scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Ultimi quaranta secondi della storia del mondo" di Stefano Santarsiere

In fondo al giardino

E’ una messinscena, pensò il professor Belisario, mentre i paesani si affollavano all’imbocco del vialetto della scuola elementare.
Arrivavano di corsa da ogni angolo di Santerio, pallidi, con il respiro corto. Scorgevano il corpo del prete in mezzo all’erba e si nascondevano il volto dietro le mani. Belisario sentiva il rumore di tacchi sull’asfalto aumentare con il trascorrere dei minuti, sommarsi all’incessante frinire di cicale.
I rappresentanti dello Stato, invece, erano giunti da Lizzano e da Potenza: figure in tuta bianca con la scritta ‘Polizia scientifica’ a caratteri scuri sulla schiena, che brulicavano all’interno di un’area transennata.
In quel pezzo di giardino don Pietro Miraglia era già al di fuori di Santerio, competenza di un’autorità che non riguardava più la gente
comune.
L’idea della messinscena era nata nell’istante in cui Belisario aveva intravisto il cadavere fra le ortiche del giardino della scuola, nella vampa precoce delle nove. Sembrava una nuova forma di misticismo, degna di quell’eccentrico parroco. Una specie di penitenza. O una rimostranza, perché in quel posto c’erano troppe ortiche per un giardino bazzicato da scolaretti; Belisario ne avvertiva l’odore a dieci metri di
distanza e gli veniva da pensare ai preparati alle erbe di sua cognata Elena.
L’unica personalità di Santerio ammessa oltre le transenne era il dottor Mercuri, che si affaccendava intorno al cadavere con aria incredula.
I sacchetti di plastica che gli avevano infilato ai piedi lo facevano somigliare a un fantoccio di marzapane. Era un medico di paese abituato a somministrare analgesici e qualche antibiotico, tutto a un tratto alle prese con una faccenda da film.
Belisario lo sentì rivolgersi al commissario con un filo di voce: “Non meno di quattro, cinque ore.” Mercuri si asciugò la fronte con un fazzoletto appallottolato, e aggiunse: “Ha il cranio fratturato. Ma sia chiaro che io non sono un medico legale.”
Un poliziotto stava ancora interrogando Beppe Ferruzzo, il proprietario del negozio alimentari di fronte alla scuola, che aveva scoperto il cadavere.
Un mozzicone spento nella mano destra, ripeteva la stessa versione dei fatti esibendo l’espressività di una lapide. Stava scaricando una partita di acqua minerale dal furgone quando aveva scorto la sagoma
scura in mezzo all’erba. Aveva urlato come un ossesso per più di cinque minuti. All’accorrere dei primi paesani si era placato, si era acceso la sigaretta, aveva messo su quell’espressione di pietra e non si era più mosso dal vialetto.
Le casse di acqua minerale erano ancora davanti al negozio,il retro del furgone spalancato.
Su tutta quella scena, appena fuori dalla zona circoscritta dalle transenne, lo sguardo del commissario di pubblica sicurezza vagava come una rete da strascico. Era un energumeno in maniche di camicia infastidito dal caldo e dai curiosi. Due o tre volte al minuto chiedeva al sottoposto impalato al suo fianco di scrivere delle cose su un taccuino.
Con atteggiamento riguardoso, il professore lo avvicinò. “Mi chiamo Giovanni Belisario,” disse. “Sono insegnante di italiano alla scuola media.”
Il commissario non lo degnò di uno sguardo. Osservava un poliziotto munito di macchina fotografica chinarsi sul volto del prete: un occhio era semiaperto, l’espressione congelata in uno stato simile a un tormentoso dormiveglia. Il poliziotto scattò la foto a distanza ravvicinata. Nello stesso istante, un singulto doloroso fece voltare tutti verso l’angolo di giardino dove la sacrestana Matilde Scarpetta, aggrappata alla spalla della signora Gianneo, piangeva senza sosta.
“Come possono avergli fatto una cosa del genere?” insisté il professore gettando uno sguardo verso il batticarne affondato nell’erba, di fianco a una lettera ‘A’ stampata su un cartoncino giallo.
“Ha qualcosa da dichiarare in proposito?” rispose brusco il commissario.
Belisario esitò, colto di sorpresa. “No, niente da dichiarare. Mi chiedo solo chi può aver concepito un atto così ignobile.”
“E’ quello che intendiamo scoprire, se ci lascia lavorare.”
Il commissario si rivolse al sottoposto, il tizio che gli stava vicino con taccuino e penna. Gli sussurrò qualcosa. Il tizio scrisse rapidamente.
Nel frattempo, in mezzo alla gente in cima al vialetto era apparso quell’uomo. Il nuovo vicino di Belisario. Indossava un paio di pantaloni di tessuto leggero a tasconi, in cui teneva infilate le mani, e una maglietta grigia che gli fasciava il magro busto. Era la prima volta che capitava così vicino al professore, da quando un mese prima si era installato nella villetta di fronte alla casa di Belisario, e questi notò che era più giovane di quanto gli fosse sembrato la prima volta.
Dimostrava poco più di una trentina d’anni. Osservava la scena con atteggiamento distante, non proprio indifferente, ma era come se non vi trovasse granché di strano o tragico.
Un’ora dopo, a casa sua, Belisario si ricordò di Carlo. Preso da quei pensieri aveva dimenticato di controllargli la febbre.
Lo trovò seduto sul letto, indicò la cosa che aveva in grembo e disse: “E’ un diario?”
Il ragazzo si affrettò a chiuderlo e coprì la copertina con la mano. “Proprio così.”
Belisario gli sorrise. “Cosa scrivi?” Gli poggiò una mano sulla fronte; la temperatura sembrava normalizzata.
“Cerco di fare un po’ di chiarezza.” Il ragazzo lo osservava con occhi ancora un po’ infossati. Le labbra e le guance avevano ripreso colore.
“Vuoi dire che ti sei messo a scrivere per conoscere te stesso, come dicono gli intellettuali?”
“Diciamo così.”
Per quel che ne sapeva, era la prima volta che il figlio si dedicasse a quel genere di attività. “Non stai morendo di caldo?” Gli toccò la base della nuca notando che era madida di sudore. “Su, togli la copertina.” Fece per scostare il copriletto ma Carlo gli bloccò la mano.
“Aspetta... Sento un po’ di freddo alle gambe.”
Belisario gli rivolse uno sguardo più vigile. “Fra quante ore devi prendere l’antibiotico?”
“Cinque. Parlami di quello che sta succedendo fuori.” Con un gesto rapido Carlo infilò il diario sotto le coperte. Il professore finse di non farci caso.
“Perché, hai sentito qualcosa?”
“Chiacchiere di gente spaventata. Sotto la finestra della sala
da pranzo.”
“Che ci facevi in sala da pranzo?”
“Sono andato a prendermi un bicchiere della limonata di zia Elena. Allora, me lo dici che succede?”
“Te lo dico più tardi.” Evitando gli occhi del figlio prese il termometro sul comodino e lo passò al ragazzo da sotto il lenzuolo. “Vediamo se c’è febbre,” disse.
Carlo obbedì, guardando il padre con attenzione. Belisario afferrò il bicchiere con il residuo d’acqua servito per mandare giù le pillole e uscì dalla camera.

...

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