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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Il libro dei ricordi

IL LIBRO DEI RICORDI

Ho lasciato Francesco Guccini che cantava La Locomotiva, su un nastro dentro ad un registratore portatile, e lo ritrovo anni dopo sullo scaffale di una libreria. Non nella sezione Saggi, dove riterrei opportuno che stesse, dato il suo impegno sociale profuso nei testi delle sue canzoni, bensì sullo scaffale dei libri gialli. Guccini, insieme a Loriano Macchiavelli, ha scritto dei bei romanzi gialli.
Ora Guccini è in libreria con un libro di ricordi: Il dizionario delle cose perdute. L'autore ha affidato i ricordi della sua infanzia e adolescenza alla storia. I ricordi del passato quando vengono messi per iscritto e stampati, cessano di essere semplici ricordi e diventano storia. Guccini racconta la storia della vita quotidiana della gente comune, parla di uno stile di vita che è andato perduto insieme alle vecchie cose. E' la storia che non troverà spazio sui banchi di scuola.
Il libro in questione forse non sarà ricordato come un capolavoro della letteratura, ma leggendolo è impossibile, per chi ha vissuto anche solo una parte di quei tempi, non immedesimarsi nelle storie narrate. Soprattutto i racconti, più o meno brevi, offrono numerosi motivi di interesse e in particolare di riflessione su come si sia evoluta e spesso migliorata la vita. Una vita agra e dura, ma fatta di cose semplici. Oggi la vita è sicuramente più agiata, ma decisamente più insicura.
Impossibile, leggendo i racconti, non tornare indietro nel tempo.

UN SALTO NEL PASSATO.
La casa dei nonni era in fondo alla stradella. Per arrivarci si passava in mezzo a rade case tra filari di uve, orti e qualche gallina razzolante. Era così diversa dalla mia casa di città. Il pavimento era un tavolato di legno. La camera da letto al piano di sopra e per soffitto c'erano travi e coppi. Io dicevo che i nonni mi facevano dormire in soffitta. Non c'era l'acqua; la si andava a prendere con due secchi d'acciaio all'inizio della stradella e poi riposti nel sottoscala. Quando avevo sete, prendevo il mestolo, posto lì accanto, e bevevo quell'acqua sempre fresca e da un inconfondibile sapore di ruggine.
Dietro la casa in fondo all'orto c'era un canneto, con canne alte e robuste. Il nonno le scrutò bene, ad una ad una, poi tirò fuori di tasca una piccola roncola e ne taglio una. Mi disse: “Questa sarà la tua canna da pesca.” e la pose contro il muro di casa, al sole, perché si seccasse.
Quando la canna fu pronta, il nonno preparò la lenza e come galleggiante ci mise un turacciolo di sughero opportunamente adattato; poi mi chiese di aiutarlo a cercare i vermi. Nei resti di un fosso prosciugato, lì vicino, trovò un bussolotto di latta mezzo arrugginito, che forse era stato un barattolo di conserva, rivoltò due badilate di terra e io infilai le mani in quelle zolle umide e nere, con una certa riluttanza e un po' di ribrezzo all'inizio, e ne estrassi dei vermi freddi e viscidi. “Prendi solo quelli grossi, quelli piccoli lasciali per la prossima volta.”
“Ecco, semo pronti” mi disse. In una sporta mise il bussolotto coi vermi e una bottiglia con acqua e vino, la attaccò al manubrio della bici, io sul canotto, le canne in spalla e andammo in campagna. Non c'era nessuno, ma tutto era pulito, ordinato e geometricamente perfetto. L'acqua del fosso era ferma , immobile, ricoperta da un tappeto di alghe a foglioline di un verde brillante, che il nonno chiamava rosta. Pareva senza vita quel fosso, solo qualche grossa libellula dai colori brillanti, si muoveva rapida lungo le rive e qualche rana che si tuffava spaventata al nostro passare. Nelle chiazze d'acqua, libere dalla rosta, il nonno buttò le lenze e mi affidò la custodia della mia canna. Il nonno pescava pesci-gatto, una pesca di attesa. Facevo la guardia al mio turacciolo, immobile nell'acqua, in silenzio. Il nonno aveva detto di fare silenzio e stare fermi che sennò i pesci si spaventano e scappano via. Ma il mio turacciolo non si muoveva e ben presto mollai lo sguardo fisso da quel punto e la mia vista si perse nella vastità della campagna circostante inondata di sole torrido. Tutto era silenzio. Cicale invisibili su pioppi e salici cantavano instancabili la festa dell'estate ormai prossima alla fine. La campagna emanava profumi intensi. Oltre il campo di pannocchie sullo sfondo, nell'arsura del sole, tremolavano i Colli Euganei. Esili campanili, lontani, puntati al cielo, parlavano tra loro il linguaggio dei rintocchi.
Il silenzio fu rotto dallo sferragliare di un vecchio treno che, lento e stanco per le lunghe corse, passò su un ponte di mattoni rossi.
“E' l'accelerato che viene da Verona e va in stazione a Rovigo.” disse il nonno indicando un punto dove, sopra la campagna, si elevavano le torri alte e diroccate della città. “E' quello che hai preso tu per venire qui.”
Con una certa emozione mi sforzavo, senza riuscirci, di ricordare se dal finestrino di quel treno avessi visto il fosso dove mi trovavo adesso a pescare.
Il nonno mi raccontò di quel ponte: durante la guerra, una notte era venuto “Pippo”,aveva sganciato una bomba e il ponte era saltato in aria; ora, in quel punto il fosso era molto profondo.
Ascoltavo. Mi piaceva sentire i racconti del nonno.
Il mio sguardo tornò a fermarsi sul turacciolo. Non era più nella stessa posizione.
“Nonno, il galleggiante si è spostato!”
“Allora è venuto a mangiare. Sta' attento che adesso mangia ancora!”
Ora tutta la mia attenzione era sul turacciolo. Un saltello... un altro e il galleggiante non c'è più!
“Nonno...”
“Tiraaa!”
Tirai con forza. Il pesce uscì prepotente dall'acqua e per un attimo si unì in volo con le rondini. Ora si dibatteva frenetico sull'erba calda della riva. Non era un pesce-gatto come quelli del nonno; aveva una forma vagamente arrotondata, di vari colori sgargianti.
“Att...”. Il nonno non aveva fatto in tempo a fermarmi. Mi ero già precipitato a prendere la mia preda. Il pesce inarcò la sua splendida pinna dorsale, bella come la corona di un re e conficcò un aculeo nel palmo della mia mano. Un dolore lancinante mi attraversò.
Piangevo, trafitto dal mio primo pesce. Il nonno mi allungò un bicchiere con acqua e vino.
“Bevi un goccio, dai.”
“No, non voglio vino, voglio acqua.”
Lo bevve lui; poi scese alla riva e riempì il bicchiere d'acqua: “Toh!”
Era fresca, sapeva di terra. Ma la mano continuava a dolermi.
“Pisciaci sopra!” mi disse.
“Eh? Cosa? E perchè?” domandai stupito. Non capivo perchè dovessi fare così.
“Pisciaci su! La pipì disinfetta. Così poi ti passa.”
Il nonno sapeva tutto. Feci così. Dopo un po', non so se per effetto della pipì o cos'altro, il dolore cessò. Allora domandai: “Ma che pesce è?”
“'na oradega. Non è neanche buono da mangiare, è tutto spine.”
Ma la nonna, la sera, lo frisse in padella assieme ai pesci-gatto. Per me era buonossimo!
Avevo pagato lo scotto del principiante, ma adesso potevo dire di essere un pescatore.
Avrei dormito ancora una volta in soffitta, prima di rientrare in città. Prima che la nonna chiudesse gli scuri, diedi un'occhiata fuori. Dietro una fila di alberi c'era l'osteria dove il nonno giocava a bocce. Giungevano voci indistinte tra il cozzare delle bocce e le bestemmie dei veci che beveva ombre de vin. Oltre c'era la campagna, nera, buia, sotto un cielo altrettanto nero. E non si capiva dove finisse la campagna e dove cominciasse il cielo. Un buio profondo. Quel buio profondo aveva la voce di mille grilli.

