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"La duna del torto" di Gian Andrea Rolla

La duna del torto

Un racconto ispirato da un racconto del mio amico Abdelvetah Ould Mohamed

di Gian Andrea Rolla

Papà fu il mio maestro nella scuola elementare di Portino, il mio paese. Non mi disse la verità sul perché mi volle in classe con lui a cinque anni. Un anno rubato ai giochi e all’ozio. I miei coetanei, già a tre anni erano intruppati nella scuola materna e io ero l’unico rimasto libero. La scuola materna del paese la curavano le suore e i miei erano comunisti. Erano tempi di divisioni nette, più trasparenti dell’acqua. Almeno per i miei, poi già allora non mancavano i comunisti furbi che volevano intendersela con i preti.
Nel mio orto ci stavo molto bene. Nascosto tra filari di piselli, fave e pomodori con i miei soldatini, cow boys coraggiosi contro indiani feroci o nordisti contro sudisti. Mi piacevano i negri, quel modo di cantare tanto profondo, ma la divisa grigia con bordi gialli era più elegante delle giacche azzurre e allora vincevano i sudisti.
Per le mie battaglie ormai c’erano solo i pomeriggi. Al mattino, nonostante i miei cinque anni, ero a scuola. Perché ero intelligente, diceva papà e confermava la mamma, annuendo seria con le sue lunghe ciglia finte. Invece era per una vecchia ruggine con il maestro Ruggine. Storie di dopoguerra, vendette trasversali tra comunisti e fascisti. Se aspettavo i sei anni sarei finito con il maestro Ruggine, tanto valeva andare nella scuola delle suore.
Cinque anni a scuola nel 1962 non doveva essere molto legale, tant’é che quando il direttore didattico era in visita, mio padre mi passava dalla finestra della classe sulle forti braccia del bidello, ex pugile e ex calciatore, che mi portava a casa e poi fumava una sigaretta insieme alla mamma.
Cinquanta anni dopo sono a Portino, seduto su un muretto, spalle al mare, davanti la stradina in salita che porta al camposanto. Papà il Maestro é morto e io ora sono il nuovo « vecchio » della famiglia. Ci ha messo novant’anni per morire. E per vivere. E ora il vecchio sono io, penso. Ma ecco apparirmi qualcuno che é vecchio per davvero. Il bidello se ne sta andando a passo lesto verso Erxe, il paese a ovest dove si chiude la baia. Erxe é ancora preso dal sole, perché é pomeriggio, e se a Portino abbiamo i primi raggi, poi abbiamo anche le prime ombre.
Mi alzo e lo avvicino.
Paride, sono Willy.
Si gira verso la voce che lo importuna , ma subito sorride.
Ah sei tu,… ma allora stai bene !
Non mi lamento, Paride, certo non come voi, quanti anni avete ?
Parliamo in dialetto, e in dialetto ai vecchi si dà del voi.
Un ragazzino – risponde con il suo sorriso da pescatore – ottantasette annetti bei suonati.
Belin ! e ve ne andate a Erxe a piedi ?
Due chilometri a andare e due chilometri a venire, anzi milleottocento metri, totale tremilaseicento metri, che sarà mai, bambino ? e vado anche a ballare con mia moglie, ogni sabato, dei bei balletti, e ho ancora la campagna, conigli e polli, metto il concime e mi prendo le uova.
L’importante é non fare il contrario – dico.
Ci si fa una risata e riprende la passeggiata.
Ma allora stai bene ! e io che ero già triste ! – grida allegro, ormai girato verso Erxe.
Lo guardo sparire tra paesani e villeggianti in lungomare e mi dico che Paride é svanito. Mi ha confuso con mio padre, ma l’importante é che sia contento che mio padre stia bene. Erano amici.
Come stia e se stia, mio padre, lascio il dibattito a preti e filosofi.
Io ero ateo, come mio padre. Ma ho smesso d’esserlo quando é morto. Quando me lo hanno detto, ero solo con il mio cane, in Africa, nel Sahara. Non sono riuscito a trovare le gambe per salire su un aereo e fare la strada del camposanto insieme ai miei.
M’é rimasta per gli occhi una tomba di terra mossa e una croce che lui non avrebbe certo voluto, ma al momento non c’é altro per segnalare che é là sotto. Poi faremo una tomba di pietra senza simboli, quando la terra sarà assestata. Abbiamo scelto una bella foto, un libro in mano, vicino alla lavagna, un sorriso che non mi ricordavo, tranquillo, sicuro. Come dovrebbe essere un vero maestro.
Ma io intanto non so come stia e se stia. Prima ero ateo e sapevo. Ora sono agnostico e non so più nulla. Sarà stata la speranza di rivederlo, fosse anche per tre secondi, a farmi sperare di sbagliarmi. Uno dovrebbe sempre sperare d’aver ragione. Io invece, ora, spero d’avere torto.
Un mio amico arabo mi dice che suo padre lo fa arrabbiare. Ogni venerdi’ s’inerpica su una duna enorme. Dietro la duna c’e il vecchio cimitero dell’oasi dove vive la sua famiglia. Qualche volta il vecchio si romperà il collo su quella duna o gli si fermerà il cuore. Ma il vecchio dice che il suo vero villaggio é il camposanto, dove ci sono i suoi vecchi e i suoi amici, mica quel villaggio dove i suoi figli s’insistono a vivere.
Mio padre diceva che quando scendeva alla marina del paese, non c’era più nessuno, anche se era pieno di gente e tutti gli offrivano il loro posto nelle panchine all’ombra e gli davano il buongiorno e lo ascoltavano attenti mentre infieriva contro il governo. Per lui non c’era più nessuno, i suoi erano al camposanto, rimaneva qualche giovane, come Paride.
Se non avevi almeno novant’anni, eri un ragazzo, per il Maestro.
Adesso, lo vedo quando sogno e per fortuna continua a spiegarmi un mucchio di cose, zoologia, geografia, storia, filosofia, poesia, politica e piatti tipici.
In attesa d’aver torto e di sapere, m’accontento d’aprire gli occhi prima dell’alba.
« Ciao, papà, al prossimo sogno allora, puntuale ».

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