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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Ken Follet - Sulle ali delle aquile

Si fa un gran parlare di Iran in questi mesi. C’erano saggi, alcuni anche importanti, ma io ho voluto cercare un romanzo che parlasse dell’Iran, dell’Iran dove tutto è cominciato: insomma l’Iran dei giorni della rivoluzione Khomeinista. L’ho trovato in questo libro di quasi trent’anni fa (1982), basato su fatti realmente accaduti, e assai documentato (Follett dice di averlo scritto dopo cento ore di interviste registrate con i protagonisti).
Vi riassumo la trama in qualche riga. Nelle settimane della rivoluzione, a cavallo tra il 1978 e il 1979, il potentissimo giudice iraniano Dadgar interroga e fa arrestare per corruzione due dirigenti della EDS, una multinazionale americana del data processing, e ne fissa la cauzione in dodici milioni di dollari. L’EDS doveva predisporre e gestire il sistema informatico previdenziale iraniano. Cosa che fece con accuratezza, come dimostrato anche dalla sentenza di un Tribunale riportata in appendice del libro. L’accusa era vaga e i gli interrogatori a cui vennero sottoposti i due dirigenti furono oggettivamente Kafkiani. Non c’erano riscontri oggettivi e la richiesta di cauzione era enormemente più alta rispetto agli standard dell’epoca. Le prigioni iraniane però erano dure e reali.
Il presidente della EDS Ross Perot decise di intervenire e provò per via diplomatica mettendo in moto perfino il segretario di Stato Kissinger, ma senza riuscire a risolvere la situazione. La via del pagamento della cauzione non era percorribile, non tanto per l’entità della richiesta, quanto per il fatto che essa doveva essere evasa sostanzialmente in contanti e che non c’erano garanzie della liberazione dei detenuti. Perot elaborò quindi una soluzione alternativa. Reclutò tra i dirigenti fidati della EDS alcuni veterani del Vietnam, una specie di sporca dozzina, per mandarli a Teheran e liberare i due ostaggi. Mise a capo della spedizione un militare in pensione vedovo e in depressione che anni prima aveva partecipato a una spedizione di salvataggio simile.
È impossibile in questo contesto rendere conto delle peripezie e delle modalità con cui riuscirà la sporca dozzina a far evadere i due e a farli uscire da un Paese in tumulto i cui confini pullulavano di briganti e contrabbandieri. E poi non voglio svelare troppo per non togliere il gusto della lettura (e Follett è sempre gradevole da leggere). Tuttavia una cosa ve la posso dire: c’è il lieto fine.
Protagonista assoluto del libro è la figura del carismatico milionario Ross Perot, nato nel 1930 e tutt’ora vivente. Costui, pur partendo da umili origini, riuscì a raggiungere fama e ricchezza con le sue geniali intuizioni. Una fra tutte: fu uno tra i primi a capire nei primi anni Settanta che il software sarebbe diventato più importante dell’hardware e ad agire di conseguenza. Perot era capitalista vecchio stampo. Puritano nei modi e incorruttibile negli affari. Si impegnò per la causa dei prigionieri americani in Vietnam e riuscì grazie ad un’efficace opera di lobby a migliorarne le condizioni detentive e farne liberare diversi. Negli ambienti militari pertanto godeva di una certa stima e in questa situazione tale stima gli tornò utile.
Dal libro emerge un’immagine diversa di Perot rispetto a quella (l’immagine del ricco pazzoide) che i media italiani ci fornirono ai tempi (1992 e 1996) del suo tentativo di diventare presidente USA. Anche in questo caso bisognerebbe fare qualche analisi in più: in fondo si è trattato dell’unico tentativo serio di rompere il bipartitismo USA in tempi recenti.
Un altro aspetto interessante (e che era quello che mi aveva fatto avvicinare a questo testo) è quello della descrizione di quei giorni tumultuosi del Febbraio 1979 in Iran. A Teheran una parte dell’esercito era per il ritorno di Khomeini (che era in esilio in Francia), l’altra era per la permanenza dello Scià. La battaglia infuriò per giorni nella capitale. Nelle campagne c’erano villaggi favorevoli allo Scià e altri favorevoli a Khomeini. Quindi, prima di entrare in un dato villaggio, bisognava informarsi su quale fosse l’umore politico e cambiare di conseguenza la foto sul parabrezza. Come accade in simili circostanze rivoluzionarie (e successe anche nell’Italia del 1945) alcuni di quelli che si erano schierati contro Khomeini cambiarono idea rapidamente per salvare il posto e la testa. Ai bambini venivano dati mitra e ordini perentori. E poi c’erano furti, truffe, rapine e caos. Anche il fronte rivoluzionario non era per nulla compatto: c’erano gli islamisti nella capitale, i comunisti curdi nelle zone curde e gli islamisti marxisti fedayn nelle campagne.
Tuttavia il caos non era solo in Iran, ma anche in USA. Il Dipartimento di Stato – a sentire le testimonianze raccolte – non si rendeva conto di come gli eventi stessero precipitando. L’ambasciata USA in Iran non aveva potere (e infatti fu attaccata pochi mesi dopo) e non riusciva a dare nessun aiuto (fu proprio l’ambasciata a consigliare ai due dirigenti di andare dal giudice).
Riassumendo: la lettura è gradevole e gli spunti sono molteplici e interessanti.

Juri Casati

Per un assaggio del libro clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/1085

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