scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

150° anniversario dell'Unità d'Italia

Buon anniversario Italia.
Desidero fare questo augurio dalle pagine di Scrigno, perchè credo che Esso, nel suo piccolo, sia un esempio di unità, unendo scrittori, lettori e redattori dal nord, al centro e al sud del Paese. In Scrigno sono pubblicate storie di Italiani che hanno raccontato le proprie esperienze: racconti di vita di gente comune, che lavora, soffre, storie di dolore e di felicità, storie di degrado sociale e ambientale, storie dell'Italia come era ieri e dell'Italia come è oggi. Storie di tutti i giorni.
Anche questa è storia e un Paese lo si identifica dalla sua storia, dalle sue tradizioni, dalla sua gente, ma anche dalla sua cultura. E Scrigno è un contenitore di cultura. Per questo mi pare opportuno che anche da queste pagine venga ricordato l'anniversario dell'Unità d'Italia.
E' una festa che sento in modo particolare, così come non mai.
Forse perchè fino a poco tempo fa non era mai stata messa in dubbio l'Unità del Paese. Si poteva essere di opposte idee politiche o di diversa razza, ma consapevoli, tacitamente, di essere Italiani. Ora il dubbio si è insinuato.
Sono Italiano, fiero di esserlo, originario della Val Padana; i miei nonni (Veneti) hanno combattuto la Ia guerra mondiale al fianco di meridionali che neanche sapevano perchè fossero lì, ma anche grazie a loro all'Italia sono state riammesse quelle regioni venete ancora in mano agli Austriaci. Hanno protetto i miei genitori dalle bombe della IIa guerra mondiale e un mio parente ha issato il tricolore sulla torre medievale di Rovigo subito dopo l'avvenuta Liberazione. Lo hanno fatto per l'Italia e io non posso rinnegare il loro impegno.
Il 17 marzo il Tricolore sventolerà al mio balcone e vorrei che tutto il Paese fosse imbandierato a festa. Gli altri Paesi lo farebbero. E noi? Ce ne vergogniamo? Il Tricolore non è solo la bandiera della Nazionale di calcio, è la bandiera del Nostro Paese. Mettere una bandiera alla finestra richiede meno impegno che mettere le luminarie del Natale.
Esponiamolo 'sto Tricolore!
Buon anniversario Italia!
Viva l'Italia!

Stefano

Buon Anniversario, Italia!!

Caro Stefano,
è bello e giusto quanto hai scritto. Nelle Feste Nazionali espongo, sempre, il "nostro" Tricolore! Condivido la Tua passione per la nostra Nazione. Passione .... che a volte pare appartenere a pochi e mi dispiace.
Penso tu abbia scritto dei Tuoi Nonni Veneti che hanno combattuto nella "Grande Guerra" del '15 - '18 a fianco dei meridionali "che neanche sapevano perché fossero lì". Mi permetto, affettuosamente di correggerti: mio Nonno materno, venne da Volontario a combattere per difendere i "suoi Compatrioti" e fu comandato nell'Alto Vicentino (Asiago, Breganze, Cogollo del Cengio, ecc.). Ho trovato nel "Tesoro di Famiglia" diverse foto con dediche e descrizioni che me ne danno conferma.
Mio Padre, Ufficiale di Leva, ha combattuto in Albania e Grecia nella seconda guerra mondiale. Fu internato in Germania perché si rifiutò di collaborare con i tedeschi. E' per il Nonno e mio Padre, oltre che per me stesso, che quel Tricolore sventola dalla mia casa.
Un abbraccio a te e:
Buona Fortuna, Italia!!
Marco G.

Valori aggiunti

Ben vengano le precisazioni e correzioni. Non ricordo dove ho letto che ci fosse gente che combatteva al fronte senza saperne il perchè. ma da qualche parte l'ho letto.
Il fatto che ci fossero dei volontari può solo essere un valore aggiunto a questa celebrazione dell'Unità d'Italia; e non può che fare onore a chi si offrì volontario, in questo caso Tuo nonno.

Stefano.
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Trova il tempo per leggere, è la base del sapere.

