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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Viaggio nel continente perduto - Capitolo 6

di Paola Agutoli

All’alba ripresero il cammino,addentrandosi nella foresta. Erano preceduti da due guerrieri,che aggredivano la vegetazione inestricabile con i machete,liberando un piccolo tratto di terreno alla volta. Gli alberi non erano molto grossi ma molto alti,e questo creava anche a loro delle difficoltà. Procedevano fra cespugli,felci ,rami caduti e foglie in putrefazione,che rendevano faticoso camminare. Sembrava di stare in una sauna verde che emanava odore di morte. La foresta amazzonica non era il luogo adatto a cinque squattrinati studenti francesi abituati all’aria condizionata e alle comodità. Camminando cercavano di non pensare alle bestie immonde che popolavano la foresta e che avrebbero potuto decretare la loro fine:i coccodrilli,le rane velenose, le zanzare ,i terribili boa e i ragni giganti. Perciò si concentrarono solo sul loro obiettivo,seguire i guerrieri. In quell’oscurità era facile perdere il contatto con loro, e perdersi. E’ quello che successe a Louis,il naturalista del gruppo. Attardatosi ad ammirare un groppo d’orchidee viola rimase indietro,ad una decina di metri dagli altri. E non si accorse del pericolo mortale che lo aspettava. Dal quale gli indigeni avevano tentato di proteggerli suonando.
Il coccodrillo sonnecchiava sotto un ammasso di foglie putrefatte accanto alla carcassa semidivorata di un bradipo . Louis non l’aveva visto perché era nascosto dalla vegetazione. Era un maschio dalla coda mozza e la bocca irta di denti acuminati. Superava gli otto metri, un vero mostro. Le squame aguzze sul naso indicavano che aveva appena oltrepassato i dieci anni d'età,gli occhi globosi che era nel periodo degli amori, quando era più cattivo. Louis riuscì a non cadergli addosso aggrappandosi ad un ramo, mentre il rettile si destava con un grugnito sordo,terrificante,simile a quello di una cascata. Si era guardato attorno, mezzo addormentato, poi si era sollevato dall’ammasso di foglie , pronto per la lotta. Si era messo a scrutare di qua e di là, cercando chi l'avesse importunato. Stando sottovento non riusciva ancora a capirlo,ma non gli importava. Qualcuno aveva violato il suo territorio,e bastava. Lo schiocco sordo e sbuffante che emetteva ad ogni passo indicava quanto fosse arrabbiato. Per provocare il rivale aveva lanciato l'ululato più angosciante che il ragazzo avesse mai udito,un vero segnale di guerra. Scendeva lungo la spina dorsale come la mannaia del boia, paralizzando ogni muscolo,ogni fibra,ogni battito del cuore. Poi il vecchio maschio si era girato verso Louis,la rossa gola aperta a mostrare la bianca chiostra di denti. Erano lunghi quanto una mano, e su più file:una vera macchina tritaossa. Il giovane pensò di essere fritto. Il rettile stava dietro di lui,a pochi metri di distanza, e se avesse fatto un altro giro lo avrebbe visto. Anche i guerrieri ,prontamente accorsi assieme ai suoi amici, erano impotenti ad affrontare la sua minaccia. Le loro cerbottane e le loro lance nulla potevano contro la dura pelle del rettile. Uno provò con la melodia che aveva incantato Delphine,ma senza risultato. Per fortuna di Louis il coccodrillo ci vedeva poco,e nella penombra il giovane era praticamente invisibile. Non lo era però per fine odorato del rettile. Quanto quello era carente,tanto questo era abbondante. Finchè il vento fosse stato a favore del ragazzo lui sarebbe stato al sicuro,ma dopo? Sarebbe riuscito a sfuggirgli? Ne dubitava: quando volevano i coccodrilli potevano essere più veloci di un cavallo al passo. Avrebbe avuto le stesse possibilità di uno zoppo inseguito da un leone. La sua sola speranza era di nascondersi e sperare che il rettile si rimettesse a dormire,ma dove poteva farlo? Da un lato c'era il sentiero,dall’altro la foresta impenetrabile,in mezzo il coccodrillo. Che intanto si era messo a fiutare l'aria come i cani. Louis si rintanò dietro il cespuglio più vicino, sperando che il profumo dell'erba coprisse l'odore acre della sua paura. Si propagava a ondate come i cerchi nell'acqua,e sembrava dire:"Sono qui,sono qui…" Accidenti!
Il giovane si rannicchiò fra le frasche facendosi piccolo piccolo,ma non era facile. Era pur sempre un omone,e faceva fatica a nascondersi. Il coccodrillo,inoltre,aveva un naso capace di fiutare una preda ad un chilometro di distanza. Poi il vento era cambiato, spingendo l’odore di Louis verso il rettile. Era spacciato. Quanti secondi sarebbero passati prima che lo scoprisse? Quanto gli rimaneva da vivere?
Intanto quello girava,girava,come un cane a caccia. Le grosse zampe palmate affondavano nella vegetazione putrefatta come tronchi d'albero,facendolo avanzare a dispetto delle buche e delle radici. Ogni tanto alzava la testa per correggere la sua ricerca,poi ripartiva ,in cerchi sempre più stretti. Ormai era a cinque metri da Louis e si avvicinava. Pochi minuti e l’avrebbe trovato. Il giovane sentiva scorrere i secondi come le stille di sudore che gli scendevano lungo la schiena,come i battiti del cuore,come gli istanti che gli rimanevano. Ormai il coccodrillo era arrivato a tre metri. Sei miseri passi fra il ragazzo e la morte. Due metri…ormai vedeva le pupille lucenti,la membrana nittitante che chiudeva gli occhi globosi,i denti marci…Emanavano un tanfo pestilenziale che faceva vomitare . Louis aveva provato a scacciarlo colpendolo con un ramo,ma non gli aveva fatto nulla.
Un metro…
Una volta aveva sentito che le mandibole dei coccodrilli potevano spezzare anche le ossa più dure…Quanto avrebbe impiegato a divorarlo? Avrebbe sentito male? Cosa poteva fare per evitarlo? Nulla…Poteva solo pregare di morire alla svelta.
Il tempo sembrò fermarsi e assumere la consistenza impalpabile di un sogno. I secondi divennero ore,le ore secondi…Poi successe …

