. Anche i piccioni gli hanno tolto al vecchio, smerdavano. Ma che altro fare se non provare a concimare teste di fascisti e baciabile con buona sana merda di piccione viaggiatore, portamessaggi del CLN Alta Italia ?
Entro in casa, salendo pesante gli scalini, appoggiandomi alla ringhiera come faceva mio nonno e come ora fa il vecchio.
M’accoglie il solito luridume della cucina, la puzza confusa d’aglio soffritto e cipolla bruciata. Scorgo lo zoppicare magro e barbuto di mio fratello, un’ombra che fugge nella sua camera di bambino. Ma non fugge dalle sue malefatte. La mia mano destra si fa confortare dalla lama fredda del coltello che tengo in tasca pronto per la gola del fratellino e del vecchio.
Oggi i dolori sono forti – dice il vecchio emergendo dal congelatore con un pollo in mano – Ernestino ha il raffreddore. Ora riposa un po’.
A novant’anni non é ancora curvo, solo bianco e alto.
Presto starete bene – dico.
Per i soldi della vendita ? non ne abbiamo già più. S’é comprato una barca, qualche puttana e io un robotino per la cucina.
Centomila euro ?
Finiti...
Perché ?
Eravamo allo stremo – piagnucola – non potevo neppure comprarmi una bistecchina ...
E ora te la compri ?
Ma non abbiamo più niente, siamo nudi ... hai fame ? Pollo alla griglia e pastasciutta, non ho altro, hai fame ?
Si’, papà.
Hai sempre fame tu – dice mentre si siede davanti al forno e comincia a frugare tra le padelle – sei forte come due uomini. Ernestino invece é cosi’ debole.
Dalla morte della mamma, trent’anni fa, é lui che prepara pranzoe cena. Ora vedo che lo fa da seduto, come quando ricuce gli strappi delle reti di Ernestino. Seduto davanti alla finestra del vecchio soggiorno, guarda se mio fratello rientra, guarda la pioggia e cuce la rete.
Stringo il coltello. Prima lui, poi Ernestino.
Un gattino sbuca da un cassetto e gli corre incontro, una zampata da leone su un piede e poi scappa fuori.
E’ il mio nuovo amico – dice e sorride.
No ha mai amato i gatti. Ma gli uomini possono cambiare. Almeno quelli che hanno avuto una brutta vita, come lui. Col tempo affidano alle ore solitarie le proprie pene e pensano come cambiare. Io gli so leggere negli occhi e il vecchio é sincero quando parla del gatto.
La mia memoria non ha più posto per il giardino, né per il coltello. M’appoggio al muro e guardo il vecchio che taglia il pollo e sono contento che abbia un nuovo amico, che non sia solo come sembra.

Anch'io

Anch'io sono contento di avere un nuovo amico, uno che non ho mai visto, uno che sa scrivere così
ps - Gian, guarda che su Riaprire il fuoco - La terza via http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=345
(segnalazione fatta anche sul canocchiale a rovescio)ti ho citato.Ora sta a te darti da fare. Ciao

Bello!!

Mi piace molto, e basta

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