scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Ricordi" di Nadia Zapperi

di Nadia Zapperi

un racconto nostalgico, allo stesso tempo intenso e delicato

Era tempo che non entrava più in quel luogo. Enrico si paralizzò, con i ricordi che si accavallavano, davanti al portone a vetri. Il riflesso di sé che gli rimandava la vetrata era di un uomo alto, brizzolato, sicuro di sé dietro i suoi occhiali da vista e nel suo abbigliamento elegante e sportivo, sicuramente molto diverso dal ragazzino di allora…
Era lì, nello stesso punto dove si era fermato ora, lungo e magro dentro jeans troppo corti, nella goffaggine tipica dell’età con l’entusiasmo misto al timore che solo ora, ormai adulto, riconosceva essere stato l’inizio della costruzione del proprio futuro.
Guardava la palazzina bassa a mattoncini rossi, distesa a formare una lunga «L». Quella prima volta gli sembrarono due braccia desiderose di stritolarlo. Ricordò che il primo impulso fu di scappare via. Arrivava da un paesino di montagna e non aveva mai visto così tanti ragazzi, tutti insieme. Pensava: «Io lì dentro? Mi perderò. Non ce la farò mai!»
Ma il pullman per tornare a casa non sarebbe passato se non di lì a tre ore e non avrebbe saputo né come né dove impiegare quel tempo. Il timore di stare in giro in una città sconosciuta superò quello di entrare e fu così che mosse i passi verso il portone, lo varcò e si ritrovò nell’atrio della scuola.
Da dentro sembrava ancora più grande!
Il vociare dei ragazzi che arrivava dalle classi ancora aperte gli creò un senso di smarrimento. Così tanta gente e nessuno a cui chiedere dove fosse la Prima C.
Si guardò intorno in cerca di cartelli di segnalazione ma non ne trovò sui muri a pannelli alternati giallo e grigi.
Altri ragazzi continuavano ad entrare urtandolo, ma nessuno sembrava comprendere il suo bisogno di informazioni.
Decise così di percorrere tutto il corridoio iniziando da quello alla sua destra e controllare sulle porte che vi si affacciavano ma scoprì che erano tutte le Seconde. In fondo al corridoio, una vetrata permetteva di intravedere altre porte, altre classi e più in fondo ancora, sulla sinistra, un grande portone antipanico blu chiuso lasciava pensare che dentro ci fosse la palestra.
«Hai bisogno di qualcosa?» Una voce dietro di lui lo fece girare di scatto. Una signora, in realtà una signorina se pensava con la mente di oggi, con un lungo grembiule blu a scacchi bianchi lo stava fissando con uno sguardo interrogativo.
Lui, balbettando un po’ per lo spavento un po’ per timidezza, le rispose: «Sì, mi scusi. Cercavo la Prima C».
«Sei nuovo, vero?» gli sorrise la signora, senza scherno – «ti accompagno io» – e si voltò per farsi seguire. Con il tempo, di lei scoprì che si chiamava Alessandra ed era una delle bidelle, la più simpatica, la più giovane e forse, per questo, la più paziente.
Sollevato, lui si apprestò a memorizzare il percorso dall’ingresso fino alla sua classe per evitare, l’indomani, di ripetere lo stesso errore, di apparire ancora così goffo. Quindi: corridoio a sinistra, quinta porta a destra di fianco alla Prima A e di fronte al distributore automatico delle bevande calde.
A questo ricordo ne subentrò immediatamente un altro.
Il suo professore di musica, un omone alto e grosso, un armadio di bontà e comprensione che, durante l’intervallo, era solito avvicinarsi al distributore, inserire una monetina per volta e allineare sul tavolino di fianco the, cappuccino, caffè e cioccolata per farne un unico grande beverone.
Da lui imparò l’importanza del rispetto per gli altri. L’ora di musica, così come quella di religione e di educazione artistica, era da tutti gli alunni considerata secondaria, poco importante. Si poteva allentare la tensione e le lezioni avevano sempre come sottofondo un chiacchierio generale tra chi ripassava la lezione dell’ora dopo, parlava di altro o disturbava per il puro gusto di distrarre.
Lui, il professore di musica, non si imponeva mai e, pur sapendo che i propri giudizi avrebbero pesato poco sulla promozione o la bocciatura dell’alunno, insegnava ugualmente ciò che sapeva con una passione tale da riuscire, alla fine, a trasmettere un po’ di interesse. Era soddisfatto del lavoro che faceva, di ciò che insegnava e non gli importava nulla della blanda considerazione che riceveva. Amava la musica ed era convinto che pochi l’amavano allo stesso modo ed era per questo che regalava voti sufficienti anche a chi non li meritava, mentre guardava con più tenerezza i pochi che condividevano quell’amore.
Durante i cinque anni di permanenza in quella scuola, rispettare la passione di quell’uomo, pur senza comprenderla fino in fondo, diventò per Enrico importante tanto quanto prendere un buon voto in matematica o latino. Ascoltare una persona perché ha qualcosa che lui ritiene importante per sé da trasmettere, fu l’insegnamento che ebbe da quel professore. In fondo, frequentava una scuola che gli avrebbe dato l’abilità all’insegnamento e per insegnare occorreva, innanzi tutto, essere capaci di ascoltare e comprendere l’altro, che sia adulto, bambino o genitore.
Bisognosa di comprensione era anche la professoressa di latino. Una donna anziana, sia allora che nel ricordo di oggi, alta, grossa, con un viso poco avvezzo al sorriso e occhi perennemente tristi che parevano più volti al passato che al presente. Parlava e gesticolava da sola divenendo, per questa sua mania, oggetto di scherno da parte degli studenti.
Ma sapeva farsi rispettare in classe. Incuteva timore al solo guardarla per non parlare dei 2 e dei 3 e perfino degli 0 che segnava in grande ed in rosso sui compiti in classe.
Enrico si ritrovò a pensare che, quasi sempre, del periodo delle superiori si ricordavano solo il professore più buono e quello più severo. Il primo è comprensivo, il secondo è invece colui che, in fondo, insegna ad accettare le frustrazioni, a superarle ed a diventare un po’ più grande.
E a diventare più grande erano serviti ogni giorno di quegli anni, ogni amicizia; il primo amore e le prime liti importanti, le vacanze, le gite, le notti a studiare… il giorno prima degli esami… Quanto tempo era trascorso, quanta strada aveva percorso da lì in poi…
D’un tratto Enrico intravide, al di là del vetro, dentro la scuola, un grembiule blu a scacchi bianchi.
«No, non può essere lei» mormorò con stupore. Quasi trent’anni e Alessandra era ancora lì, ad accompagnare nuovi alunni che si perdevano impauriti nei corridoi, con lo stesso sorriso seppure segnato da piccole rughe. Ragazzi che arrivano, se ne vanno e fanno carriera. E lei sempre lì. «Certo non mi riconoscerà» pensò con nostalgia e tenerezza.
«Papà, allora entriamo?» Quella domanda riportò Enrico alla realtà. Era lì per assistere al primo giorno di scuola del figlio e si era perso nel passato. Ormai riscosso rispose: «Sì, certo, Roberto… hai ragione». Dopo pochi passi Enrico si rivolse al figlio e gli chiese: «Hai paura?»
«Un po’…» rispose Roberto abbozzando un sorriso timido ed abbassando lo sguardo a terra.
Enrico sorrise al figlio e pensando alla sua stessa goffaggine di allora lo consolò: «Passerà… vedrai, passerà e diventerai grande».
(anno 2007)

