scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Ipotesi di viaggio" di Silvia Obici

PARTE PRIMA

L’insegna del locale s’illuminava a intermittenza, in una serie di tre tempi. Prima la B, poi la A, poi la R, poi tutte insieme due volte. Poi di nuovo: prima la B, poi la A, poi la R.
Quella scritta aveva un effetto ipnotico, da quanto tempo la stava fissando? La fitta nebbia che lo circondava si dissolveva lentamente e ora il bar appariva chiaramente dall’altra parte del marciapiede ricopiato al contrario in una larga pozzanghera sull’asfalto. Tutt’intorno l’oscurità era assoluta, solo l’idea dei caseggiati e la strada, da una parte e dall’altra, che finiva nel vuoto. La luce era aumentata, veniva da un lampione davanti all’ingresso del locale. Dietro di lui un banco di nebbia fitta.
I suoi passi risuonarono nel silenzio come un’eco, pedinandolo. Si sentiva confuso, aprì la porta e fu investito dal rumore di bicchieri e dal vociare degli astanti. Entrò e chiuse la porta sul rumore del traffico e dei passi della folla. In fondo, dietro al bancone, un uomo alto e magro con un grembiule bianco puliva un bicchiere, lo guardava in controluce e tornava a lustrarlo con uno straccio. Si avvicinò sedendo su uno sgabello. Ogni cosa viveva di luce propria: il bancone, l’uomo col suo bicchiere, lo sgabello, e la fioca intermittenza dell’insegna tradiva la presenza delle finestre sporche di polvere alle sue spalle.
«Il solito?»
Una bottiglia comparve tra le mani del barista andando a riempire il bicchiere sul tavolo. Vino bianco frizzante.
«Io... sto cercando qualcosa.»
«Lo so, ma non penso che lo troverà qui.»
Mise un gomito sul bancone chinandosi verso il cliente e gli disse a voce bassa, nascondendosi dietro una mano:
«Lei ha una brutta cicatrice sulla pancia che va dal fianco
sinistro verso il costato.»
«Io non ho nessuna cicatrice.»
«Si apra la camicia.»
Incespicando nelle asole aprì la camicia: un’orrenda cicatrice rossa gli solcava il ventre. Rialzò gli occhi verso il barista.
«Non si preoccupi. Anche l’altra volta è rimasto sconvolto.»
«Quale altra volta?»
«Beh! Mi faccia pensare. La quinta, credo.»
«Io non capisco.»
«Fa niente, uno dei doveri di un barista è aiutare i clienti in
difficoltà.»
Gli versò un altro bicchiere di vino bianco.
«Sia chiaro che non sono un impiccione. È lei che mi ha detto di raccontarle tutto se ci fossimo incontrati di nuovo. La prima volta che è entrato nel mio locale si è seduto e mi ha chiesto un bicchiere di vino bianco frizzante. Poi ha detto che stava cercando qualcosa. Ha bevuto il vino e se n’è andato. Il giorno dopo è tornato, mi ha chiesto del vino bianco, mi ha detto che stava cercando qualcosa, ha bevuto il vino e se n’è andato. Il terzo giorno è entrato e io le ho chiesto: “il solito?”. Lei mi ha guardato e mi ha detto che stava cercando qualcosa,
ha bevuto il vino e se n’è andato. Il quarto giorno lei è entrato e io le ho versato il vino. Lei mi ha chiesto: “come fa a sapere che mi piace il vino?”. Io le ho risposto che un barista non dimentica mai le consumazioni dei clienti. Poi mi ha detto che cercava qualcosa, ha bevuto e se ne stava per andare, quando mi ha chiesto: “ci conosciamo?”. Io le ho risposto di no perché non la conosco personalmente e se n’è andato. Il quinto giorno non ho potuto ignorare il suo problema. Perché è evidente che lei ha un problema. Ecco, mi sono permesso di insistere. Le ho detto che era già la quinta volta che veniva nel mio bar ma non se ne ricordava mai il giorno dopo.