Unità d'Italia

Per definire compiutamente l’Italia, forse converrebbe rifugiarsi in un ossimoro chiamandola giovane vecchia Nazione. Giovane storicamente perché 150 anni sono pochi per una Nazione soprattutto se comparata alle altre grandi potenze europee, vecchia perché culturalmente l’Italia era tale da oltre 2500 anni, quando i primi filosofi trovavano qui da noi, nella Magna Grecia, culla e conforto per quei primordi del sapere che si basavano sulla ricerca della verità incontrovertibile e libera da condizionamenti e che loro chiamavano aleteia o episteme. Nei secoli l’Italia fu terra di conquista e spartizione da parte di popoli che venivano dal mare o scendevano dal nord, oltrepassando la barriera naturale delle alpi, tutti con le loro culture, i loro credo, le loro usanze e fu grande merito del primo grande imperatore, lo “stupor mundi”, Federico II di Svevia, l’aver voluto fondere tante diverse culture in un sincretismo che apportò grandi benefici al nostro paese. La cultura raffinata dell’oriente, la caparbietà di una Roma volitiva e maestra di diritto, la forza celtica si fusero poi con un cattolicesimo che fu dapprima accettato col l’editto di Milano (313 d.c.) da Costantino, poi addirittura reso religione di stato con l’editto di Tessalonica (380) da Teodosio. Pochi sanno che il potere temporale della Chiesa fu per secoli supportato da quello che è comunemente chiamato “Benedetto imbroglio” e cioè la donazione dell’Italia da parte dell’imperatore Costantino a papa Silvestro I che lo avrebbe guarito dalla lebbra. Soltanto nel 1440 l’umanista italiano Lorenzo Valla pubblicò un opuscolo: “De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio)”, dimostrando in maniera inequivocabile che quel documento era un falso di cui per secoli la Chiesa temporale si era servita. Ma i tempi erano quelli e l’Italia fu a lungo dilaniata da lotte interne fino appunto all’Unità cui neppure Cavour credeva, volendo egli annettere al regno sabaudo, l’Italia settentrionale fino a Roma, lottando soprattutto contro l’invasore austriaco. Ma l’avventura fulminea di Garibaldi, sulla quale rimangono dubbi di ogni genere, primo tra tutti quello che fu caldeggiata dalla potenza inglese, portò l’ Italia meridionale ad una guerra fratricida, uno scontro tra i Savoia ed i Borboni da cui uscirono sconfitti i popoli meridionali, che pagarono questa invasione con l’emigrazione, la morte, a volte la tortura. La storia la scrivono i vincitori e quella che è stata insegnata a me e ai miei coetanei è ricca di enfasi e di bugie. Oggi Pino Aprile col suo libro “Terroni” e Giordano Bruno Guerri col suo “Il sangue del sud” rendono giustizia a questo popolo di emigranti che ha più volte salvato la nostra Nazione ma generosamente sente che ormai è inutile rivangare il passato e che l’Italia è e deve rimanere unita non solo a causa delle conquiste militari, ma soprattutto in base alle sue tradizioni culturali, che sono enormi sia dal punto di vista artistico, sia da quello linguistico e geografico. Sarebbe assurdo pensare di dividere ciò che la stessa natura ha conglobato nella penisola più bella del mondo con le sue isole satelliti che la contornano e ancor più l’abbelliscono.
Festeggiare il 150° anno dall’Unità, significa tornare a quei tempi di forte patriottismo che si espresse meglio in quell’Italia settentrionale dove non di guerra fratricida si trattò, ma di lotta all’invasore austriaco e bisogna inchinarsi davanti al giovane Goffredo Mameli che scrisse l’inno nazionale morendo poi a soli 22 anni ed a Michele Novaro, che lo musicò.
E il modo migliore di ricordarli e onorare la nostra patria è simbolicamente unirci intorno alla nostra bandiera che, per quanto mi riguarda, ancora svetta sul terrazzo della mia casa.

Italia Unità?

Veramente molto bello ciò che ha scritto Dino Licci e anche molto giusto. Ma non so quanto la gente senta unita l'Italia vista la grande adesione alla Lega, soprattutto di gente giovane e molto giovane, e ai numerosi blog, pagine su facebook eccetera dove si leggono post contro i meridionali. Dove la parola "Terroni" è ancora utilizzata come un'offesa. Per buona parte del resto del mondo "Italia" è sinonimo di mafia e mafia, per gli italiani, è sinonimo di meridione.
Vogliamo la globalizzazione, le città multietniche e non siamo capaci di credere prima di tutto nell'unità della nostra di Terra.
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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

detriti sull'Italia

In queste ore si sta cercando di capire dove si schianteranno i detriti di un satellite "in pensione". Visto che probabilmente qualche pezzo arriverà in Italia qualcuno ha detto: "speriamo si schianti in Meridione"... E questa è l'Unità d'Italia?
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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Terroni e polentoni scritto da Luciana Facchinetti

Copio e incollo un commento di Luciana che non so perchè non è visibile a tutti:

