scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Culone" pag.2

«Se non dimagrisco con questa cura, alla fine di questo mese non avrò comunque i soldi per mangiare con quello che mi costi, e quindi dimagrirò per forza.»
«Io sono pagato da tua sorella, che si preoccupa della tua salute.»
«Mia sorella non ha soldi, sono io che finanzio tutti in casa.»
«Meglio, così ti sentirai ancora più coinvolto.»
Nel bar, dietro il bancone c'era solo una ragazza che passava il tempo guardando la TV.
«Ciao». Disse vedendolo, poi si accorse dell'altro uomo e corresse il saluto in un più formale “buonasera”.
Vittorio le sorrise, poi si vide nello specchio fra le bottiglie e gli passò la voglia di sorridere.
«Caffè?» Chiese la ragazza.
«Per me sì.» Rispose e guardò con aria interrogativa l'uomo che era con lui.
«Io acqua minerale, gassata, perché stasera sono in vena di stravizi.»
La ragazza lo guardò di sfuggita, ma non sorrise, quel tipo non gli piaceva e lei difficilmente si sbagliava.
Vittorio cercò di farsi durare il più possibile il caffè in modo da poter riprendere fiato.
L'altro finì la sua acqua e si diresse verso la porta.
“Allora, ci vediamo domani mattina alle sei e mezza, io torno in albergo.”
“Alle sei e mezza? Ma io sono in ferie!”
“Presto a letto presto in piedi il dottore mai non vedi.” Rispose l'altro, poi uscì senza neanche salutare.
“Un vero cafone. Dove l'hai trovato?” Chiese la ragazza.
“Non lo so, è arrivato ieri e mia sorella ha detto che mi rimetterà in forma.”
Lei non disse niente e continuò a sciacquare le tazzine del caffè prima di metterle nella lavastoviglie.
“Non ci credi?” Chiese Vittorio.
“Il contenuto è più importante del contenitore.” Rispose lei guardandolo. Poi senza dargli il tempo di capire prese i soldi dal banco e gli porse lo scontrino.
Vittorio prese a sfogliare gli espositori dei dolci e delle patatine fritte, come faceva sempre, ma stasera non aveva voglia di niente. La ragazza tornò a fissare la TV, e lui come al solito non si accorgeva delle occhiate che lei gli lanciava quando era di spalle.
“Non prendo niente stasera.” Disse appoggiandosi al bancone.
“Allora la cura comincia a fare effetto, di solito fai la scorta per la notte.”
“Non ho soldi, a parte quei pochi per pagare il caffè. Mi ha vietato di portarli con me.”
“Se vuoi ti faccio credito, sei un ottimo cliente.” Disse lei con il viso senza espressione.
“No, lo sai che non voglio debiti, neanche piccoli.”
“Lo so, e sei l'unico.”
“Almeno in qualcosa lo sono.” Sorrise alla ragazza e lei ricambiò il suo sorriso e gli occhi le brillarono sotto i faretti della vetrina.
“Sì, credo di sì.”
Era uno di quei momenti che capitano di rado, quando due persone riescono a comprendersi senza troppe parole. Quei momenti che ricorderai anni dopo e ti chiederai che sarebbe successo se avessi
fatto o detto una cosa diversa.
Ma poi, come sempre, entrò il guastafeste che non poteva vivere altri cinque minuti senza una birra, e il momento passò.
“Allora, ciao.” Disse Vittorio.
“Ciao, e grazie.” Rispose lei.
Il sole era tramontato ma non era ancora notte. Le ombre coprivano piano i vicoli antichi e i lampioni si accendevano, dondolati dal vento ormai freddo. Una luna grande come un'arancia si preparava a percorrere il cielo nero e a nascondere le stelle dietro il suo chiarore.
Vittorio camminava lento e stanco verso casa e il sudore gli gelava la schiena un po' curva.
Andò a dormire subito, senza neanche lavarsi, tanto a chi importava ormai?
Steso nel letto che scricchiolava ogni volta che si girava, Vittorio ripensava al suo primo giorno di ferie. Perché si era lasciato coinvolgere in quella storia? E poi chi lo conosceva quel tipo?
