scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Culone" pag.3

Uscì, mentre la ragazza si soffiava il naso con un tovagliolo di carta e controllava se il rimmel non le fosse colato sulle guance.
Lui camminava al centro della strada, e il vento fresco faceva svolazzare la sua camicia che cominciava a stargli larga.
Nel prezzo della cura era compresa anche una bilancia pesapersone.
“Ma non osare pesarti più di una volta al giorno, solo appena sveglio, poi basta.” Gli avevano detto,senza spiegargli il motivo.
E lui ligio alle regole si pesava ogni giorno appena metteva i piedi sul pavimento freddo, ma finora non aveva visto cambiamenti, anzi una mattina era risultato di mezzo chilo più grasso.
“Stai tranquillo, a volte capita, vedrai che poi comincerai a perdere peso tutto insieme, specialmente se smetterai di mangiare di nascosto.” Aveva detto l'uomo.
Vittorio aveva cercato di negare, ma le sue tasche gonfie l'avevano tradito.
“Ma io ho fame, non posso smettere così all'improvviso.” Si era lamentato.
L'uomo aveva lanciato lontano nel bosco i dolciumi che lui aveva comprato la sera prima. Poi l'aveva guardato con lo sguardo assente, come perso in un ricordo che sapeva solo lui.
“I cambiamenti non avvengono gradualmente, è una convinzione che hanno in molti, ma è sbagliata. Le cose cambiano all'improvviso, che ci piaccia oppure no. E' come quando stai cercando di imparare qualcosa, studi ma non capisci, leggi e rileggi ma niente, poi a un certo momento
d'improvviso vedi la madonna e tutto diventa chiaro. Prima no e un istante dopo sì.”
Vittorio continuava a guardare nel bosco per cercare di identificare dove fossero caduti i suoi zuccherosi acquisti.
L'uomo continuò.
“Per i cambiamenti è la stessa cosa, non puoi cambiare un po' per volta; non ci riesce nessuno. E'come smettere di fumare, non puoi farlo diminuendo di una sigaretta al giorno, devi troncare tutto in una volta se vuoi sperare di farcela.”
“E tu allora perché non smetti, visto che sai tutte queste cose?”
“Semplicemente perché non mi va di smettere. Se devo morire almeno sarà per una cosa che mi piace.”
“Ti piace il tumore ai polmoni?”
“Non intendevo quello, e poi mica è detto che non mi capiti qualcosa prima. Insomma, fumare fa male, ma tutto è nocivo, anche l'aria che respiriamo, altrimenti vivremmo in eterno.”
“Non mi hai convinto per niente, e se riuscirò a dimagrire sarà solo perché ho un sacco di vestiti che mi piacciono e così potrò rimetterli.”
L'uomo sorrise. “Saranno fuori moda ormai. C'è un motivo più valido, ma tu non sai vederlo perché il grasso ti ha offuscato anche gli occhi oltre che la mente.”
Vittorio rimase senza parole, quell'uomo gli leggeva nel pensiero.
“Che ne sai tu di me? Ci conosciamo da neanche una settimana.”
“Siete tutti uguali voi grassoni, non ci vuole niente a capire il vostro adiposo cervello. Dai,andiamo.” Rispose l'altro avviandosi senza aspettarlo.
Vittorio represse la voglia di staccargli la testa solo perché non riuscì a stare al suo passo e quando finalmente l'ebbe raggiunto l'arrabbiatura gli era passata.
Ma intanto, a forza di maltrattamenti, di perquisizioni corporali alla ricerca di cose mangerecce, di camminate sempre più lunghe, qualche risultato si cominciava a vedere davvero.
Un giorno provò da solo a salire le scale che portavano in cima al paese e si rese conto con meraviglia che ebbe bisogno di fermarsi solo due volte. Erano anni che non vedeva dall'alto il posto in cui viveva e fu come quando rileggi un libro letto da ragazzo. Ti piace ancora, anche se ne conosci la storia e il finale.
Il suo allenatore, ormai lo chiamava così, non si era visto quel giorno e forse era partito per affari suoi e lui ne aveva approfittato per girellare un po' da solo.
Adesso che era arrivato in cima, si strinse la cinta dei calzoni che cominciavano a stargli lenti e decise di spingersi fino alla pineta.
I posti non cambiano l'odore e a tornarci si possono ritrovare i ricordi del tempo passato che sono rimasti ad aspettarci. E in mezzo agli alberi che disegnavano pezzi di cielo, fra l'erba e nel fischio
del vento fra le cime, rivide due bambini che si rotolavano nel prato, ignari e indifferenti a vipere e ragni. Lui era magro e lei era bella. Ma nessuno dei due sarebbe rimasto così.
Lui adesso era quel grassone che faticava a mettere un passo dietro l'altro, anche se si illudeva di stare migliorando, lei era rimasta la stessa di quei pomeriggi d'estate, quando Vittorio pensava che
da grande avrebbe sposato lei o nessun'altra. Ma adesso non era più quella ragazzina che parlava continuamente e che gli raccontava tutto di sé.