@nadia. la lega è composta prevalentemente da meridionali, tranne nelle sperdute vallate alpine.
L'unità d'italia, come giustamente ha detto Licci, ha tra le sue ombre una forte presenza massonica che nulla ha a che vedere con il desiderio di unità di cui qualcuno parla. qui si è scelto di sciogliere culture diverse e con storie diverse in un unico corpo che finisce per scontentare un pò tutti.
I meridionali che si sentono italiani solo dopo essersi sentiti siciliani, calabresi, pugliesi e campani etc.
I sardi che da sempre hanno un loro spazio e cultura per non parlare di una propria lingua.
I sud tirolesi costretti a diventare italiani controvoglia solo per un passaggio di terre da una realtà all'altra, i friulani figli di una mittel europa che l'italia ha solo letto nei libri dei figli di quelle terre, i valdostani e via dicendo. eppure solo se è l'italia del nord che reclama una sua autonomia e riconoscimento di "regione" diversa da tutte le altre ci si scandalizza. Il nord italia è una delle regioni più ricche d'europa, la seconda tratta ferrioviaria in "italia" fu la monza molteno lecco, che serviva a collegare delle realtà industriali. la prima fu la napoli caserta che serviva a collegare i borboni tra napoli e caserta... le stesse cose per diversi motivi.
Lasciamo perdere la miseria del sud che ancora adesso paga lo scotto di aver creduto che l'annessione ad uno stato "italiano" avrebbe garantito ai suoi figli più poveri la possibilità di tagliare i ponti con una miseria legata a latifondismo e arretratezza culturale. come diceva tomasi da lampedusa nel gattopardo si è cambiato tutto per non cambiare nulla.
Giusto per chiarire io non ho mai votato lega ne mi interessa votare la lega, ma sono per uno stato federale. i romani crearono un unità mantenendo e riconoscendo le diversità, adesso si cerca solo di fare un unità riconoscendo quello che si vuole a chi si vuole e questo non può che portare disastri.
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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Ancora sull’Unità d’Italia

