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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il concerto" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

Monza 1988. Il campionato di calcio era da poco terminato con la sorprendente vittoria del Milan di Sacchi. L'orgoglio rossonero di Marco sventolava fuori dal balcone nel sole. E già una nuova emozione stava per bussare alla sua porta.
Una sera, già estiva, nel solito bar, avvolto nella nicotina, tra le bestemmie dei giocatori di briscola e i colpi delle palle da biliardo, Marco e i suoi amici, davanti alle solite birre, sparavano le solite cazzate per ammazzare la noia. Ma quella sera Luca aveva la notizia killer: “Ragazzi! Ci sono i Pink Floyd!”
A Marco la birra andò quasi di traverso. Tra un colpo di tosse e un altro riuscì a malapena a dire: “Come? Dove?”
“A Torino, allo stadio comunale il 6 luglio!”
Non avevano avuto bisogno di decidere se andare oppure no: “Andiamo!”
Giò buttò giù una sorsata di birra e poi disse: “Bisogna festeggiare. Antonio, un altro giro di birra!”

Ruggiva forte la Fiat 127 blu di Marco, lasciandosi alle spalle la grigia metropoli e inoltrandosi nella preziosa campagna vestita d'oro e di smeraldo. Nel tardo pomeriggio, con il sole in fronte e i biglietti in tasca, i ragazzi viaggiavano veloci verso Torino.
Marco era un vero patito dei Pink Floyd, aveva tutti i dischi, libri e spartiti con gli accordi per chitarra. Gli amici non vedevano l'ora di arrivare e si domandavano quali diavolerie avessero potuto inventare per quel concerto. I concerti dei Pink Floyd, da sempre, erano particolarmente spettacolari; non solo musica, ma giochi di luce e attrazioni anche bizzarre. I loro concerti erano veri e propri light show. Mica come quello vergognoso dei Rockets, a cui avevano assistito qualche anno prima, in playback! Che figura!
A quel punto il carniere dei loro concerti era aperto e cominciarono a rovistarvi dentro; tirarono fuori quelli a cui avevano assistito gratis, cominciando da quello dei pressochè sconosciuti Police al Palalido di Milano. La tattica per vedere gratis i concerti consisteva nell'appostarsi nei pressi del luogo del concerto e aspettare che Autonomi e Centri Sociali sfondassero i cancelli d'ingresso.
“Ecco che sfondano! Dai andiamo!” e si infilavano dietro l'ariete di sfondamento.
“No, no! Caricano! La polizia... Via, Via!” Nel fuggi fuggi generale si ritiravano in angoli più tranquilli in attesa di nuovi eventi.
“Dai sfondano di nuovo! Stavolta è la volta buona!” Poco dopo erano dentro, in una bolgia indescrivibile e si godevano gratis il concerto, magari già cominciato, magari strizzati come panni in lavatrice, ma gratis!
E così era stato per il concerto dei Dire Straits al Vigorelli, per Bennato a San Siro. Il più bello fino ad allora era stato quello dei Queen e quello più tosto un concerto della Premiata Forneria Marconi a Lignano Sabbiadoro, dove, con un esiguo budget finanziario che non permetteva l'acquisto dei biglietti e l'assenza di gruppi autonomi preposti allo sfondamento, avevano deciso di ascoltare il concerto dall'esterno del palatenda, improvvisamente le porte d'ingresso si aprirono, cosicchè si fiondarono dentro e si trovarono proprio sotto il palco a pochi metri di distanza dai loro beniamini.
Ora stavano per mettere nel carniere il concerto più prezioso: i Pink Floyd!
La campagna cedeva nuovamente il passo alla metropoli. Torino era davanti a loro. La sosta al casello, poi, via, di nuovo veloci sulla tangenziale. I pistoni nei cilindri alzavano la voce forte, ma facevano il loro dovere, mentre fuori dai finestrini i cartelli indicatori sfilavano via in un batter d'occhio.
“Vedi di non sbagliare uscita.” disse Giò a Marco tutto preso dalla guida.
Poi di nuovo: “Stadio! E' qui! Gira, gira!”
Una violenta sterzata, le gomme stridettero sull'asfalto rovente. Gli amici sballottarono di qui e di là, una bestemmia echeggiò nell'abitacolo, cozzò contro imprecazioni di inaudita volgarità e si perse nell'odore di gomme bruciate.
Sani e salvi, poco dopo parcheggiarono l'auto e si incamminarono, assieme a frotte di gente, verso lo stadio. L'impatto fu impressionante, un palco grande quanto un palazzo dominava lo stadio; il prato gremito di fans nel sole: c'era chi si cercava, chi giocava, chi ballava intorno ad un registratore a cassette, chi dormiva buttato sul l'erba del campo di gioco, chi si tirava gavettoni per ingannare il tempo e al tempo stesso rinfrescarsi, coppiette si tenevano strette incuranti del caldo... Marco e i suoi amici trovarono posto in gradinata, lì sembrava esserci più ordine e tranquillità. L'attesa si consumò tra panini al salame e lattine di birra a cui ogni tanto si mescolava un odore acre proveniente da lì attorno: “Uhm... senti?” disse Luca.
“Uhm.. che odore... buono! Cos'è?” chiese Marco.
“Hashish!” rispose secco Luca.
“Porc...! però sa di buono.” disse Giò.
“Bah! Meglio birra e salame, va!” ribadì Marco.