Il coccodrillo era grosso,vecchio e in calore,ma per fortuna sazio e colmo di sonno. L'odorato, inoltre,gli aveva rivelato che non aveva davanti un suo simile, ma un uomo,e per giunta grosso. E gli uomini,gli insegnava l'esperienza,non costituivano una minaccia per il suo territorio. Se li faceva arrabbiare, però, potevano diventare pericolosi. Un colpo di lancia ben assestato poteva metterlo nei guai e impedirgli di affrontare un eventuale rivale. Perciò aveva giudicato più prudente rimettersi a dormire e lasciar andare l'intruso. Con un grugnito sordo era tornato ad accucciarsi nella sua buca,sprofondando nelle foglie umide, e aveva lasciato tornare illeso dai suoi amici Louis.
Continuarono la marcia. Per quanto non avrebbero saputo dirlo,dato che gli orologi non funzionavano.
-Quanto avremo percorso,secondo voi?- domandò Mary.
- Otto o dieci chilometri,non di più. Ho contato i passi. Ma con tutte queste svolte non so più che direzione abbiamo preso.- Gabriel.
-Quanta acqua abbiamo?- Alex.
- Mezza borraccia a testa. Ma incomincia a puzzare!- Gabriel.
-Meglio quella che la nostra pipì,no?- Delphine.
Per una volta le diedero ragione. Il resto della mattinata fu composto da sudore,mal di gambe,piedi spelati, sete,rane arboricole,insetti,tarantole e serpenti. Ma erano così stanchi da non farci più caso. Ormai camminavano per inerzia, un passo dopo l’altro,cercando di non pensare a nulla se non di seguire i guerrieri e rimanere vivi. Louis indicò loro due enormi felci che sbarravano loro il cammino, prontamente tagliate a colpi di machete dai guerrieri:
-Vedete,sono maschio e femmina…-
- E tu come lo sai? Gli hai guardato sotto la gonna?- Gabriel.
Il naturalista gli mostrò dei pallini viola che abbellivano la parte inferiore della felce femmina.- Sono degli agglomerati di spore,che mancano …- girò una foglia dell’altra felce - nelle piante maschio.-
Arrivarono sulle rive di un fiumiciattolo. A gesti i guerrieri fecero loro capire di mettere i piedi dove li mettevano loro, o sarebbero sprofondati nelle acque putride. Ma Gabriel non lo fece,e con un grido sprofondò nell’acqua fetida ,maleodorante come un pezzo di carne andato a male. Gli si richiuse sopra la testa e lo fece scivolare verso il fondo. Con un fortissimo senso di oppressione al petto andò giù,sempre più giù,in un limbo scuro e liquido simile alla morte. Ma poi l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio,e lo spinse a cercare la superficie. La raggiunse dandosi una forte spinta verso l’alto. I compagni lo aiutarono ad uscire dall’acqua ,ma poi si ritrassero, inorriditi: le parti visibili del suo corpo erano coperte da strane macchie nere,spesse e lunghe come dita,che ondeggiavano come serpenti. E che portavano la morte.
- Sanguisughe!!- urlò Louis dando voce al terrore degli altri. Erano fra gli animali più immondi che fossero stati creati, vermi schifosi dal corpo diviso in segmenti in grado di succhiare sangue fino a far morire un uomo. Ognuna di loro poteva assorbirne fino a dieci volte il loro peso;alcune anche di più. Si staccavano solo quando erano sazie,cosa che spesso coincideva con il decesso dell'individuo,o con il fuoco. Ne contarono una trentina,ma parevano molte di più,dato che s’ingrossavano a vista d’occhio.
-Toglietemele!! Per favore!!- si mise ad urlare il ragazzo.
Ma loro lo fissarono impotenti. – E come,se non abbiamo nemmeno un accendino?- Mary
- Ma tu non fumavi? -
- Ho smesso…-
-Gli indigeni?-
- Ci hanno spiegato a gesti che non ne hanno…-
Nel frattempo le sanguisughe continuavano a succhiare e ad ingrossarsi. Ingigantivano dalla testa,dove avevano le ventose e dove succhiavano il sangue,alla coda,che rimaneva sottile come quella dei girini. A cenni il guerriero di nome Tyson fece capire che lo stregone del loro villaggio avrebbe salvato Gabriel,ma che dovevano fare alla svelta, o sarebbe morto. Ma il ragazzo non si fidava. Intanto il guerriero più vicino si era rimesso a suonare la melodia .