Io però avrei ancora da dire sull’Unità d’Italia che i cittadini italiani stano festeggiando non già come semplice Unione di un’Italia che culturalmente, come vedremo, preesisteva a questo evento storico, ma la sua nuova dignità di Stato unitario. Oggi voci irritanti che inneggiano alla secessione, alla divisione, al più bieco egoismo, sono segno inequivocabile di ambiguità se non incapacità d’interpretare quel federalismo che Cattaneo invocava per unire, non per dividere la nostra Nazione. Forse perché irritati da tali manifestazioni che sfiorano il razzismo, dopo decenni di silenzio, dopo aver sopportato insulti di ogni genere, il popolo meridionale riscopre la sua storia e rivive con le pagine di un revisionismo resosi a questo punto necessario, l’invasione subita dalle truppe sabaude da una parte, dal tornado garibaldino dall’altro. Dalle pagine appassionate di “Terroni” di Pino Aprile a quelle più pacate del “Sangue del Sud” di Giordano Bruno Guerri, libri che ho già citato nel mio precedente intervento, emergono episodi raccapriccianti e sgradevoli come i fatti di Bronte insanguinata per mano di Nino Bixio che eseguiva gli ordini di Garibaldi che così difendeva, secondo Gigi Di Fiore ( Controstoria dell'unità d'Italia), gli interessi che gli eredi della famiglia inglese dei Nelson vantavano su quel territorio. Io non mi sognerei mai di pensare a dividere uno stato e non soltanto per motivi ideologici, ma anche pragmatici e realisticamente finanziari, ma, se il Nord insiste nelle sue offese e velleità separatiste, allora un’attenta rivisitazione della Storia s’impone. Mi sono, per esempio, ripromesso anche di approfondire gli studi sulla figura del nostro conterraneo Liborio Romano da taluni esaltato, da altri vituperato per le sue singolari scelte operate nel mantenimento dell’ordine pubblico e sulla nascita del brigantaggio tra cui spicca la figura di quel Crocco, che raggiunse grande notorietà ai tempi che stiamo rievocando. Ma ciò che manca, a mio avviso, a completamento del quadro rinascimentale, è la non trascurabile importanza dei “movimenti” che lo Stato pontificio mise in opera contro l’unificazione e che fanno sentire i loro pesanti effetti anche sulla politica dei nostri giorni. Ancora oggi, mentre si festeggia l’Unità della nazione, il cardinal Bagnasco canta in parlamento il nostro inno nazionale e Benedetto XVI invia una lettera agli italiani con la quale si esalta la nostra identità dovuta alla lingua, alla religione, alla cultura, alla tradizione che unisce il nostro popolo ben molti secoli prima dell’Unificazione, trascurando però di sottolineare che 150 anni fa finalmente un’ Italia di tipo feudale assurse alla dignità di Stato mettendosi alla pari di tutte le altre grandi nazioni europee. E il movimento unitario dovette lottare contro una Chiesa che, sotto la guida di Pio IX, non aveva nessuna intenzione di rinunciare al suo potere temporale continuando a lottare contro il movimento risorgimentale con tale intensità che, anche dopo l’unificazione, ben 12 cardinali e una cinquantina di vescovi, tra cui il futuro papa Leone XIII, furono imprigionati perché palesemente contrari alle leggi italiane che inneggiavano alla libertà di pensiero, alla revisione dei codici civile e penale o alla piena autonomia di coscienza. O forse il malcontento derivava dall’espropriazione di molti beni ecclesiastici che oggi non si riescono neppure a tassare pur essendo enormi i possedimenti e le attività ad essi legate ed operanti sul nostro territorio?
Sia chiaro che non tutti i cattolici erano contro l’unificazione risorgimentale annoverandosi, tra le fila dei cattolici, intellettuali della statura di Massimo d’Azeglio o politici del calibro di Ricasoli o Minghetti, ma l’alta gerarchia ecclesiastica seguiva le disposizioni di Pio IX che, col suo “Non expedit” “consigliava” ai cattolici di non partecipare alla vita politica italiana. E, se si volesse avere uno spaccato più completo delle idee integraliste che condizionavano le coscienze dell’alta gerarchia cattolica del tempo, bisognerebbe leggere il “Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores (Elenco contenente i principali errori del nostro tempo), chiamato per antonomasia Sillabo, che è un elenco di ottanta proposizioni che papa Pio IX pubblicò insieme all'enciclica “Quanta cura” nella ricorrenza della solennità dell’immacolata concezione, l’otto Dicembre del 1864.
Nel Sillabo sono condannati il liberalismo, il comunismo, il socialismo, le eresie, l’indifferentismo, il matrimonio civile e tutte le conquiste sociali già operanti nella altre nazioni europee. E soltanto nel 1913, in occasione di elezioni politiche, col patto Gentiloni stipulato tra Giolitti e l'Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI), presieduta appunto da Gentiloni, i cattolici fecero il loro ingresso nella vita politica italiana. Con l’avvento del fascismo la Chiesa aprì allo Stato Italiano con i Patti Lateranensi siglati l’11 Febbraio 1929 nel palazzo di San Giovanni in Laterano tra il cardinale Gasparri per conto della Santa Sede e Mussolini quale primo ministro del Regno italiano. Ma fatta eccezione di quel miracoloso momento storico dovuto alla lungimiranza ed apertura mentale di papa Roncalli, quel Giovanni XXIII che indisse Il Concilio Vaticano II, per il resto l’alta gerarchia ecclesiastica rimase arroccata su atteggiamenti di un integralismo che allontana ancor oggi i credenti ove non siano distratti o addirittura digiuni degli insegnamenti che la Chiesa tradizionale va predicando. Il Concilio Vaticano II rappresentava un’apertura al mondo laico, agli altri credo, al mondo femminile, al mondo moderno, contro l’oscurantismo medioevale, ma niente rimane oggi di quanto il papa buono era riuscito a conquistare. E se la Chiesa ha tutto il diritto, ma solo quando si rivolge ai suoi adepti e non ingerendosi nelle leggi di uno Stato laico, di predicare le sua verità, non altrettanto possono fare i nostri parlamentari, che hanno perduto ogni credibilità genuflettendosi ai voleri di chi si ostina a ritenere NON NEGOZIABILI quei valori che appartengono alla loro tradizione oscurantista, non al libero pensiero di cui è intriso tutto il mondo occidentale. De Gasperi non si sarebbe mai piegato a tali pretese, tutta la destra liberale di Cavour non l’avrebbe mai fatto e la stessa prima repubblica ha sempre legiferato con una certa autonomia. Essa riuscì a partorire leggi come l’aborto o il divorzio e sarebbe certo stata propensa a mettersi al passo delle nazioni più civili per quanto riguarda l’eutanasia, l’uso degli embrioni, la fecondazione assistita ed altro ancora, grazie soprattutto alla mediazione di forze politiche sicuramente laiche come i socialisti, i repubblicani, i radicali, i social democratici che trascinarono sulla loro scia la destra e la sinistra di allora. Oggi ci troviamo davanti a parlamentari sia di destra che di sinistra, che certamente non ci rappresentano compiutamente e che logorano le conquiste di uno stato libero e laico che il Risorgimento, pur fra le brutture ed i soprusi subiti da noi meridionali, aveva finalmente ottenuto. Noi dovremmo impegnarci per integrarci col resto dell’Europa come era già nei sogni del nostro Mazzini, non degradarci con un’assurda guerra di campanile. Io non sono uno storico e sento grande amicizia anche con i settentrionali,che ritengo dissentano in gran parte dalle idee secessioniste. Non sono neanche anticlericale riconoscendo grandi meriti a quella Chiesa evangelica e caritatevole che però non si può identificare col suo enorme potere temporale e non parlo mai di politica essendo biologo di professione e pittore e modesto scrittore per passione, ma vedere la mia patria divisa tra fazioni che si ostinano a rivendicare le proprie autonomie a costo della distruzione totale di quanto è stato conquistato col sangue dei nostri antenati, m’indigna profondamente e non posso non manifestarlo per motivi meramente caratteriali.

