scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"I ragazzi di Villa Elma" di Giuseppe Pederiali

Anche se i coccodrilli non si vedevano, Carlo era sicuro che affollavano quella parte di fiume dove più fitte erano le erbe acquatiche. A guardar bene se ne poteva scorgere un muso spuntare tra due ninfee, e un dorso, scaglioso e crestato come quello di un dinosauro, affiorare al centro del corso d'acqua, confuso dalla nadrina. Meglio tentare il guado un poco più a sud, dove gli unici animali che abitavano la Fossa Signora erano pacifiche rane e pigre bisce, oltre a qualche nera folaga che faceva il nido tra le canne. Questa era la riva preferita da Carlo perché le alte canne palustri cresciute sui due lati della Fossa somigliavano moltissimo ai bambù della foresta malese di Sandokan. Tra l'acqua e l'argine, nascosta dalla vegetazione, c'era la piccola radura con la capanna costruita da Carlo: un covo che neppure i suoi migliori amici conoscevano; un luogo segreto nel quale custodiva l'arco, le frecce, la fionda e dieci splendide gazose che costituivano il suo tesoro, per più sicurezza sepolte nella terra sotto la più grossa delle canne, che lui chiamava la Canna Sacra. Da quel luogo nascosto, Carlo poteva scorgere laggiù, oltre la campagna coltivata, gli alberi e uno scorcio di Villa Emma. Anche l'edificio e il parco da anni rinselvatichito fino a somigliare a una vera foresta, facevano parte del territorio di Carlo, anche se lui si avvicinava alla villa soltanto in occasione di caute esplorazioni. Disabitata da alcuni decenni, la solitudine la rendeva ancora più misteriosa perché sicuramente infestata di fantasmi.
Ma aveva deciso: oggi sarebbe penetrato all'interno della villa attraverso uno dei finestrini delle cantine, quello privo di inferriate. I fantasmi, gli spettri e compagnia bella non esistono e non potevano fare paura a un ragazzo di ormai tredici anni. Per sicurezza avrebbe comunque portato un'arma, la fionda oppure l'arco fatto con un flessibile ramo di salice e le frecce costruite coi raggi di una bicicletta, capaci di attraversare una mela da parte a parte. Villa Emma di sicuro nascondeva tesori.
Sfilò le scarpe, infilò le calze dentro le scarpe e le mise nella minuscola capanna. Tornare a casa senza scarpe significava prenderle dal papà, dalla mamma e anche dallo zio calzolaio che avrebbe dovuto fargliene un altro paio. Quale arma scelse la fionda, dava meno nell'occhio, stava dentro una tasca, e in mano a uno con la sua mira costituiva davvero un valido strumento di attacco. Nella villa potevano esserci dei banditi, dei soldati nemici dell'Italia, o una belva, orso o lupo, di quelle che secondo Don Arrigo un tempo abitavano in quelle terre, sopravvissuta per la sua astuzia e ferocia.
Immerse il piede dentro l'acqua della Fossa Signora. Era tiepida. Tolse pantaloncini, canottiera e mutande, che erano gli unici indumenti che ancora aveva addosso, li annodò tra loro, ne fece una palla con dentro la fionda e la lanciò sull'altra riva dove cadde tra l'erba, all'asciutto. Scivolò in acqua adagio, godendo il fresco contatto e il profumo di erbe e di pesce. Cercò di non pensare ai coccodrilli che poteva incontrare. Mentre nuotava verso la riva opposta, fu addirittura tentato di convincersi che i coccodrilli non potevano esistere in un canale vicino a Nonantola, in provincia di Modena, un giorno dell'estate del 1942. Ma arrivò sulla riva prima di quei cattivi pensieri che potevano sciupare i giochi futuri, accolto da numerose rane che gli vennero incontro tuffandosi in acqua.
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