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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Aforismi" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura
CROCEVIA
La mamma sputò la mascherina dell'ossigeno. Si aiutò a liberarsi anche con le manine. Le manine della mamma. Piccole, tozze, ma tanto care. Poi fece dei movimenti scomposti. Voleva strapparsi il camice di dosso. Di tutto quanto ho sopraddetto incredibilmente non è successo niente. Io le tenevo la manina, come fosse un gomitolo da carezzare. La mamma non era sopita, guardava, furtiva, qua e là. E invocava: “Vino, vino.” E accennava alla casa dove voleva tornare al più presto. Le lasciai la mano, le carezzai la fronte e i capelli sporchi, poi senza voltarmi traversai la stanza con un passo dolente che voleva dire che noi non dovevamo più percorrere la strada insieme.

TUTTE LE MAMME
Sono belle tutte le mamme. Anche Moravia sosteneva che fra mamma e figlio insorge il rapporto più bello. Allora bisogna dire che sono belle tutte le mamme dei figli maschi. Gli Americani (e chi se non loro?) hanno teorizzato anche che il figlio maschio nasce dall'amplesso più intenso, più pieno, più carico di fuoco da entrambe le parti. L'altro giorno ho visto un nano bruttissimo e ho pensato ai tanti nani bruttissimi e alle loro mamme bruttissime.

AMARSI
Sì, la loro può dirsi un'avventura. O anche una cavalcata per le praterie dove guida e pulsa soltanto il cuore. Ma non basta. La loro è stata un'investitura: io do a te perché tu dia a lui (o a lei). Parliamo di una coppia che mette su famiglia. Tre sono i prodotti di questa coppia. Tre maschi. La femmina è rimasta cartuccia inevasa. Bene. Questa coppia ha concluso la sua vicenda terrena. Ovvio, non lasciare tracce del percorso incidentato. Ma più che ovvio, affidare al vento le pagine e pagine di un incartamento fra innamorati. Così l'atto di mia mamma, che prima di riposare al fianco del suo uomo, straccia e butta all'aria la fitta corrispondenza di una vita corsa sui binari e della bontà e del disinteresse, e si colora delle tinte di un'aurora boreale.

UNO SU CINQUE
Mamma, se io ti penso è come ti guardassi, scrutassi negli occhi. Raramente, in vita, è successo che i nostri sguardi si incrociassero. Succede in morte. Contento? Paralizzato. Annichilito. Ho una tua foto che, col sottoscritto stretto al seno, mi regala il tuo sguardo fisso. Ma è diverso. E allora ti penso, ma senza scrutarti negli occhi. Parlandoti l'universale linguaggio del silenzio. La mia schizofrenia? Mamma, uno su cinque sulla Terra soffre, patisce la mia malattia. Vedo, scorgo: I tuoi occhi – mi hai sempre capito e sai che le statistiche sono la mia forza – sorridono.

1982
Salivo il Golgota del mio malheur. Della mia disgrazia. Del mio dispiacere. Volevo morire a ogni istante e qualcosa o qualcuno me l'impediva. Il medico di guardia era stato una carogna con me. Ma non lo odiavo. Pensavo troppo a me. Salivo, secondo lui, i gradini della turpitudine. E' che volevo farmi male. Quando mi “inchiodarono” a un letto, i miei cenci sudavano come un colabrodo. Udii anche un martello che picchiava i chiodi “pronti” per me. Il Talofen impedì che gridassi al Cielo il nome di Dio. Chiusi gli occhi che non mi avevano ancora “crocifisso”. Gesù è la vittima.

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