Sul Risorgimento in particolare e sull'Italia tutta in generale

Come già ben detto da Dino Licci in un suo commento precedente, l'Italia è nuova. 150 anni sono davvero pochini per un paese, ed ovviamente ne risentiamo e ne risentiremo per molte cose ancora in futuro.
Aimé il punto fondamentale di tutta la questione è che la nostra Italia Unita è partita male.

Ma andiamo con ordine... il Risorgimento - che periodo storico straordinario! - che per mia fortuna da qualche anno viene trattato con la dovuta dovizia di informazioni e senza le riscritture a cui la storia, per molti anni, è stata soggetta. Basti pensare che si è meritatamente guadagnato una sua cattedra, all'interno delle facoltà storiche ed umanistiche.

Non si parla mai di Italia, negli studi più aggiornati del Risorgimento, ma di mille e più italie - senza voler suonare come richiamo garibaldino -: le mille italie agricole, le mille politiche e le altrettante sociali.

Come si può, quindi, pretendere che uno stato simile, creazione voluta forzosamente da entità superiori ed estranee alla popolazione reale, con vedute ristrettamente politiche e con conoscenze limitate ad una piccola porzione del territorio che si sarebbe venuto a formare, potesse essere gestito agevolmente ottenendo risultati positivi? Non sarebbe bastato un miracolo, ce ne sarebbero voluti almeno un paio!

Ma immaginatevi la situazione:

Il nord, diviso fra i Savoia - che parlavano in FRANCESE e non si sentivano minimamente italiani! - il cui scopo era limitare lo strapotere Austriaco togliendo loro il Lombardo Veneto. Gli Austriaci, falsi riformisti illuminati, che dopo le prime rivolte popolari credono di poter tranquillizzare un territorio con una cultura completamente diversa dalla loro imponendo a forze norme, usanze e lingue provenienti in direttissima da Vienna.

Il Centro con la preponderante presenza dello strapotere dello Stato Pontificio, il più influente sia come ricchezza che come contatti, e sotto la protezione della Francia. Tutto il resto del territorio costellato da piccoli e medi staterelli in mano ad uno o all'atro strapotere europeo, più un numero di staterelli satelliti non meglio precisati, abbandonati in balia delle liti fra le altri grandi potenze in gioco.

Il Sud borbonico, con la sua dotta cultura, la sua storia, la sua straordinaria regina Tedesca che si sforzava di imparare il Napoletano per poter parlare con il popolo e che, durante l'assedio di Gaeta, usciva di nascosto dalla fortezza per andare a soccorrere i feriti ed incitare i soldati.

Aggiungetevi le brillanti menti in gioco: da quello stacanovista di Cavour con i suoi documenti in francese e le sua mania per treni e ferrovie (e non da ultimo la sua giornata lavorativa che iniziava alle 4 e finiva a mezzanotte se tutto andava bene), Garibaldi e i suoi intraprendenti soldati, così pieno di buone intenzioni ma costretto a chinare il capo con un mesto "Obbedisco" di fronte ad ordini superiori. L'intransigente Pio IX e le sue idee conservatrici, la sua brama di potere temporale, i suoi invadenti alleati francesi e le sue scomuniche tanto scomode. Il povero e debole Francesco II Borbone, che nulla potè contro le truppe Garibaldine.

Formare uno stato nuovo su basi tanto instabili non era certo un buon inizio.
E, per quanto sia assolutamente innovativo, lodevole e straordinario quanto fatto dai governi storici italiani, stiamo comunque parlando di politici cresciuti in determinati ambienti, che nulla o poco conoscevano della situazione reale della popolazione delle diverse regioni italiane e ai quali non poterono certo essere sufficenti le indagini di settore e i censimenti avviati appena dopo l'unità in tutta italia per poter attuare una legislazione ed una serie di riforme che potessero essese fatte proprie dal popolo comune, che lo facessero indentificare come una sola nazione.

Imporre una leva obbligatoria ai territori ex borbonici inducendo la popolazione del posto, che sentiva il nuovo Re come un invasore, a darsi al brigantaggio, non fu certo una buona idea, e nemmeno tenere governo e tutti gli organi di potere lontani dal sud, favorendo il proliferare del fenomeno mafioso ("arte" in cui si riciclarono gli ex proprietari dei latifondi). Così come. per favorire l'annessione di determinati territori che mancavano alla cartina geografica italiana, concedere loro statuti o normative speciali.

