scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il marchese occidentale" pag.1

Si parla di un’epoca, in cui era di gran moda che ogni regno avesse il suo bravo navigatore, il quale se ne partisse alla ricerca di nuove terre, sfidando pericoli al di là dell’immaginazione.
Se l’Ispagna aveva un Colombo, un Magellano, il Portogallo annoverava un Pigafetta e l’Inghilterra possedeva un Horn, pure casate minori, non tanto per lustro, quando per estensione dei domini, annumeravano tra la popolazione qualcuno di questi ardimentosi, pronti a sfidar la sorte su dei gusci di noce.
Il marchese Lodovico, della nobile casata dei signori di Piombino, s’arrovellava intere giornate, pensando al discredito che sarebbe certo caduto sul suo stemma, se anch’egli non avesse armato una spedizione, atta ad accrescer, in egual misura, conoscenze e ricchezza.
E difatti, da più di due anni, un bastimento languiva nel porto di Genova, in balia d’alghe e cirripedi, inalberando orgogliosamente lo stendardo dei signori di Piombino.
Armar un legno è cosa facile. Basta far venire alla luce qualche tallero, parecchi in verità, mercè la mano levatrice del bagello, per acquisire la proprietà di una delle tante bagnarole, sconquassate e sbilenche, che si riscontrano sovente, adagiate in vari gradi d’inclinazione, nei porti del Mediterraneo. Anche per l’equipaggio non si riscontrano soverchie difficoltà, che nei suddetti porti non è affatto impresa ardua, riscuoter l’interesse di gente coraggiosa, mai sazia d’ardimento e conoscenza, implorante l’araldo incaricato del reclutamento di partir più in fretta che si puote, tanto è il desiderio d’esplorazione e se il balivo non ottempera a tale richiesta o il capitano solleva una qualche difficoltà, tali gentiluomini s’approssimano al legno successivo, ardenti d’impazienza, a maggior ragione se compare qualche ronda di birri all’estremità dei moli.
Diverso è invece trovare un capitano. Di uomini spicci con la bussola e in gran dimestichezza di sestante, soverchi ve n’è ed anzi, andando per taverne, se solo si ha la compiacenza d’attendere il terzo o quarto gotto di liquore, se ne vedranno di capaci di menar la nave fino al Cipango, e v’è chi lo raggiunse in sole sei settimane, chi in quattro e chi addirittura in tre.
L’aspetto più singolare dell’intera vicenda, consiste nel fatto che codesti capitani, da sobri, son tutta gente umilissima, che giammai millanterebbe l’esser giunta più in là della Sardegna, questo senza dubbio per l’innata modestia che contraddistingue l’uomo di mare e ce ne vuole di liquore, e del più fine, per far spiccicare verità a certi palati.
In ogni caso, tali capitani, abilissimi a navigar nel vino, dinnanzi ad imprese un poco più robuste, sollevano impreviste difficoltà e ben lo sapeva il signore di Piombino, il quale assoldati due o tre di essi, in più riprese, per armare il legno che si è detto, e ricovertili d’oro da capo a piedi, pure se li vedeva ritornare in porto in capo a mezza giornata, perché una volta il libeccio s’incaponiva, altra volta cattivo scirocco rischiava di danneggiar le vele, o era il mare ad esser troppo agitato, troppo calmo o troppo salato. Insomma, per compier un’impresa che si definisca tale anche agli occhi del più distratto o sprovveduto degli uomini, non basta un capitano qualunque, bensì necessita un ammiraglio della stazza di un Colombo o di un Magellano, che crean le terre nel pensiero, prima di iscovrirle in su la carta.
Invero è facile, argomentava il nobile Lodovico, iscovrir nuovi continenti. Basta adocchiare uno spazio vuoto su una mappa e collocarvi, a seconda della bisogna e dell’ambizione personale, di volta in volta un’isola, un arcipelago, una colonia. Farvi rotta e riscontrare quanto immaginato, gli parrebbe allora soltanto naturale conseguenza. Più che di coraggio quindi, il mestiere d’ammiraglio abbisognerebbe di fantasia.
Quanto a sé, il nobile Lodovico dei signori di Piombino, non aspirava certo a riscovrir le americhe, che non capita tutti i giorni una simile sfacciata fortuna. Si sarebbe accontentato, piuttosto, anche d’una piccola isoletta, d’un atollo, d’uno scoglio, sì da poter dire, nei consessi delle teste coronate, perdonate principessa se tardai a lo vostro invito, ma l’amministrazione delle colonie è cosa greve e parecchie faccende dimandarono la mia attenzione, prima della partenza.
Poco importa, se la colonia in questione è talmente piccola, che nemmeno una palma vi troverebbe agio sufficiente a metter radici. In questa come in altre cose, è importante il principio.
Invece il signore di Piombino, era costretto a rimanere in ombra e pur s’inveleniva, ogniqualvolta in occasione di feste e celebrazioni, udiva il re d’Ispagna sospirar i suoi fardelli al re del Portogallo, per via di certe tempeste che rallentavano l’afflusso d’oro dalle americhe o quando il sovrano d’Inghilterra si lamentava dei pirati che infestavano le rotte dei Caraibi e perfino le case d’Olanda e del Belgio, lagnavano impicci nell’amministrazione delle terre d’oltremare.
Dateli a me, pensava il marchese Lodovico, visto che codesti possedimenti vi procurano sì tanti grattacapi. Ma al pensiero giammai seguiva azione, cosicchè era costretto a ritirarsi nell’ombra, in compagnia di cortigiani e plebaglia, roso dal livore e dall’invidia.

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