scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La gabbia criminale" di Alessandro Bastasi

Dicembre 1953

L’uomo è lì, fermo, immobile, con il cappotto grigio scuro e il cappello in testa, in piedi.
È come se nel cervello gli volassero sciami di mosche, un ronzio dentro la testa non gli permette di vedere, di capire che cosa sia successo.
Lo sa che se ne deve andare via, di corsa, questo lo percepisce, ma non ci riesce. Lo sguardo percorre la cucina, la stanza in cui si trova adesso, come se volesse convincersi che tutto è in ordine, che tutto procede normalmente: il tavolo di legno con le quattro sedie, la credenza con il pane, il santino di papa Pio XII sul muro, il crocefisso sopra la porta col rametto d'ulivo, la cucina economica con il fuoco acceso, l’acqua che bolle nella grossa pentola, la boule sul tavolo pronta per essere riempita, per scaldare le ossa dei due vecchi che a quell'ora dovrebbero essere già a letto. Ma non c’è nessuno che la riempia, perché non c’è più nessuno da riscaldare.

L’uomo ha un coltello in mano, insanguinato. Uno di quei coltelli da cucina grandi, con cui il vecchio taglia la carne la prima domenica del mese, quando la moglie immancabilmente gli prepara l’arrosto al forno.
Gli altri giorni mangiano pasta e fagioli, o spaghetti, o minestrone, e poi polenta e verze, o verdure cotte, o un po’ di formaggio, ma l’arrosto mensile non può mancare.
E quel giorno la vecchia lascia aperte le finestre della cucina, anche se è pieno inverno, perché i vicini sentano il profumo e crepino tutti di invidia.

Il sangue che sporca il coltello, quella sera di dicembre, con un freddo fuori che fa battere i denti e un buio da non vederci a due spanne, non è né di manzo né di vitello. L’uomo toglie il cerchio centrale della piastra della cucina economica e getta il coltello nel fuoco, per cancellare ogni traccia, nell’inconscia convinzione, forse, che con la sua scomparsa d'incanto scomparirà anche il ricordo di quella terribile giornata. Poi richiude.
Si guarda le mani, sporche di sangue. Con uno strofinaccio appeso al muro cerca di asciugarsi, di fare scomparire quel rosso che gli macchia le dita, ma qualcosa rimane all’interno, tra un dito e l’altro e agli angoli delle unghie.
Respira forte, gli manca il fiato, va nel bugigattolo accanto alla cucina, un sottoscala con l’acquaio di marmo per lavare i piatti, trova dell’acqua in una brocca e comincia a strofinarsi le mani con il sapone, a lungo, con un tremito incontrollabile che gli attraversa la schiena, quindi si sciacqua e con la paglietta prende a grattarsi le dita e le unghie, fin quasi a farle sanguinare. Torna alla cucina economica, riapre il cerchio centrale e butta nel fuoco anche lo strofinaccio.

Sembra quasi che adesso faccia più caldo, in cucina.
L’uomo si siede, il tremito gli sta un po’ passando, ricomincia quasi a connettere.
Il ronzio delle mosche dentro il suo cervello è diminuito, anche se le orecchie continuano a dolergli. Si annusa le mani, che sanno ancora di sangue, e gli viene da vomitare.

Finalmente riesce a volgere lo sguardo al pavimento, dove giace Saverio Dotto, ucciso con tre coltellate nella schiena.
L’uomo sta riconquistando lucidità.
“Devo fare una cosa”, pensa. Deve cercare quella cosa che lo potrebbe far sospettare e incriminare. C'è sicuramente, da qualche parte. Il cuore riprende a pompare, l’adrenalina è a mille, lui si alza e si dirige nel tinello, dove apre con violenza le due ante in basso dell’unico mobile. Ma ci sono solo i piatti e le tovaglie. Sbatte le ante con rabbia, la vetrinetta sopra il mobile dondola, i bicchieri di cristallo all’interno tintinnano, l’uomo volge lo sguardo intorno, ansioso, braccato dalla paura, la pancia che gli urla di andarsene da quel luogo maledetto.
Poi si precipita di sopra, in camera da letto, armeggia con i cassetti del comò.
Eccolo lì! Nel primo scomparto. Lo estrae, piano, quasi con timore. Stramaledetto vecchio!
L’uomo ritorna giù, alla luce della cucina, per controllare il contenuto di quello che ha preso di sopra, poi getta tutto nel fuoco. Una fiammata gli illumina il viso.

Di nuovo in camera da letto. Per assicurarsi di non aver lasciato tracce. Lo invade una calma strana, apparente. Lucidamente distaccata. Gli verrebbe voglia di fumare, ma sa che non è possibile. Si guarda intorno, a verifica che tutto sia a posto. Anche il letto è a posto. Immobile, con una gamba sotto la coltre imbottita e l’altra che tocca il pavimento, quasi stesse per alzarsi, c’è il corpo della moglie di Dotto, di quella vecchia strega. Una larga macchia di sangue si è formata sulla camicia
da notte di lana spessa, proprio in corrispondenza del cuore. Ha gli occhi e la bocca aperti, in un ghigno di disprezzo nei confronti del mondo.
...
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