Insomma, non dico certo che la nostra Italia sia da buttare! Ma con soli 150 anni di esistenza, dobbiamo avere pazienza e darci più tempo. Io ho fiducia nel mio adorato tricolore!

Silvia

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Nulla ha più valore di una lettera.

"Gli Austriaci, falsi

"Gli Austriaci, falsi riformisti illuminati, che dopo le prime rivolte popolari credono di poter tranquillizzare un territorio con una cultura completamente diversa dalla loro imponendo a forze norme, usanze e lingue provenienti in direttissima da Vienna."

dalla loro quale?
francesi, spagnoli, austriaci etc etc.
ricordiamoci che la villa reale e moltre altre meraviglie le hanno lasciate gli austriaci, e ricordiamoci che allora , come oggi, era facile sobillere il popolo per fargli fare quello che si vuole.
francamente ritengo che si sia perso ad unire tre realtà così diverse (nord centro e sud) e l'unità è stato un peso per tutti.

"
Il Sud borbonico, con la sua dotta cultura, la sua storia, la sua straordinaria regina Tedesca che si sforzava di imparare il Napoletano per poter parlare con il popolo e che, durante l'assedio di Gaeta, usciva di nascosto dalla fortezza per andare a soccorrere i feriti ed incitare i soldati."

per quanto riguarda il "dotto" penso che riguardasse unicamente la nobiltà e la nascente borghesia...visto che il divario scolastico tra nord e sud era notevole tanto che l'analfabetismo aveva percentuali ben maggiori rispetto al nord.
Un meridione così "dotto" da avere ancora il latifondo (retaggio feudale)?!... se dotto sta per saper parlare di ovidio e dante etc etc e parlare in latino forse... per il resto la miopia di quella classe politica ha ucciso il sud prima ancora di divenire sud italia.

Chi sono i "dotti"?

http://www.youtube.com/watch?v=Szg8pZoqBmk
Vi prego di guaradre questo breve filmato

Credo che rivedere uno degli innumerevoli filmati che illustrano la Storia del Regno delle due Sicilie (praticamente tutto il sud Italia) potrebbe far cambiare idea a chi li osservasse in buona fede, sulle condizioni del meridione sotto il regno dei Borbone. Faccio notare che l’istruzione, a quei tempi e proprio nel sud, era obbligatoria per tutti, che i sovrani borbonici amavano mescolarsi alla folla e parlavano napoletano, che le casse del sud Italia ripianarono i debiti di un nord economicamente disastrato, che qui nel sud fiorivano fabbriche e invidiabili colture oltre che una fiorente cultura che spaziava in ogni campo e di cui restano tangibili testimonianze.
Ora riporto una frase di chi, prima di me, ha commentato l’articolo di apertura:

“)?!... se dotto sta per saper parlare di ovidio e dante etc etc e parlare in latino forse... per il resto la miopia di quella classe politica ha ucciso il sud prima ancora di divenire sud italia.”

Cosa significa essere dotti per lei, signora? Perché l’uomo è tale in quanto capace di trasmettere cultura in un’evoluzione gnoseologica che parte proprio qui nel sud nel VI secolo a.c. sia dal punto di vista filosofico che scientifico o giuridico. E se noi oggi possiamo attingere a quelle preziose fonti lo dobbiamo proprio al fatto di saper parlare latino e greco e dobbiamo tanto agli storici, ai poeti, agli artisti, agli scrittori che ci hanno preceduto, che io non oserei mai scrivere Ovidio o Dante con la minuscola : Quanto all’Italia vorrei ricordare a tutti che Essa è unita da secoli prima della sua “promozione” a Stato laico e sovrano, dalla sua lingua, dalla sua religione, dalle sue usanze, dalla sua colorata etnia che ha reso possibile una mescolanza cromosomica tale da affinare le sue capacità intellettuali ed artistiche. Io inneggio all’Italia nonostante le angherie subite perché solo documentandosi seriamente sul passato ma guardando serenamente al futuro, si può crescere e rifiorire.

Forse mi sono espressa male,

Forse mi sono espressa male, ma con "cultura diversa dalla loro" non intendevo una non-cultura Austriaca - anzi, per carità nessuno la mette in dubbio -, ma che la popolazione della lombardia e quella dell'Austria parlavano due idiomi completamente diversi ed avevano due culture storicamente differenti è risaputo.

Per quanto riguarda la questione del regno delle due sicilie, l'intervento di Licci ha già spiegato la situazione storica del sud prima dell'unificazione.