-Che alternative abbiamo?- Louis
-Non mi fido ugualmente!-
- La musica dice che non ci faranno del male…- lo tranquillizzò Delphine coprendosi le orecchie per ascoltarla meglio. A malincuore Gabriel accettò di seguire i guerrieri dallo stregone. Ripresero la marcia. Ore di cammino dopo,quando ormai Gabriel, incosciente , era stato caricato su una barella formata dalla giacca di Alex e dalle lance dei guerrieri, giunsero ad uno spiazzo circondato da mura sbrecciate che aveva al centro le rovine di una piramide a gradoni. Qua e là spuntavano delle capanne fatte di frasche fra cui giocavano dei bimbetti nudi accuditi amorevolmente dalle madri.
Qui i guerrieri si fermarono lasciandomi il tempo ad Alex ,l’archeologo del gruppo , di contemplare l’antica città. Le mura erano decorate da stele che rappresentavano uomini dai lunghi nasi adunchi coperti di lunghe tuniche . Attorno svettavano delle piattaforme diroccate – altre piramidi?- e strutture non identificabili – case? Templi?- una delle quali era sicuramente un palazzo. Il guerriero più corpulento sospinse i giovani verso la scalinata della piramide. Dopo un po’ vi comparve una figura ammantata in un variopinto mantello che portava una corona di turchesi ed una maschera di giada . L’individuo- non si capiva se fosse uomo o donna- stette fermo per un po’, osservandoli,poi cominciò a scendere i gradini fino a portarsi a poca distanza da loro. Poi si tolse la maschera. Quale non fu il loro stupore quando videro che non aveva i tratti spigolosi di un abitante dell’Amazzonia ma quelli più morbidi di un europeo di circa sessant’anni dai capelli candidi come la neve e gli occhi così chiari da sembrare fatti d’acqua.
Alex sobbalzò come se l’avesse morso una tarantola, poi percorse i pochi passi che lo separavano dall’uomo e gli disse: “Dr Livingstone,I suppose!- pronunciando la celebre frase che l’esploratore inglese Stanley aveva rivolto al Dr Livingstone quando l’aveva ritrovato sulle sponde del lago Tanganica nel 1871. E l’altro gli rispose come Livingstone: “ Yes,I’m…” . Poi Alex si rivolse agli altri: - Vi sembrerà assurdo ma è Bertrand Larousse, il mio vecchio professore d’archeologia sudamericana che era scomparso nella foresta amazzonica cinque fa.-
-Ne sei sicuro?- Mary.
- E’ così ..- ammise il vecchio professore accompagnandoli alla ripida scalinata che saliva sulla piramide. Si sedettero sui gradini. Poco lontano dalla barella con Gabriel.
- Prima di raccontarvi come mi trovo qui lasciate che guarisca il vostro amico – disse. Con un imperioso gesto di comando si fece portare un vaso di terracotta che conteneva un liquido rossastro. – E’ composto da sale e dal succo di una pianta chiamata Atzal. Stacca le sanguisughe…-
Versò il liquido in una ciotola di rame,poi v’intinse un pennello d’erbe essiccate e lo passò sui vermi che costellavano il corpo di Gabriel,grosse ormai come banane. Si contorsero come un epilettico durante una crisi e gli si staccarono di dosso,cadendo a terra come fichi maturi. Alla fine la spianata sotto la piramide sembrò a macchie,colma dei loro corpi pieni di sangue. Louis ne schiacciò una sotto il piede, lasciando a terra una scia rossa lunga mezzo metro.
-Adesso bisogna dargli da bere,o morirà per la disidratazione – affermò il professore facendosi portare una giara piena d’acqua e avvicinandola alle labbra esangui di Gabriel. Il ragazzo ,destatosi all’acre odore del liquido caustico ne bevve un bel po’. Poi Bertrand lo fece portare sotto una tettoia di frasche poco lontano.
- Deve stare al riposo e in ombra…ha perso troppo sangue,rischia di morire ... – affermò.