Anticipo

Condivido istantanea simpatia con chi sa anticiparsi i ricordi che verranno, andando alla ricerca si se stesso, degli altri; chè siamo tutti assieme su questo microscopico granello che si aggira nello spazio, senza tempo.
Frank Spada

mi piace e condivido...

...L'importanza data al rispetto per gli altri.
Un racconto grazioso, forse troppo breve.
Bello il personaggio della bidella

Francesco Pomponio
www.francescopomponio.it

Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola...una tappa miliare della nostra vita, che Nadia ci propone attraverso i ricordi di un padre che accompagna dopo anni suo figlio nella scuola che frequentò da bambino. Intuiamo come fosse quel nuovo alunno: schivo, timido, con tanta voglia di scappare, con la paura di misurarsi con gli altri, d'essere giudicato; ma non un pavido, anzi, piuttosto un piccolo uomo che istintivamente si difende nel timore di essere mal capito, pronto tuttavia a ricambiare con entusiasmo e fiducia il minimo gesto di accoglienza e d'affetto...Un padre che non ha dimenticato quanto è difficile essere "piccoli" ed è lì, ad accompagnare suo figlio ad attraversare quella soglia che rappresenterà il suo primo passo verso l'autonomia e verso il mondo. Sarebbe bello che i genitori seguissero in punta di piedi, ma facendo sentire l'interesse e l'amore, i loro figli, e che la scuola con i suoi insegnanti fosse riabilitata in una nuova dimensione, che la restituisse all'altissimo compito che si prefigge, che è quello di formare gli uomini prima e i cittadini poi di domani, senza gli autoritarismi che l'hanno afflitta in passato e senza il lassismo che la distingue ora. Il racconto di Nadia è lieve, fresco, pieno di annotazioni psicologiche e con delicatezza conduce il lettore in un mondo che è stato quello di tutti, e per quanto le nostre esperienze siano certamente per ciascuno diverse, pure l'ansia e il timore furono quelle, le stesse che qualche volta si riaffacciano, diciamolo, anche nella nostra vita di adulti di fronte a nuove situazioni e difficoltà, e che dovrebbero indurci a sentire il desiderio di star vicino ai nostri figli, senza gravare su di loro: noi che ce ne andiamo per il mondo, soli con le nostre responsabilità individuali, perché anche se la scuola è finita, gli esami, si sa, non finiscono mai.

Scuola e vita

Certo, gli esami non finiscono mai, soprattutto quelli cui vengono sottoposti i genitori cui il racconto di Nadia appena accenna, ma che catturano la nostra attenzione per l’ importanza che riveste questo perpetuarsi delle generazioni, che rendono l’uomo immortale. E poi la scuola, il semenzaio altrettanto immortale delle idee, la fucina millenaria che ci consente il salto di qualità, l’evoluzione, il progresso. E quelle materia così bistrattate come la musica, che invece è l’espressione più alta di cui l’uomo sia capace, il canto disperato di un’umanità che eleva il suo canto al Cielo, forse un grido di dolore o forse un ringraziamento, al di là di ogni vuota retorica, per l’ ignoto Creatore che ci dona la vita e trepidanti emozioni. Dolce la figura della bidella, che invecchia circondata da quel tepore che ella ha da sempre donato e che ritrova, intatto e ben custodito, proprio in quei bambini ormai adulti, che ancora la amano e ricordano e custodiscono fra i loro ricordi più cari.

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