Sono tutti fatti storicamente documentati. E' ovvio che ognuno poi le può interpretare in maniera differente...

Silvia
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Nulla ha più valore di una lettera.

revisionismo dell'unità....

"ma che la popolazione della lombardia e quella dell'Austria parlavano due idiomi completamente diversi ed avevano due culture storicamente differenti è risaputo"
probabilmente vi era maggior diversità, anche di idioma, tra il nord ed il sud italia che tra il lombardo veneto e l'impero austriaco.
anzi non "probabilmente" vi erano!
a parte la "pausa" napoleonica gli austriaci furono presenti in lombardia per più di un secolo e mezzo.
seguendo questo "meccanismo" , di creazione politica (perchè l'unità dell'italia fu un fatto politico e fintamente mosso dal basso)non si capisce per quale motivo il sud tirolo non si senta italiano! perchè...stupore e meraviglia quelle persone non si sentono italiane, tranne quelli che furono deportate durante il fascismo per "colonizzare" ...

Da Nantes ad Atene passando per Bolzano

concordo che l'Unità almeno inizialmente fu fenomeno artificioso, " annessione piemontese" più che reale fusione.
Per il sud Tirolo il discorso è leggermente più complesso. Nell'ambito dei vasti rapporti tra fascismo e nazismo, ci fu un vero e proprio accordo, che permetteva alla popolazione del Tirolo di scegliere la propria nazionalità e quelli che scelsero la tedesca se ne andarono in Baviera con ampi indennizzi e portando con se anche le maniglie delle case (sic). Quindi chi è rimasto lo ha fatto per scelta e non per costrizione. Il "non sentirsi italiani" riguarda molta gente : sudtirolesi, guide alpine, mungitori di vacche bergamaschi, pastori sardi ect.
D'altronde, se ci si limita all'analisi delle differenze, cosa accomuna un siberiano e un abitante di San Pietroburgo? Un bretone e un marsigliese? Uno scozzese e un londinese? Un terrone come me, Nadia la polentona e Frank, puro figlio della Mitteleuropa? (tanto per citare due lontani amici di Scrigno) Non è un problema di unità, quanto di maturità nazionale che obbliga a considerare la differenze non come un limite, ma come un potenziale arricchimento.
Il primo " tedesco" che invase la Francia nel '40 fu il tenente Von Courbiere, che avrebbe combattuto in campo opposto se Luigi XIV non avesse revocato l'editto di Nantes.
La mia famiglia ha lontanissime origine greche, perdute nella notte dei tempi, ciò significa che dovrebbe preoccuparmi più il deficit di Atene che lo spread tra BTP E Bund?
Troppo facile " non sentirsi".

Alessio

sentirsi o non sentirsi??

è vero che è facile "non sentirsi" ma è anche vero che non si può imporre per legge il "sentirsi" x piuttosto che y.
e l'italia è una e trina troppo differente per pretendere che basti una volontà politica, motivata da desideri massoni, per farla divenire una ed indivisibile.
Credo molto di più in uno stato che riconosce le diversità e le mantiene piuttosto che in uno che le annulla.
se poi vogliamo essere precisi fu mussolini ad "unificare" le masse italiche e furono le guerre prima ad unirle e poi a dividerle.
ricordiamoci che con la II la sicilia chiedeva di annettersi agli USA e il nord italia (reduce da 2 anni di guerra civile rispetto a tutto il resto del paese) voleva il federalismo, furono gli stati vincitori ad imporre al contrario uno stato unico ( a loro più funzionale vista la posizione geografica)
Insomma più la realtà dimostra differenze più qualcuno cerca di non vederle.
A me un paese federato non spaventa, anzi, mi chiedo a chi da fastidio e perchè.
P.S. non ho mai votato lega lo ricordo che non si sa mai.

sentirsi o non sentirsi??

è vero che è facile "non sentirsi" ma è anche vero che non si può imporre per legge il "sentirsi" x piuttosto che y.
e l'italia è una e trina troppo differente per pretendere che basti una volontà politica, motivata da desideri massoni, per farla divenire una ed indivisibile.
Credo molto di più in uno stato che riconosce le diversità e le mantiene piuttosto che in uno che le annulla.
se poi vogliamo essere precisi fu mussolini ad "unificare" le masse italiche e furono le guerre prima ad unirle e poi a dividerle.
ricordiamoci che con la II la sicilia chiedeva di annettersi agli USA e il nord italia (reduce da 2 anni di guerra civile rispetto a tutto il resto del paese) voleva il federalismo, furono gli stati vincitori ad imporre al contrario uno stato unico ( a loro più funzionale vista la posizione geografica)
Insomma più la realtà dimostra differenze più qualcuno cerca di non vederle.
A me un paese federato non spaventa, anzi, mi chiedo a chi da fastidio e perchè.
P.S. non ho mai votato lega lo ricordo che non si sa mai.