- Adesso ci può spiegare com’è finito qui?- gli domandò Alex.
-Stavo risalendo il rio Molinas alla ricerca della mitica città d’oro di Quanockticlan,che è alla base del mito spagnolo dell’El Dorado,quando i miei compagni furono vittime di una strana malattia che li faceva morire dopo tre giorni. Ne fui vittima anch’io ma sopravvissi,anche se privo d’acqua e di viveri. Vagai nella foresta per ore - o per giorni, non ricordo – quando incappai in una pattuglia Ketla in esplorazione – è il nome di queste genti - che mi portò qui. Quale non fu la mia sorpresa ,e la loro, quando ci accorgemmo di capirci! Parlavano un misto di Nahuatl,la lingua degli Aztechi,e d antico spagnolo . I miei capelli e i miei occhi li convinsero di essere di fronte all’antico dio Taquelnoc ,che secondo le leggende sarebbe tornato prima della fine del mondo,incarnata dallo scempio che la Texoco sta facendo alla foresta. Così mi elessero loro capo e stregone. Voi,invece?-
-Stavamo compiendo un viaggio di piacere lungo il Rio delle Amazzoni quando siamo incappati nel cantiere vuoto della Texoco, abbiamo incontrato gli indigeni e siamo giunti qui...-
- Vi ha trovati Paynal,il loro capo. E’ quello grosso. Conosce la foresta come pochi. –
-Allora sa come uscire da qui!!! – affermò speranzosa Delphine. Non riusciva a credere alla loro fortuna: avrebbero potuto tornare in Francia !! Mai la terra avita sembrava loro così lontana e così cara…Ma il destino aveva deciso altrimenti.
-Sì…- aveva risposto il professore - ma non ve lo dirò. -
- E perché? – stupiti. Non riuscivano a credere alle loro orecchie.
-Perché non voglio tornare a fare il professore sottopagato . Qui sono riverito come un dio,ho dieci mogli e vivo letteralmente nell’oro. Ma se vi lasciassi andare rivelereste al mondo dove mi trovo e la strada per giungervi,e per me e per loro- indicò i guerrieri che si erano inginocchiati al suo passaggio – sarebbe la fine. Perciò resterete qui… – la sua voce bassa e senza emozione metteva i brividi.
-Ma è disumano e crudele !! Come può fare una cosa simile?- Mary.
-Posso,signorina,e la farò. Chi me lo impedisce? Voi? – sarcastico – Guardatevi: siete stanchi,affamati , assetati e privi di armi. Credete veramente di sfuggire a dieci guerrieri Ketla dalla lama facile? Poveri illusi!!-
-Lo faccia per l’amicizia che ci ha legato un tempo…- lo supplicò Alex.
-E’ morta col professor Larousse – dichiarò l’altro con una luce di follia negli occhi - .Ora mi chiamo Mextli, come il dio azteco della guerra. Poi,rivolto ai guerrieri disse: - UCCIDETELI !! UCCIDETELI TUTTIIII !!!! FATEGLI FARE LA FINE DEGLI UOMINI CHE HANNO VIOLENTATO LA NOSTRA TERRA!!!-
Due di loro presero i coltelli d’ossidiana che portavano al fianco e sgozzarono Mary e Delphine. Fu l’ultima cosa che Alex vide prima di cadere a terra svenuto…

PARIGI - _ MATTINA
Alex si svegliò madido di sudore nel suo letto e si guardò attorno. Era sparito tutto :la foresta, i guerrieri, il cantiere della Texoco,il suo vecchio professore d’archeologia,il villaggio Ketla…Al loro posto c’era la sua solita stanza da scapolo: letto di ferro,comodino,armadio,scrivania,libreria e computer. Ci mise un po’ a capire che si era trattato tutto di un brutto sogno,un incubo dettato dalla troppa birra bevuta la sera prima.

A mezzogiorno, al telegiornale,udì una notizia che gli fece accapponare la pelle: “Gruppo di turisti francesi recuperati da una spedizione di Greenpeace lungo il fiume Molinas,un affluente del Rio delle Amazzoni. Fra loro manca l’emerito archeologo Alex Alexander, ucciso dagli indigeni durante la colluttazione. Tutto il mondo accademico piange la sua scomparsa,avvenuta all’età di appena 25 anni…”

Paola Agutoli

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