RITORNO AL FUTURO
A volte penso che la mia generazione abbia ancora da raccontare qualcosa di una vita legata alla terra, fatta di espedienti, fatta di cose semplici. Oggi si è perso il legame con la terra, magari non ce ne accorgiamo, ma ci manca. Allora lo cerchiamo negli orti di città che proliferano nelle periferie o addirittura sui balconi di casa. Ci inventiamo lavori di decoupage per riutilizzare le mani, in modo che queste recuperino un contatto con materie prime e non solo coi tasti di un computer.
A volte penso se mia figlia avrà qualcosa da raccontare. Racconterà di una vita fatta di cemento, di macchine, di cose pronte all'uso e da buttare subito dopo. Racconterà di un mondo virtuale.
Qualche giorno fa, mia figlia, tornando da scuola: “Sai, Papà? Oggi abbiamo usato la LIM.”
“Eh? La LIM? Cos'è la LIM?”
“Ma papà! Non sai cos'è la LIM? Lavagna Interattiva Multimediale! no?”
“....” Resto a bocca aperta, vorrei dire qualcosa, ma ho la lingua bloccata; l'ignoranza mi impedisce di proferir parola!
Guccini in un suo racconto parla di quando sui banchi di scuola c'erano i calamai e per scrivere vi si intingeva il pennino. Calamai e pennini sono andati in pensione alcuni decenni fa. Ora è venuto il momento del pensionamento della vecchia lavagna di pietra nera e dei suoi gessetti bianchi.
Anche la scuola si adegua all'era tecnologica. Niente più polvere di gesso sui banchi di studio.
Per dirla alla Guccini, si potrebbe dire che con la polvere degli ultimi gessetti è sparito l'ultimo pezzo di selvaggio West.

Stefano Chiarato

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