Allora lei ci ha riflettuto parecchio. Poi mi ha detto: “quando tornerò domani mi dia una prova di avere veramente parlato con me. Ho un neo qui sul fianco sinistro. Glielo faccio vedere così me lo potrà descrivere”. Invece sulla pancia c’era quella brutta cicatrice e il neo è passato in secondo piano, sa,non regge il confronto come segno di riconoscimento. È rimasto sconvolto. Poi mi ha detto che doveva cercare qualcosa e se n’è andato. Il sesto giorno le ho riferito tutto, come mi
aveva chiesto. Lei ha visto la cicatrice, è rimasto sconvolto, poi ha riflettuto parecchio. Alla fine mi ha detto: “deve succedere qualcosa quando esco di qui. Se ritorno domani mi dica di ragionarci su, e mi lasci un’indicazione per la volta dopo”. Poi ha detto che doveva cercare qualcosa e se n’è andato. Ecco, tutto qui!»
«Penso che dovrei crederle.»
«Faccia come vuole» e continuò a strofinare il bicchiere.
«Per favore, se mi rivede mi dica che una volta fuori di qui ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente. Adesso devo andare. Devo cercare qualcosa.»
Nel buio alla sua sinistra presero forma un tavolo e una sedia. Sulla sedia, un uomo, una sagoma immobile nell’atto di parlare a un cellulare.
«Chi è?»
«Un tale, è entrato un giorno e non è andato più via. Sa, è la prima volta che me lo chiede. Le devo dire anche questo se la rivedo?»
«Certo, mi dica tutto.»
Appena fuori dal bar si trovò sotto il lampione. Sul marciapiede opposto il fitto banco di nebbia. “Torno dentro! Potevo chiedere qualche informazione sul posto”. Si voltò per rientrare ma il locale era sparito. La nebbia lo avvolse. Cominciò a camminare davanti a sé sull’asfalto scivoloso. Nel vapore perlaceo distinse una luce in lontananza ma quanto più le si avvicinava tanto più se ne allontanava. La luce si ridusse a un puntino e scomparve del tutto lasciandolo nella totale oscurità. Era un buio metallico, freddo, la nebbia era svanita.
Sei di nuovo qui?
«Chi parla? Dove mi trovo?»
Non sono tenuto a dare spiegazioni. Non ti ho chiesto io di venire.
«Io sto cercando qualcosa.»
Tutti cerchiamo qualcosa. Mi sembra un po’ generica la tua affermazione. Il punto è: vuoi anche trovarlo questo qualcosa?
Girando intorno per individuare da dove provenisse la voce, scorse due porte. Una era un normale portoncino blindato con lo spioncino e la targhetta con il numero dell’interno, l’altra una porta a vetri con un maniglione antipanico. Istintivamente si lanciò sul maniglione per trovarsi, dall’altra parte, di nuovo immerso in un banco di nebbia. “Ho sbagliato, lo sapevo. Era l’altra!”. Non c’era modo di tornare indietro, la porta a vetri era sparita. “Dov’è? Era qui un attimo fa. Devo trovarla!”. Lo colse un senso di stordimento. “Dov’è? Devo trovare... trovare una cosa”. Camminò a tentoni finché non vide
una luce colorata intermittente. Si accendeva e si spegneva.
Si accendeva e si spegneva. Da quanto tempo la stava fissando?
«E così le avrei detto di dirmi che avrei agito d’istinto una volta fuori di qui?»
Il barista assentì gravemente. L’uomo al tavolo, immobile, continuava a parlare nel suo cellulare.
«Allora, per favore, la prossima volta mi dica che ho fatto il contrario. Se mai dovessi tornare.»
Si riabbottonò la camicia e uscì dal locale.
Appena fuori dal bar si trovò sotto il lampione. Sul marciapiede opposto il fitto banco di nebbia. “Torno dentro! Potevo chiedere qualche informazione sul posto. No, un momento”. Attraversò la strada e si immerse nella densa foschia.
Cominciò a camminare davanti a sé sull’asfalto scivoloso.
Nel vapore perlaceo distinse una luce in lontananza ma quanto più le si avvicinava tanto più se ne allontanava. La luce si ridusse a un puntino e scomparve del tutto lasciandolo nella totale oscurità. Era un buio metallico, freddo, la nebbia era svanita.
Sei di nuovo qui?

...

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