Per quanto ne sapeva lui poteva essere un ciarlatano che gli avrebbe spillato un bel po' di soldi e forse senza alcun risultato. Però sapeva essere convincente, e in fondo lui sperava davvero che alla
fine del mese la sua vita sarebbe stata diversa, quella vera e non solo la circonferenza dei suoi fianchi.
Aveva da fare un mese di ferie perché era stato costretto a prendersele tutte insieme visto che ne aveva diverse accumulate dall'anno prima.
Non aveva posti dove andare e appena uscito dall'ufficio già pregustava un mese intero sdraiato a mangiare e leggere tutto quello che gli pareva. Ma l'arrivo di quel tipo aveva cambiato tutti i suoi programmi, come capita spesso a coloro che sono così ingenui da farne.
E così quella sera si ritrovava con le ginocchia doloranti, i piedi gonfi e le spalle indolenzite.
“Non finiva mai quella salita.” Pensò ricordando il percorso dal ristorante fino al paese e si ricordò di quando da bambino lo faceva tutto di corsa e arrivava senza il minimo sforzo.
Allora non lo chiamavano “arancino con i piedi o culone” e le ragazzine gli giravano attorno, litigando per farsi accompagnare a scuola.
Ma era stato un bel po' di tempo fa, e ormai erano tutte sparite, molte andate verso la città in cerca di una vita se non migliore almeno più varia di quella che le aspettava in quel piccolo paese.
Ma tanto a lui interessavano poco, perché quella che gli piaceva e per la quale avrebbe fatto qualunque cosa stava ancora lì.
Ma il tempo passa e solo quando è tardi ci accorgiamo che quasi sempre è meglio esporsi e ricevere un rifiuto piuttosto che aspettare che le cose si risolvano da sole. E che le persone non capiscono noi
più di quanto noi comprendiamo loro.
Poi un giorno partì per l'università, perché suo padre, analfabeta, voleva che suo figlio studiasse per diventare qualcuno e che gli altri non potessero approfittarsi di lui solo perché era ignorante.
Rimase fuori per cinque anni e quando tornò era un'altra persona.
Portava con sé una laurea, e settanta chili di troppo.
«Bravo che hai portato il cocomero!» Fu la prima frase che si sentì dire appena sceso dalla corriera.
Un suo ormai ex amico gli tastò la pancia e non aggiunse altro solo perché vide nei suoi occhi qualcosa che lo dissuase.
La ragazza del bar, con la quale si erano scritti delle lunghe lettere, lo guardò dalla porta, senza dire una parola.
“Ecco perché non mi ha mai voluto spedire una fotografia.” Pensò, poi distolse lo sguardo, cercando di vedere ancora quel ragazzo che se n'era andato tanti anni prima e che lei aveva immaginato ogni sera rileggendo e consumando quei fogli scritti con la sua calligrafia piccola e ordinata.
E adesso gli tornava quello lì, tutto diverso. Ma è più importante il contenuto che il contenitore, aveva concluso, ed era andata verso di lui per salutarlo, anche se le braccia non le sarebbero bastate
per stringerlo a sé.
Fra sterpaglie e sassi la prima settimana finì.
“Spero che domani piova, così almeno mi riposo.” Aveva pensato Vittorio il quarto giorno vedendo le nuvole nere che si ammucchiavano all'orizzonte.
E infatti la mattina dopo pioveva di santa ragione. Si alzò dal letto con grande sofferenza e trascinò fino alla finestra il suo corpo pesante e indolenzito. Fuori l'acqua scorreva nel vialetto e formava un
piccolo fiume che trascinava con sé le carte dei dolci che egli gettava ogni sera dalla finestra prima di addormentarsi, le carte non i dolci.
Il cielo era di quel grigio che promette pioggia per tutto il giorno e neanche un solo sprazzo di azzurro faceva sperare in un miglioramento.
“Meno male!” Disse Vittorio, poi se ne tornò a letto, deciso a starsene finalmente a riposo.
“Ci vuole, dopo quello che ho passato.” Disse a sé stesso, poi allungò la mano verso il comodino e raccolse dal cassetto una manciata di nocciole glassate.
Un libro, la sua lampada e di fronte la finestra, con la sua luce grigia dalla quale intravedeva i rivoli di pioggia che con frastuono cadevano nelle pozzanghere.
