scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Fabrizio Chiesura - Erano i giorni dei capelli lunghi

Sono passati degli anni, pieni di lotta, e di quello che si usa chiamare la Vita. Tu dici: tutto il senso dei tempi favolosi in cui ogni cosa che vediamo sembra volerci parlare, se n'è andato da un pezzo. C'est la vie, questa è la vita: così era previsto, amico. Ma nonostante questo io credo che, stringendo i seni caldi di un'amica o sedendo accoccolato in un angolo parlando di lavoro o di vino, sia possibile riandare con la memoria a quell'altro mondo, chiuso nella fantasia e nei primi passi, negato al Pensiero e alla Vita, specchio deformante della realtà; a quel nostro lido che noi vogliamo “senza peccato”, dove il bambino vive, nel silenzio e nel distacco, la sua immobile infanzia, su un suolo piatto, nell'attesa dell'uomo. Oggi io sono, secondo i casi, permaloso, loquace, retorico, impulsivo, generoso e, qualche volta, felice; e so che posso, solo che lo voglia, adirarmi e raddolcirmi, deridere e riverire, ragionare e delirare. Di tutto questo è plastica emozione e quasi corporeo sentimento io ho la possibilità di nutrirmi, forte come una quercia morirò stroncato solo da una grande ventata. Poi alle volte sogno di una fanciulla di vent'anni, piccolina, con un viso tondo e perfetto di Madonna e dei grandi occhi a mandorla, e basta che m'affacci sulle scale per trovarmela davanti, e guardo scendere la luna nelle gole profonde dei valichi montuosi, negli altipiani degli Appennini con i loro grandi spiazzi di terra arata e di pascolo e nella natura che si scolora. Oggi. Ma ieri? Allora le cose mi parlavano ma più che parole erano eserciti di immagini paurose, di sagome prodigiose e senza corpo che mi stavano intorno e miracolo e brivido costituivano un impasto così armonico e ovvio da persuadermi della sostanziale immobilità dei fenomeni, come avviene quando l'idea precede il fatto e quasi si sostituisce ad esso. La percezione si consumava in un baleno dentro il mio guscio di conchiglia: ed era un singhiozzo che muore in gola, un tenue vibrare che nessuno avverte il miracolo che si compiva in me. E questo, in fondo, non è pensare. E non è nemmeno vivere. Il Pensiero sarebbe venuto più tardi, insieme alla Vita e ad un fitto conversare con le cose. Il paesaggio dell'infanzia è una piccola grotta spoglia e disadorna; il vento che vi soffia è di meraviglia e di vuoto.
Il treno volava verso il sud, lasciandosi alle spalle la calura appiccicaticcia e la ferocia delle cicale del mio amato settentrione. A Venezia avevo passato due giorni, ospite d'una zia pedante e bigotta ma, in fondo, buona creatura. Da lei mi ero congedato al colmo del tedio e dello stordimento per non so quali discorsi sopra un mio cugino, una prozia ( purtroppo) senza santi in paradiso e una originale fontana da giardino in bella mostra nel salotto. Non avevo trovato spazio per i miei pensieri nemmeno al lido, dove m'ero rifugiato per il primo bagno di stagione. Era tempo che non vedevo la laguna e il lido veneziano e la quieta linea dell'orizzonte. Sulla riva, il senso della prigionia di un pollaio. E da una radio un canto di ragazzo senza gioia, quasi triste, come di un gallo cieco. Su nel cielo, come guardiani scrupolosi, elicotteri facevano scendere cartaccia. Come becchime. Mi tuffai. Poi il giorno dopo, a tavola, con un'aria sonnacchiosa alitante per la finestra, terribile primo agosto, vengo a sapere: salta in aria e diventa ferrame un treno che s'arrampica verso il nord.
Tirava vento dal finestrino mentre a cento chilometri l'ora correvamo in direzione di Arezzo. In mezzo alla campagna ondulata degli Appennini, con le dolci spianate, m'ero disteso fra le pieghe del copriletto d'un gigante. E pensavo, finalmente libero, con i pensieri che ora s'allungavano ora si contraevano, sensibili al galoppo e alla frenata. Io so cosa vuol dire essere felice nella vita, e vivere dentro alle cose, e poi spaccarle come quando la pietra scoppia, e dire: ecco io stasera mi sento universale, e provare il fremito di felicità a trovarsi in un giardino di luna e guardare alto, alto, strizzando gli occhi... Conosco la gioia di sentire, risalendo a baciare in bocca una donna, passare sulla faccia il suo sorriso; e poi il gusto di frugarle dentro i capelli e di dividere con lei la mia fetta di melone. E molte altre gioie insieme; di salire in cima al paese, alla chiesa battuta dal vento, donde l'occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio; o di vagliare ogni parola nei dizionari etimologici, anche le più consuete, per conoscerne le trasparenze e le radici nel tempo; o di avere la definizione dell'opera d'arte, che essendo scoperta o invenzione della verità, essendo realtà nel suo farsi, esistenza nel suo rivelarsi, non può non comprendere nello stesso tempo tutte le verità, le realtà, le esistenze, e tutti i modi della verità, della realtà, dell'esistenza. E so la pena e l'umiliazione della mia impotenza quando la morte è nella casa, o il dolore di mio padre che ne va e viene da una stanza all'altra: di là si torce le mani, di qua finge d'essere sereno; o anche il tormento d'una pazzia e la solitudine di un manicomio; o il disgusto di un pollaio o l'orrore di un delitto. Io so tutto questo. E questo nell'infanzia non c'è. L'infanzia è soltanto una grotticina vuota.

II
AREZZO

Una sera quieta e buona. Ad Arezzo avevo trovato stanza. Poi ero andato a mangiare con mille lire, in una locanda di contadini. E li guardavo dal mio posto i contadini ridere di un loro grande riso di gola, un suono assurdo, come chicchi di caffè in un recipiente di metallo. Erano pance gonfie e tese come tamburi e bocche larghissime piene zeppe di denti gialli, erano baffi grigi, occhi di gatto ed erano anche occhi chiari e ardenti e panni di lavoro umano e berretti strani da miniera. Erano tutta gente buona e che lavora. Baffi grigi chiedeva: “Di che paese sei?” “Sono – uno con la pelata rispondeva – teverino”. Si riconoscono dai fiumi, dalle montagne e, se necessario, dai laghi, dalle valli e credo perfino dai sassi, i contadini. Vivono come vivono; con quella loro pelle né bianca né rossa, ma grigia, color fango di fiume.
Fra loro, sulla soglia della locanda, era seduta una donna, la sola che vedevo, intenta a lavorare di calza e ai suoi piedi dormiva, in una culla, un bambino. Io li osservavo.

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