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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il marchese occidentale" pag.4

Ma, mio signore!
Tacete ho detto! Altrimenti sarò costretto a mettervi ai ferri!
Ad un cenno del signore di Piombino, l’ammiraglio continuò a parlare.
Insomma, come vi dissi, basterà emettere un semplice proclama, e tutto sarà vostro!
Ma, gli altri sovrani non troveranno da obiettare? chiese timidamente il marchese.
Certamente, rispose l’ammiraglio, ma a voi basterà inserire nel proclama un codicillo, in cui dite che lo vostro dominio non s’applica su terre già iscoverte da altri! Forse che il re d’Ispagna, quando mandò i suoi emissari nelle americhe, si fece scrupolo d’annetterle alla sua corona, senza interpellar niuno, e verificare prima se qualcun altro avanzasse pretesa sulle medesime terre?
Invero, a me nulla dimandò! esclamò il marchese.
E come non dimandò a voi, altrettanto fece con l’altrui sovrani, tanto che il re del Portogallo gran scorno ne ebbe e ci volle metà della popolazione di Tordesillas, affinché le due corone non addivenissero a vie di fatto.
Ma se anche facessi ciò, nulla me ne verrebbe, che restando salve le terre già iscoverte, a Ponente delle Americhe null’altro vi è che potrei reclamare!
Ciò non è completamente falso, ma nemmeno completamente vero! rispose l’ammiraglio.
Cosa volete intendere, con codeste parole?
Cosa vi è, subito a Ponente delle Americhe?
Il lontano Oriente, in tutto il suo splendore e mistero.
Ve ne prego, siate più preciso.
Il grande mare, che il gran Ferdinando vostro omonimo battezzò Pacifico!
E dopo di quello?
Le isole del Giappone, di proprietà del Mikado!
E dopo quelle ancora?
Il Cipango del gran Cane cinese, così come narra Marco Polo!
E quindi?
Il grande impero dei nemici della religione, che spinge le sue propaggini fino alle porte d’Europa e d’Africa.
E superato l’impero turco?
A nord le immense steppe del Piccolo Padre, ad ovest i domini della corte di Vienna.
E poscia?
L’intera Europa.
E in tale Europa voi non possedete qualche terra?
Certo che sì! Possiedo la terra in cui ci troviamo. Il marchesato di Piombino, le fattorie di Trecolli ed il lago paludoso!
E non potreste forse argomentare che, per effetto della rotondità della terra, tali vostri possedimenti si trovano a Ponente delle Americhe, appartenendo quindi, in definitiva, al lontano Oriente?
Indubbiamente potrei!
Ed allora se potete in ciò, potrete anche vantarvi, in presenza dei vostri pari, degl’infiniti grattacapi che vi procurano le vostre colonie, situate laggiù, nel lontano Oriente.
Un moto di stupore attraversò il volto del marchese. E’ vero! Non ci avevo mai pensato! Signore, voi mi donate dei possedimenti orientali, con codesta semplicità e senza muovervi da codesto castello! esclamò ammirato.
Anche Colombo iscovrì le americhe nel segreto della propria camera e tornato dal viaggio, schiacciò un uovo contro il tavolo, per mostrare a tutti la semplicità della propria idea! rispose l’ammiraglio.
E fu così, che da quel giorno, il marchese di Piombino divenne imperatore del Gran Piombinato d’Oriente, di cui nominò Governatore l’ammiraglio Ferdinando de’ Rustici da Amalfi e seppur il nuovo titolo e le argomentazioni atte a sorreggerlo, suscitassero gran risate nelle corti europee, il neoimperatore non se ne diede per inteso, parendogli, da quel momento, esser diventato padrone dello mondo.
Passarono gli anni, trascorsi in lieta gaiezza dal sedicente imperatore giacchè, con il pretesto di irriderlo, se lo contendevano tutte le teste coronate d’Europa e sovente il re d’Ispagna, quello di Francia o del Portogallo, presolo sottobraccio, gli chiedevano lumi e consigli sull’amministrazione dell’impero, al che tutti i presenti scoppiavano d’ilarità, senza suscitare per altro sospetti, nel buon marchese, che riteneva per questo d’esser oggetto di simpatia e d’altissima considerazione.
Fattosi molto vecchio, anche per lui, come per tutti gli uomini, giunse la morte, proprio mentre stava dettando una lettera indirizzata all’illustrissimo fratello, monarca del regno d’Inghilterra, in cui dispensava innumerevoli consigli su come sedare la rivolta dei cipays nella lontana India, portando ad esempio la lite tra due porcai, da lui risolta con pacatezza alcuni giorni addietro.
Chiamato di gran furia il cerusico, costui non potè che constatarne il decesso, tra le lacrime dei servi e dei contadini, stretti intorno al suo capezzale. Dopo la rituale veglia, venne il giorno del funerale, cui assistettero tutte le famiglie d’Europa, ansiose di irriderlo da morto, dopo averlo deriso da vivo.
Nel silenzio generale, rotto da bisbigli e risatine, gli astanti videro giungere il sedicente ammiraglio Ferdinando de’Rustici, curvo sotto il peso di un’enorme lapide, che depose sulla tomba di colui che era stato il suo signore.
Fatto questo, il governatore del Gran Piombinato d’Oriente s’inginocchiò un momento e poi, fattosi il segno della croce, s’allontanò nel vento, scomparendo per sempre dalla vista e da codesta storia.
Mossi da curiosità, tutti i sovrani s’approssimarono alla lapide, leggendovi la seguente scritta :
Qui giace sua Maestà Lodovico I, imperatore del Gran Piombinato Orientale, marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla.

Se di titolo e dominio
Grande fu la sua follia
Non commise mai abominio
Giammai nocque a chicchessia
Se fu irriso nelle corti
Come semplice e bislacco
non sottrasse alle sue genti
Né capanna né bivacco
Chi può vantarsi d’altrettanto
Per l’intero enorme mondo?
Ci lasciò come rimpianto
Non avercene un secondo
Se ogni sire ogni potente
Matto fosse in tal misura
Invero su ogni continente
Svanirebbe la paura
Si commise mai in suo nome
Né una strage né una guerra
nè intenzioni fuor più buone
Raro esempio sulla Terra
Voi rideste un dì di lui
Celiando la sua infermità
Ma il Gran Giudice, di voi
Assai meno riderà

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