Adesso era taciturna, passava le giornate nel bar a servire vino scadente a persone scadenti e se diceva qualcosa era solo per lavoro.
“Se non le fai se le inventano, perciò da me non sapranno più niente.” Aveva detto un giorno, e lei era il tipo che manteneva le promesse.
Ed era questo che lasciava accesa una fiammella in Vittorio. Il fatto che un giorno, in quella estate a metà fra la fanciullezza e la vita vera, gli aveva promesso che l'avrebbe amato per sempre.
E lei era una che le manteneva le promesse.
Sedette su un masso in mezzo agli alberi, che nessuno avrebbe mai saputo spiegare come fosse capitato fin là, lo stesso sul quale sedevano tutti e due tanti anni prima.
“Come ho fatto a diventare così?” Si chiese di nuovo, ma lo sapeva benissimo.
Un giorno mangi un dolce di troppo, il giorno dopo lo fai di nuovo, e si fa presto a prendere i chili quando chi comanda è la gola, perché ingrassare non capita d'improvviso, all'inizio allenti un po' la
cinghia, poi ti accorgi che le giacche non ti entrano più, ma tanto sono fuori moda ed è la scusa per ricomprarle. E dopo indossi quasi sempre maglioni che non tirano da ogni parte come le camicie.
Maledisse quelli che lo conoscevano e non l'avevano avvisato in tempo. Ma come si fa a dire a uno che è uno schifoso grassone? E alla fine glielo dissero solo per deriderlo.
Ma ormai era troppo tardi e più ingrassava più gli veniva fame.
Fu così che scoprì che la gola non è solo una parte del corpo, ma qualcosa che non va nella propria testa.
“Avrò perso a malapena dieci chili, non ce la farò mai a tornare come prima.” Disse parlando a voce alta ai pini, che non si interessavano affatto a lui e che già avevano i loro problemi con le processionarie.
Gli veniva da piangere, ma non l'avrebbe fatto mai perché ancora credeva che i veri uomini non dovrebbero piangere. Ma che altro rimane a chi non vede vie d'uscita?
Perché per dimagrire davvero nel corpo bisogna prima dimagrire nell'anima, e avere un motivo valido. E prese a piangere come quando era bambino, prima che tutti cominciassero a sfotterlo e
chiamarlo femminuccia.
Singhiozzava forte e anche se qualcuno fosse arrivato non gli importava più.
E fu così che non si accorse che il suo motivo valido si era avvicinato, e adesso ferma fra l'erba lo guardava senza espressione, perché a volte qualunque cosa si faccia è quella sbagliata.
Se ne accorse solo quando lei spezzò un rametto che aveva raccolto.
“Oggi il bar è chiuso. Ho fatto una passeggiata.” Disse.
Vittorio si asciugò gli occhi con la manica.
“Anche io, avevo da pensare.”
“E l'hai fatto?” Lei si avvicinò.
Lui non rispose. La guardò. Stava in piedi, fra la luce e l'ombra e a parte che era un po' più alta, non era per niente diversa da quella che poco prima rotolava con lui nell'erba della sua memoria. L'unica
differenza era che non rideva.
“Oggi sono da solo, quello lì non si è visto.” Disse lui.
“Lo so, e non lo vedrai più per molto tempo.”
“Perché?”
“Era un imbroglione, si fingeva medico, l'hanno preso ieri sera, c'ero solo io nel bar e ho visto mentre lo portavano via.”
Vittorio non rispose. Solo il vento faceva il suo rumore triste fra i rami dei pini.
“E adesso?” Disse poi.
“Adesso dovrai fare da solo, ma hai cominciato, mi pare.” Rispose lei.
Si avvicinò per sistemargli il colletto della camicia che lui portava sempre in disordine, poi, visto che c'era gli accarezzò i capelli e gli tirò un orecchio.
Lui si alzò e si girò verso di lei.
“Da domani non ti venderò più schifezze, dovrai andare a comprartele da un'altra parte se proprio le vuoi.” Disse la ragazza.
“E chi li vuole?” Rispose lui, poi si frugò nelle tasche piene di dolci e altre cibarie e lanciò nel prato tutto quello che trovò, comprese le chiavi di casa.
Allora lei lo abbracciò e lo strinse forte, in silenzio, perché le cose da dire erano troppe e non è vero che bisogna sempre dirsi tutto.
Nella tasca della gonna aveva ancora quello che rimaneva del suo libretto di risparmi ormai vuoto.
Aveva preteso parecchio quello lì per andarsene, ma tanto che te ne fai del denaro se è la sola cosa che hai?
Il vento smise per un istante di soffiare e gli uccelli di fare chiasso. Nel silenzio, si tenevano stretti e lei riusciva solo a pensare che le sue mani abbracciandolo potevano di nuovo toccarsi.
E finalmente, dopo tanto tempo, sorrise.

"Culone"

Racconto molto ben scritto e “terapeutico” oserei dire. L’autore riesce a farti immedesimare nel personaggio lungo tutto il percorso che conduce al suo riscatto fisico e morale . Complimenti vivissimi a Francesco Pomponio!

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