scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il marchese occidentale" pag.2

D’altronde di che si sarebbe potuto lamentare egli, di fronte a casate che mostravano bandiera al sole per tutta la durata del suo cammino in cielo?
Prima di recarsi ad ogni consesso d’alta società, chiamava il suo amministratore per farsi rinfrescare la memoria, su quanti e quali patimenti d’amministrazione avrebbe potuto elencare, di fronte alla gran massa di teste coronate. Pure l’amministratore, uomo d’indole generosa e gentile, si sforzava di trovar problemi, giungendogliene a crear di sempre nuovi, pur di non far sfigurare il proprio signore dinnanzi ai suoi pari.
Lo scorso mese tre vacche morirono, marchese, nel tentativo di dar alla luce i vitelli!
Tu vuoi burlarti di me! Pensi che codesto grattacapo reggerebbe, di fronte ai patemi del sovrano di Danimarca, che possiede colonie fin lassù, dove alberga l’eterno inverno?
Al che il povero amministratore scorreva i registri contabili, alla ricerca di nuove cagioni di malessere.
La vite fu a lungo afflitta da malattia, mio signore, tale che, terminata l’estate, la vendemmia risultò ben poca cosa.
E tu, ignobile stolto, ritieni che tale evento regga il confronto con le angosce della casa di Braganza, che in primavera, nel pittoresco Brasile, ebbe devastate centinaia di piantagioni di cacao da una nube di cavallette?
Insomma, mai che il marchese potesse giungere ad un festino con il sorriso sulle labbra, ansioso di vantare un terribile impiccio da confidare agli altri nobili.
Aveva ben voglia, il pover’uomo, d’implorar sui suoi possedimenti sciagure e pestilenze, calamità e cicloni. Al massimo veniva giù qualche timida pioggerellina e se egli si recava subito nei campi, sperando in chissà quali devastazioni, subito i contadini lo rassicuravano, sperando di fargli cosa gradita, che niuna coltivazione aveva sofferto ed anzi, rinvigorita dalle precipitazioni, di più e meglio, quell’anno la terra avrebbe dato.
Nonostante tutta la sua amarezza, il marchese Lodovico ben si rendeva conto che era la piccolezza dei suoi possedimenti, per somma jattura collocati in zona salubre e dal clima mite, a dettar la sua sfortuna. Anche un fazzoletto di terra, ne era certo, ubicato ai Tropici o nelle americhe, avrebbe attirato su di sé ogni genere di cataclisma. Già s’immaginava, nelle sale degli specchi e nei palazzi d’inverno, pavoneggiarsi lamentando che l’eccessivo ribasso delle noci di cocco, avrebbe certo invalidato i suoi investimenti nelle terre d’oltremare o che un recente ammutinamento gli aveva dimezzato la flotta.
Implorato avrebbe, la virtù di nostro signore Gesù di camminar sull’acque, ed inveito contro l’infigardia degli indigeni, che se da digiuni son macilenti e inabili, da satolli son pigri e recalcitranti se non si mette mano alla frusta e certo avrebbe chiesto lumi al re d’Ispagna, che pure di fruste ne aveva parecchie a schioccare, nelle sue colonie di Ponente.
Anche alla sua corte, ne era certo, un dì si sarebbe raccolta la solita marmaglia di avventurieri ansiosi di proporgli progetti e investimenti, imploranti il comando di una flotta, il governo di una tenuta. In questa come in altre cose, il difficile è cominciare, si ripeteva il signore di Piombino.
Una volta posseduto il primo scoglio al di là del mare, altri ne sarebbero venuti.
Ma il difficile stava, come si è detto, nel reperire un ammiraglio dotato di fantasia e più passava il tempo, più ne occorreva, che sulla mappa s’accrescevano continuamente i possedimenti delle altre casate e sempre meno spazi vuoti restavano, su cui apporre il vessillo di famiglia.
Bandi su bandi si susseguivano, in cui si leggeva che il marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla, offriva gagliarda ricompensa a qualsivoglia ammiraglio avesse talento di portar la sua bandiera oltre l’orizzonte, sì da conquistare possedimenti a maggior gloria del marchese stesso, in cambio dei quali riceverebbe il governatorato di quanto scoperto, per sé ed i propri discendenti, fino ad un massimo di generazioni tre.
Ogni lunedì, il marchese apriva udienza nella sala del suo piccolo castello, in compagnia dell’amministratore, sperando in chissà quali progetti sottoposti alla sua benevola attenzione.
Pure nessuno vi compariva e il freddo corridoio che immetteva nel salone, restava implacabilmente deserto.
Nei bandi successivi si pensò d’aumentare la durata del governatorato, estendendolo a quattro e poi cinque generazioni, senza ottenere risultato.
Ahimè, gemeva il buon marchese, cotanto in basso è caduta ogni eroica virtù! In altre epoche, ricche d’uomini di tempra, s’imploravano i signori di concedere tre misere navi, mentre adesso siamo noi sovrani a dover implorare. O tempora, o mores!
Finchè un bel giorno, quando l’ennesimo bando aveva esteso la durata del governatorato alla settecentoventitreesima generazione, purchè in linea diretta, uno sconosciuto si presentò al castello, domandando udienza al nobile signore di Piombino.
Che vorrà costui? chiese il marchese alquanto infastidito, perchè di lì a sei settimane si sarebbe svolta la festa d’onomastico del re di Francia e si sa che codeste feste son dolori, giacchè lui, come sempre, non avrebbe avuto di che lamentarsi.
L’uomo che chiese di parlare con vossignoria, rispose umilmente l’amministratore, sostiene di chiamarsi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi e pretende d’esser appellato ammiraglio!

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com