scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

La frittata Fabergè pag.1

Ivan Ivanovic si svegliò alle otto in punto, tacitando con un dito la nuova sveglia elettronica coreana, che diffondeva nella stanza l’ouverture del Guglielmo Tell.
Aveva selezionato quella melodia tre giorni prima, scegliendola tra le migliaia disponibili, colpito dalla sua maestosità e convinto che fosse opera di un qualsiasi, grande, musicista russo, che la sua terra ne aveva sfornati tanti, prima che quel tale, come si chiamava, ah sì, Lenin, togliesse le catene a quei fannulloni di operai, per metterle a tutti gli altri.
Non che Ivan Ivanovic disprezzasse la cultura. Semplicemente non aveva tempo da dedicare ad essa, che una giornata dura solo ventiquattr’ore e se un pover’uomo deve stare appresso alle fluttuazioni di borsa, posare metanodotti dalla Siberia a Vattelapesca, oliare funzionari statali pigri e maldisposti verso la libera iniziativa economica, rispondere alle email, raffinare petrolio, comprare diamanti industriali nel Congo, rivenderli in California e offrire ad ogni belligerante del pianeta i rinomati Kalashnikov dismessi come ferrivecchi dall’ex Armata Rossa, le suddette ventiquatt’ore ti permettono si e no qualche ora di sonno, un paio di panini ingoiati alla svelta davanti allo schermo del tuo nuovo portatile giapponese e il minutaggio minimo necessario per mostrare la propria collezione di farfalle a qualche attricetta moldava, mandata a prendere con mazzi di fiori e limousine e rispedita a casa in autobus con qualche rublo nel portamonete.
D’altronde è il prezzo da pagare per poter vedere Mosca da un attico al quarantesimo piano, si disse accomodandosi in un ampia poltrona in terrazzo.
In lontananza, le guglie del Cremlino scintillavano al sole.
Il maggiordomo fu lesto a portare il vassoio della colazione. Pane tostato, burro danese, caviale Beluga, cetriolini in salamoia, succo d’arancia e giornali.
Perché, come si è detto, Ivan Ivanovic non disprezzava affatto la cultura. Prova ne sia che, alcuni anni addietro, avendo ricevuto in dono da un leccapiedi un sontuoso volume dal titolo Guerra e pace, opera di un certo L. Tolstoj, pur guardandosi bene dal leggerlo, si era subito documentato sull’autore.
Dalle scarne righe di biografia, rintracciabili in terza di copertina, si evinceva senza ombra di dubbio che il suddetto L. fosse nativo della zona di Tula. Nell’annuario della camera di commercio, risultava effettivamente tale Lavrentiy Tolstoj, nativo di Jasnaja Poljana e titolare di una fabbrica di trattori agricoli, che si vide recapitare un’email di congratulazioni per l’ottimo romanzo scritto, con quali reazioni non è dato sapere.
In ogni caso, la mancanza di tempo non impediva a Ivan Ivanovic di sbirciare almeno i titoli dei principali quotidiani, che leggere interi articoli sarebbe stato davvero troppo lusso, per un imprenditore serio e avveduto.
Fu così che, tra un trafiletto sul prezzo del molibdeno e un titolone a quattro colonne della Pravda, che anticipava la narrazione, con tanto di testimonianze e dovizia di particolari, del rapimento del guardiano di una distilleria di vodka dalle parti di Novosibirsk, effettuato da alcuni dischi volanti di colore rosso intenso, il suo sguardo cadde su un elzeviro che magnificava le qualità delle famose uova Fabergè, celebrate in ogni dove.
Fu dunque naturale conseguenza inviare il maggiordomo ad acquistare due dozzine delle suddette uova, indubbiamente degne di allietare la tavola di un libero imprenditore, se i migliori cuochi francesi avevano piantato baracca e burattini, per venire fino in Russia a cucinarle.
Grande fu quindi la sua sorpresa, quando vide ritornare il domestico a mani vuote.
E dunque? domandò Ivan Ivanovic alzando un sopracciglio.
Niente rispose il maggiordomo spalancando le braccia, il droghiere possiede alcune centinaia di ottime uova di gallina, di anatra, di struzzo, di fagiano e di tutte mi ha decantato qualità e freschezza. Se vossignoria volesse, possiede anche alcune uova fossili di dodo, che a quanto pare colleziona e di cui è disposto a privarsi dietro ragionevole compenso, ma queste uova Fabergè non le ha mai sentite nominare.
Imbecille, urlò Ivan Ivanovic in preda alla collera, sembrandogli una vera ingiustizia che la vita lo privasse di uno dei rari piaceri che intendeva concedersi, non gli hai detto che sono disposto a pagare qualsiasi cifra, pur di averle?
Ho chiarito all’esercente che Vostra Eccellenza è uomo molto generoso, ma la cosa ha prodotto in lui scarso effetto. Gallina, anatra, struzzo e fagiano. E dodo se proprio si vuole, anche se per onestà mi ha sconsigliato di ingerirle, non essendo, a suo dire, propriamente freschissime. Altro non sa. Se vossignoria permette un mio modesto parere, l’uomo non mi è sembrato all’altezza del compito. Meglio sarebbe rivolgersi altrove, verso lidi meno …. provinciali, se mi è consentito dire.

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