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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Pazzapizzainpiazza" pag.1

Aveva voluto decidere tutto lei.
Quella sera l’avrebbe finalmente portato in un ristorantino-pizzeria molto di moda, che si trovava negli immediati dintorni di piazza Fiume. “Pazzapizzainpiazza”, scritto tuttattaccato, era l’assurdo nome di quel locale, probabilmente partorito dal delirio di una mente irrecuperabilmente disturbata, nel corso di una fase acuta della malattia.
Alessandro conosceva quel posto famigerato, per esservi stato per ben due volte in passato, rischiando poi in entrambi i casi di schiantare la tazza del cesso una volta tornato a casa. Gli avevano fatto anche conoscere il proprietario del ristorante, un certo Guidoni Mario, un ripugnante gnomo dal ventrone prominente, a forma di tonno “pinna gialla”, che si era subito messo a dargli delle grandi pacche sulle spalle, come se fosse stato il suo migliore amico.
Guidoni, detto “er provola”, per via della sua untuosa pseudogalanteria con le ragazze, di cui guardava bramosamente e sistematicamente culi e tette, a cinquant’anni suonati aveva finalmente trovato il suo personale Eldorado, aprendo quella cimiciosa pizzeria che, in breve tempo e alquanto misteriosamente, era diventata addirittura un locale di tendenza.
Chiara aveva precauzionalmente prenotato un tavolo, anche se quella prenotazione non le garantiva in realtà alcun diritto, anzi era del tutto inutile, avendo un mero valore indicativo, a mo’ di segnalazione della propria presenza. Infatti, fuori dal locale, nonostante la temperatura fosse di appena un paio di gradi sopra lo zero, si era formata una ressa spaventosa. Decine di persone, tutte con regolare prenotazione, aspettavano impazienti il loro turno per entrare e degustare le meravigliose prelibatezze dello chef. Ogni tanto, la porta del locale si socchiudeva leggermente e, dallo spiraglio aperto, faceva capolino la brutta faccia di un tizio, probabilmente “er provola” stesso, a giudicare dall’altezza cui appariva la faccia, che declamava, con voce stentorea, il nome di quei fortunati che avrebbero potuto finalmente fare ingresso nel suo prestigioso locale. Poi lo spiraglio si richiudeva e tutto tornava come prima.
Quello era un momento di grande intensità emotiva, in cui regnava un silenzio pressoché assoluto. Subito dopo l’estrazione dei fortunati vincitori, quel popolo di sfrantumati mentali riprendeva ad aspettare impaziente, chiacchierando, fumando o, come nel caso di Alessandro, rodendosi incessantemente il fegato.
«Mi sposto un po’, perché comincio ad avere freddo» disse lui allontanandosi.
Sgomitando come un figlio di mignotta, in effetti, era riuscito ad accaparrarsi un posticino di sbieco proprio accanto allo “stufone”. Si trattava di un punto strategicamente molto ambito da tutta quella torma di diseredati.
Lo “stufone” era un diabolico marchingegno calorifero, a forma di fungo metallico, progettato da qualche pazzo sadico che creava, per un raggio di circa due metri, un microclima vulcanico, sui trecento gradi sopra lo zero. Al di fuori di quel raggio d’azione, rimaneva la temperatura ambiente, che, in quel caso, era vicina allo zero.
Rimanere troppo a lungo accanto allo stufone poteva essere molto pericoloso, per la propria salute, sia fisica che mentale, ma Alessandro aveva deciso di correre il rischio. A pochi metri da lui, aveva notato un inquietante tizio, fuori dal raggio d’azione del micidiale attrezzo dispensatore di calore, che, ormai prossimo al congelamento, si muoveva come un tarantolato, probabilmente per cercare di scaldarsi o, forse, semplicemente perché del tutto impazzito per la fame.
Alessandro al contrario aveva il volto completamente paonazzo e puzzava di carne bruciata, quando er provola, dall’alto del suoi centocinquanta centimetri, si era degnato di annunciare il loro turno: «Chiara! Chiara per due! C’è Chiara?».
«Sono qui!» rispose prontamente lei, emergendo a fatica dalla folla di cenciosi affamati in attesa del loro turno.
Entrati dentro il locale, furono fatti accomodare a un tavolino d’angolo, vicinissimo alla porta del cesso.
«Conosci il proprietario eh?» commentò scherzando Alessandro alla vista del tavolo che gli era stato assegnato.
«Ha voluto per forza darmi questo tavolo, quando ha saputo che venivi tu», rispose lei sorridendo.

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