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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Vagabondi a Vendicari pag.2

Fu allora che incontrai Tim: bello, biondo, gaio. Anche lui mi piacque subito. Ci incontravamo tutti i giorni e stavamo in silenzio a contemplare la natura. Io gli portavo da mangiare e lui mi si accoccolava accanto. Alla fine della giornata, verso il tramonto, tornavamo alla masseria del nonno, che era diventata la mia dimora. Tim mi seguiva e dormiva nel cortile. Ma era un vagabondo: cominciò a sparire per brevi periodi e poi riappariva all’improvviso guardandomi con aria ironica e saltandomi addosso. Imparai a non farci caso. Del resto, ero anch’io una vagabonda: dopo due settimane, già l’inquietudine faceva capolino nella mia mente. Io amo la vita errabonda, il vagare a zonzo, i riposi brevi e il riprendere ad andare.
Mi piace vivere di quello che mi porto dietro, e andare in giro con un vecchio paio di jeans sfilacciati.
Mentre sedevo tra le dune, mi tornò alla memoria la mia amica Serena:
-Sembri una zingara-mi disse l’ultima volta che la vidi, due mesi fa, a Roma. Aveva un’ombra d’ ironia negli occhi. Sua nuora stava per avere il suo secondo figlio, ed io le avevo portato un piccolo regalo.
Com’è che mi veniva in mente proprio ora? Forse perché mi ricordava Tim. Anche lui mi guardava con un’ombra d’ironia. Da più d’una settimana non lo vedevo: dov’era? Certe volte pensavo di adottarlo e portarlo con me nelle mie peregrinazioni, ma non sapevo decidere, così l’avevo lasciato solo nella masseria per andare a vagare per le spiagge di Noto marina. Poi me n’ero dimenticata. Io non sono fedele, appartengo alla razza dei volubili che amano gli animali col pensiero. Noi viandanti siamo tutti così, ma la stessa mania di vagare è in gran parte amore. Noi viandanti siamo abituati a coltivare i sentimenti solo perché sono inappagabili, e quell’amore che potrebbe legarci ad un animale, lo dissipiamo distribuendolo ai fiori, ai fiumi, agli uccelli. Noi non concretizziamo l’amore nell’oggetto, come non cerchiamo la meta al vagabondaggio.
Pure, la notte sognavo Tim. A lui stavo pensando. Guardai il canneto in fondo per cercare conforto, ma…sogno? Vaneggio? Una sagoma bionda si profilava tra il verde giallastro delle canne. D’istinto mi alzai: possibile? Lui? Da dove?
Non avevo tempo di pensare ancora: mi trovai distesa al suolo sotto la carezza d’una lingua calda. Volevo ribellarmi: tu non sei la meta del mio amore! Sciocchi discorsi! Era scritto che un’amicizia dovesse fermarmi. L’abbandono del vagabondare l’aveva deciso Tim, col suo ritorno. Tim, un cane.
Ora non godo più delle gioie del vagabondaggio, vivo nelle masseria del nonno parzialmente ristrutturata.
La zona di Vendicari è cambiata, ci sono state trasformazioni per la creazione di strutture e servizi, parte del paesaggio naturale è diventato agricolo, si sono perdute molte dune per effetto di spianamenti, alcuni animali non ci sono più, le masserie sono diventate residenze turistiche.
Alcune cose, però, per fortuna, sono rimaste e sono quelle che piacciono ai miei due bambini e a Tim, naturalmente, che ora è un vecchio cane lento e brontolone.
Siamo diventati stanziali, io e lui, ci adattiamo a dimenticare: lui, le sue sparizioni ed io il mio vagabondaggio. In cambio, c’è la nostra amicizia e c’è l’amore per il pantano di Vendicari, il paradiso di nonno Guido. E il paradiso è qualcosa di unico, prezioso, irripetibile.

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