Con un occhio leggeva e con l'altro sonnecchiava, indeciso fra l'una e l'altra cosa. E come sempre quando si è indecisi, la mente vagava verso pensieri che non c'entravano niente.
Ma durò poco perché una lunga scampanellata arrivò ad interrompere le sue fantasie.
Nessuno andava ad aprire perché tutti si aspettavano che ci andasse lui che dormiva al piano terra.
Quindi dovette posare il libro, inghiottire le noccioline che stava gustandosi lentamente passandole da un lato all'altro della bocca e alzarsi.
“Beh? Ancora non sei pronto?” Chiese il suo “allenatore” affacciandosi sulla soglia.
“Ma non lo vedi che è cominciato il diluvio universale?” Rispose Vittorio indicando il cielo nel quale le nuvole si accavallavano vorticose.
“Non credo, c'è già stato tempo fa, questo è solo un acquazzone estivo.”
Stava fermo sotto la pioggia, infilato in un impermeabile giallo che gli arrivava ai piedi e con un cappellone da pompiere che colava acqua da tutti i lati.
“Io non ho impermeabili, mica posso venire a camminare per il bosco con l'ombrello.”
L'altro fece un sorriso furbo.
“Credi che non li conosca i tipi come te?” Disse porgendogli un sacco di plastica.
“Che è?” Chiese Vittorio, anche se temeva di conoscere la risposta.
“I miei ferri del mestiere, perché credi chi mi porti dietro tutte quelle valigie?”
Vittorio prese il sacco grondante e fece cenno all'uomo di entrare.
“No, grazie, rimango qui così farai più in fretta a prepararti.”
La pioggia aumentò e un tuono lontano rotolò fra le montagne, presagio di cose non buone.
Nel sacco c'erano degli stivali di gomma, un cappello d'incerata e un impermeabile.
“Come fai a sapere che mi andrà bene?” Chiese Vittorio.
L'altro si asciugò un po' d'acqua dal viso e mostrò di nuovo il suo sorriso bagnato.
“Io lavoro con i ciccioni, cosa credi? Le conosco le misure. Dai, sbrigati che potrebbe venire a
piovere.” Disse.
Neanche si lavò il viso, tanto ci avrebbe pensato la pioggia, indossò l'impermeabile giallo che lo faceva assomigliare ad un gigantesco anatroccolo, si riempì le tasche di cioccolato e noci, per eventuali momenti di debolezza, e svogliatamente seguì l'uomo dentro il diluvio.
“Non mi piace molto che mi chiami ciccione.” Disse Vittorio mentre si avviavano.
“Ecco un'altra cosa che dovrai imparare, a sopportare le offese.”
“Questo non c'entra con il dimagrire.”
“Lo dici tu.” Rispose l'uomo, poi si avviò lungo la provinciale.
“Oggi viaggeremo su strada visto che il resto del mondo è fango.” Disse poi.
“Stai parlando di politica?”
“No, è proprio fango vero, fatto solo con acqua e terra. Arriveremo laggiù.” Disse indicando il paese vicino che si intravedeva fra le nuvole basse.
Vicino per modo di dire visto che distava più di dieci chilometri.
Vittorio si sentì sconsolato, ma poi pensò che almeno non sarebbe stato in salita, o peggio in discesa quando le ginocchia gli dolevano sotto il suo peso.
Una cosa che gli era sempre piaciuta erano i lavori ripetitivi, quando poteva staccare la mente dal corpo e pensare ai fatti suoi. E anche camminare stava ormai ridiventando per lui una cosa che faceva senza pensarci. Ed era bastata una settimana.
Vittorio si frugò le tasche, poi entrò nel bar con tutti gli spiccioli che aveva, per rifornirsi di dolciumi.
«Brutto stupido, se ricominci ad ingrassare non farti più vedere da me.» Disse la ragazza.
«E perché dovrei farmi vedere da te?» Chiese lui, poi finalmente capì quando vide che, senza ricordarsi dello specchio, lei si era voltata per asciugarsi alcune lacrime.
Vittorio non trovava mai le parole, ma quella volta il suo gesto di buttare nel cestino i suoi acquisti disse molto di più.

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