Mentre intorno a loro qualcuno viaggiava sui fumi dell''erba, il sole tramontava sullo stadio e su Torino. Le ombre della sera calavano su una band supporter subissata di fischi. Dura la vita dei supporters! Calava la notte, le stelle del carro dell'Orsa Maggiore, stracolmo anch'esso di fans giunti da recondite galassie, dominava il profondo nero cosmico, e altri fans che non avevano trovato posto sul carro si erano assiepati lungo la Via Lattea. Sì, perchè la musica dei Pink Floyd non è di questo mondo, ma spaziale, proveniente, chissà, magari da Cirrus Minor o dal lato oscuro della Luna. Non per niente la musica dei Pink viene spesso abbinata ad immagini che riguardano il cosmo. C'è da dubitare che i Pink Floyd stessi siano terrestri.
Una nota, un fascio di luce, un brivido lungo la schiena, la pelle d'oca, lo stadio esplode in un boato tale che nemmeno i gol di Platini erano mai riusciti a tanto.
“E' Shine on You crazy diamond!” gridò con entusiasmo Marco agli amici.
Il concerto era iniziato nel modo più delicato che ci si potesse aspettare. Tutti i fans ora seguivano in silenzio la musica dei Pink e quando David Gilmour attaccò con la voce, tutti cantavano con lui e le mani si spellavano in applausi. Seguirono alcuni brani del loro ultimo disco, A momentary lapse of reason, non bellissimo, ma dal vivo con giochi di luce, laser, filmati proiettati su uno schermo rotondo coronato da faretti in movimento alle spalle del gruppo e un letto che correva sulle teste dei fans, facevano il loro bel effetto. La performance dei Pink Floyd cominciava a salire di tono; adesso era la volta di One of these days, un brano mitico del gruppo. Nick Mason picchiava forte su piatti e tamburi della sua batteria, le gradinate tremavano sotto i suoi colpi; Guy Pratt, che aveva sostituito il mitico Roger Waters, tirava fuori le note più basse e le sprofondava nelle fondamenta dello stadio fin dentro le viscere della terra; David Gilmour scagliava le note più acute della sua Fender Stratocaster verso il cielo, oltre lo spazio infinito, verso altre galassie; le tastiere di Richard Wright erano il collante che univa il tutto. La musica dei Pink, come un magma incandescente, colmava lo stadio, debordava come colate laviche nelle vie adiacenti occupando ogni spazio, entrando nelle case dalle finestre aperte in cerca di frescura. Quella notte Torino era Pink Floyd.
Marco e i suoi amici si lanciavano sguardi estasiati, a bocca aperta, senza parole, brividi e pelle d'oca non li lasciavano un momento. Sfilarono i brani di The dark side of the Moon. Il momento più toccante arrivò con Wish You where here. Anche Marco la suonava con la sua chitarra ai campeggi estivi con gli amici, magari di notte in spiaggia. Lo stadio si accese di infinite piccole fiammelle. E poi Confortably numb, il brano più trascinante del gruppo. Tutti ora erano come dentro un vortice. Marco non capiva più nulla; non capiva se fosse giorno o notte, caldo o freddo, era fuori dal tempo, in un'altra dimensione; poteva essere negli abissi più profondi di un oceano o sulla vetta dell'Everest o sugli anelli di Saturno, avrebbe voluto gridare, ma un groppo gli serrava la gola, batteva le mani continuamente e saltava di gioia. Era come in estasi, completamente fuso, rapito dalla musica trascinante. No, non c'era bisogno di sballarsi con la droga o con l'alcool, la musica dei Pink, per Marco, era più potente della miglior droga; perchè la musica dei Pink Floyd è droga e come tutte le droghe crea dipendenza e una volta che l'hai assunta non puoi più farne a meno. Aveva quindici anni, Marco, quando un compagno di classe gli passò sottobanco una cassetta con la registrazione di Wish You where here. Quando andò a casa mise la cassetta nel registratore, si iniettò quella musica nella orecchie e intraprese così il suo primo viaggio. Da allora Marco ne voleva sempre e sempre di più. Appena metteva da parte poche migliaia di lire correva a comprare un disco del suo gruppo preferito. Uno alla volta comprò tutti i dischi dei Pink floyd.
Il concerto, dopo i bis di rito, si concluse in un tripudio di fuochi d'artificio.
Con i fari piantati nel buio dell'autostrada, come chiodi nel legno, la 127 intraprese il viaggio di ritorno; la musica del concerto nelle orecchie colmò di soddisfazione la stanchezza della lunga giornata. Erano, infatti, stanchi e nessuno di loro parlava non avevano acceso nemmeno la radio per non togliersi di dosso l'aroma del concerto appena passato. Marco dentro di sé riviveva una dopo l'altra le canzoni e le immagini del concerto, forse anche Luca e Giò stavano facendo lo stesso o forse pensavano a quando avrebbero raccontato del concerto agli altri amici del bar. Marco e i suoi amici rientrarono nella loro città come guerrieri trionfanti dopo la dura battaglia, ma ad attenderli non c'era nessuno. Le vie deserte. L'indaffarata e laboriosa Monza se la dormiva in una bolla d'afa. Loro avrebbero voluto svegliare tutti, suonare il clacson all'impazzata, come quando il Milan aveva vinto lo scudetto, volevano gridare: “Ehi, noi abbiamo visto i Pink Floyd! Noi c'eravamo!”
Gli amici si salutarono battendosi un cinque.
“A domani.”
Marco rientrò nella stanza di casa sua; ad attenderlo, appeso alla parete, un mega poster dei Pink Floyd, come lo vide un brivido lo prese, l'adrenalina gli attraversò il corpo, la pelle gli si accapponò di nuovo. Gli echi del concerto vivi orecchie.
“Overhead the albatross hangs motionless upon the air
and deep beneath the rolling waves in labyrinth of coral caves
the echo of a distant time comes billowing across the sand...”

“E chi dorme stanotte?”

Muggiò 18.08.2010

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