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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" pag.1

Non bisogna credere a chi dice che Londra sia inospitale e invivibile, per noi italiani. E’ solo diversa.
Innanzi tutto piove.
Trecento giorno all’anno. La nebbia invece è fenomeno più raro di quanto si pensi.
La pioggia basta e avanza.
Quel giorno c’erano pioggia e nebbia. Tanto per dare un’idea della situazione.
Mi svegliò il solito odore di salsicce fritte, che la padrona di casa preparava ogni mattina, disponendole nei piatti a gruppi di tre.
Sperava sempre di coinvolgermi in quel rito pagano. Solo i sassoni riescono ad apprezzare salsicce fritte nello strutto, uova strapazzate e pomodori grigliati a così tanta distanza dal tramonto. Oddio pure in certe parti della Francia, vabbè non divaghiamo.
Diciamo che avrei dato qualsiasi cosa per un caffè.
E non mi riferisco a quella schifezza solubile che certe popolazioni trangugiano a boccali.
Un caffè vero. Nero, forte e concentrato come un dado da brodo.
Estratto di adrenalina pura.
All’estero non pretendo mai la mia solita dose mattutina di tre caffettiere da quattro tazze cadauna.
Sarebbe come chiedere l’impossibile. Quella mattina mi sarei accontentato di una semplice tazzina. Forte e senza zucchero.
Sigaretta, bagno, doccia.
In mancanza di caffeina, la nicotina è un surrogato passabile.
Fuori c’era un tempo infame. Nebbia e pioggia, l’ho già detto.
E vento. Sembrerà strano, vista la nebbia, ma sono privilegi che solo il nord Europa ti permette di godere appieno.
In cucina, osservai con ripugnanza la tavola imbandita. Quella mattina c’erano anche i cetriolini sottaceto.
La padrona di casa inzuppò nel latte un sandwich di segale con burro e salame.
Trattenni a stento un brivido. Non sono un vigliacco, ma ci sono cose che mi fanno davvero paura.
Mentre accendevo l’ennesima sigaretta, cercò di coinvolgermi in una di quelle splendide discussioni sul tempo che piacciono tanto agl’inglesi.
Risposi con un grugnito.
Dopo due mesi, non ero ancora riuscito ad addestrarla bene. Per esempio sul fatto che i popoli latini, a parte qualche disgraziata eccezione, al mattino presto non gradiscono lunghe conversazioni.
Dopo il tramonto e soprattutto in presenza di grandi quantità di vino e distillati è tutto un altro discorso, ma di mattina non se ne parla proprio. Nel senso letterale dell’espressione.
Invece niente. Joanna, la padrona di casa, continuava a parlare a ruota libera, alternando al latte con salame le salsicce con contorno di cetriolini. Di cui, che Dio la perdoni, mi fece gentilmente offerta.
Risposi a monosillabi. Cosa che, mentre si avviluppava in una vaporosa vestaglia a fiori di taglia extralarge, le fece pensare che fossi di cattivo umore.
Me ne chiese la ragione.
Non ero in vena di lunghi discorsi, e addebitai il fenomeno alla mancanza di caffè. Si alzò da tavola, c’erano ancora due o tre salsicce incustodite, per frugare dentro uno stipetto, da cui estrasse, con un sorriso trionfale, un barattolo di quell’orrenda cosa istantanea che i popoli barbari chiamano caffè.
Scossi ripetutamente la testa.
- Non è colpa vostra. – dissi – E’ che avete colonizzato la parte sbagliata dell’America. Pretendendo, per di più, di civilizzarla introducendo il the. E il fatto che i locali ne abbiano gettato un carico intero nelle limacciose profondità del porto di Boston, dovrebbe indurvi più di una riflessione in proposito. –
Non dissi esattamente limacciose profondità. Diciamo che usai un termine leggermente più cockney, ma la grassona non diede segno di accorgersene. Si limitò a sospirare, chiudendosi la vestaglia sopra l’ampia e lattea scollatura.
Spazzolò via le salsicce residue, poi accese uno di quei cilindretti di vomito, con i petali di rosa disegnati sopra il filtro, che si ostinava a definire sigarette.
- C’è un negozietto dalle parti di Soho – disse con voce roca, dopo aver sbuffato un soffio di fumo.
Accesi una sigaretta anch’io. Una vera.
- Lo gestisce una coppia di vecchi. Sono tutti e due italiani. Lo so perché ci andava sempre il mio ex marito. Andava matto per il prosciutto di Palermo. – concluse con un largo sorriso.
A beneficio delle mie origini siciliane, I suppose.
- Di Parma – la corressi – A Palermo non usano il prosciutto. Posso nutrirsi solo di frittura, milza di vacca e farina di ceci. E’ un fatto religioso. –
Sollevò un sopracciglio, poi scosse le spalle. Gli italiani le sembravano già abbastanza strani così, senza bisogno di approfondire.
- Comunque in quel negozio vendono il caffè italiano. Se i vecchi non sono morti, nel frattempo. E’ tanti anni che non ci vado. –
Le spiegai che il problema non era il caffè. Quello si trova. Quanto il procurarsi una buona caffettiera. In sei mesi di Londra avevo cercato dappertutto, perfino da Harrods. Hanno voglia di vantarsi. Dallo spillo all’elefante, dalla cipria alla portaerei, ma caffettiere niente.
Solo una volta mi era capitato di vedere una vecchia napoletana arrugginita nella vetrina di un antiquario in Church Street. Autentic italian coffepot, diceva il cartello. Costava quanto un monolocale in periferia, o quasi.
- Oh, ma li ce l’hanno – disse Joanna – tutte le caffettiere che vuoi. Così la mattina te lo puoi preparare nella tua stanza, sul fornello elettrico. –
Immagino fosse un modo per tenermi fuori dai piedi, visto che non funzionavano né le salsicce, né le generose esibizioni di scollature. Il mito del maschio latino doveva essere decisamente ribasso da quel lato del Tamigi.
Comunque mi diede l’indirizzo.
Ci andai durante la pausa pranzo, il che, data la distanza, significava praticamente saltare il pasto. Mi consolai pensando che avrei potuto gustare l’autentico prosciutto di Palermo. Roba fine, da intenditori.

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