Inno nazionale

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo,
allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno.
Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo,
allora abbiamo entrambi due idee.

Così George Bernard Shaw in suo celebre aforisma. Ma perché lo scambio funzioni in una dialettica costruttiva c’è bisogno che gli interlocutori dialoghino appunto senza trincerarsi nelle proprie opinioni ripetendole senza spiegazione alcuna. Avevo chiesto alla signora Luciana cosa fosse per lei la cultura visto che boccia quella che ci proviene dagli insegnamenti dei nostri illustri predecessori che parlavano greco e latino. Ma non ho ricevuto risposta. Ora sempre la stessa signora asserisce che ci sono delle differenze tra gli abitanti di una data regione ed un’altra dello stesso popolo e da questa asserzione, sic et simpliciter, fa scaturire l’eventualità di un federalismo che, prospettato nel contesto odierno, odora vagamente di secessionismo. Il federalismo, quello vero, quello predicato da un positivista come Cattaneo, potrebbe oggi applicarsi all’Europa intera dando forza all’euro con una banca centrale europea che spiazzerebbe gli speculatori internazionali. Ma la Germania si oppone pensando erroneamente di essere immune dalla catastrofe monetaria che sta coinvolgendo l’intero assetto occidentale. Quando si renderà conto che fa parte di un “insieme” dal quale non può uscire senza gravissimi danni, sarà troppo tardi. Ora io chiedo alla Signora dalle idee federaliste:”quale vantaggio porterebbe all’Italia o a qualcuna delle sue regioni un federalismo attuato in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo? ” E la pregherei di non rispondermi col ritornello che ci sono evidenti differenze di costume tra regione e regione. Ci sono differenze di costume anche tra il mio paesino e quello che si trova ad appena un chilometro di distanza, ma non per questo mi sento diverso da loro. Ho riascoltato ultimamente con molta attenzione le parole del nostro inno nazionale e ho capito che non sono solo retorica ma una dimostrazione di come anche 150 anni fa l’Italia faceva riferimento alle sue origini più remote che hanno radici precedenti alla nascita di Cristo. Ve lo ripropongo:

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.

Questo riferimento all’elmo di Scipione ci fa capire come si senta l’Italia unita fin dal 202 a.c. quando Scipione l’africano, generale romano, sconfisse a Zama il cartaginese Annibale e c’è un’esortazione a riprendere le gloriose armi perché la Vittoria porga ancora la chioma a Roma . La Vittoria cioè, diventando schiava di una Roma vincitrice, dovrà porgere ad essa i suoi capelli perché vengano recisi come si usava fare con le schiave .

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Questo stringiamoci a coorte significa restiamo uniti nel nostro ideale di combattere per la libertà, uniti come nelle antiche coorti romane (queste coorti erano le parti che costituivano le legioni dell’ antico esercito).

Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popoli,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Qui il testo è più chiaro e c’è solo da notare come i termini siano tipici del tempo in cui furono scritti : raccolgaci sta per ci raccolga, speme per speranza, fonderci per unirci in uno Stato unico.

Uniamoci, uniamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Anche questa volta il testo è chiarissimo anche se ci sono polemiche su quel “Per Dio” che alcuni interpretano come un’imprecazione, altri come un francesismo che significherebbe con l’aiuto di Dio.

Dall'Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Dovunque è Legnano: ogni città italiana è Legnano: si riferisce alla battaglia di Legnano quando, nel 1176, i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa
Ferruccio: ogni uomo è come Francesco Ferrucci, questa volta il riferimento è all'uomo che nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V.
Balilla: così chiamavano il bambino che con il lancio di una pietra, nel 1746, diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austro-piemontesi
Vespri: è il famoso episodio del 1282 passato alla Storia col nome di “Vespri siciliani” quando i siciliani si ribellarono agli invasori francesi.
Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Le spade vendute è un modo di indicare i soldati mercenari che si piegheranno come giunchi agli italiani mentre il simbolo austriaco, l’Aquila, sta perdendo le penne.
Poi l’inno ci ricorda che l’Austria alleatasi con la Russia (il Cosacco), bevve il sangue italiano e quello polacco(la Polonia invasa da Austria e Russia) ma quel sangue avvelenerà il cuore degli oppressori.
Ed ora cantiamolo insieme davanti ad una bandiera tricolore.

Lectio mirabilis

Lectio mirabilis, Dino.
Condivido in pieno.
Alessio

J'm a brick?

Poi, Luciana mia, io voglio un'Italia una e indivisibile, mi domando, sono massone?

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