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"La storia di Odisseo" di Antonio Lugli

LA STORIA DI ODISSEO

I
Il cinghiale del Parnaso
Il ragazzo si era fermato a guardare il dirupo e intanto aveva preso dalla bisaccia una manciata di olive grosse come uova di piccione. Sentì gli altri che gridavano, mentre i cani latravano, avventandosi contro la macchia dove da secoli non filtrava pioggia né sole.
Quando si volse, il cinghiale usciva con grande strepito di frasche nella radura. Il ragazzo era figlio di re, e stette fermo a guardarlo: fissò i suoi occhi in quelli minuscoli e malvagi, affioranti tra il pelo lurido del gigante.
Di lassù venivano le voci dei figli di Autolico. Odisseo sollevò lentamente il braccio stringendo nel pugno la lancia spropositata, tese i muscoli in un fascio e in quel momento i cani forsennati dilagarono nella radura. Così il cinghiale rotolò contro di lui e mentre la lancia gli penetrava profondamente nel dorso, gli sfregò la gamba con la zanna curva, appena sopra il ginocchio.
Il vecchio Autolico, apparendo come un dio corrucciato, mostrò il sottile disegno delle rughe in un riso silenzioso nel vedere il cinghiale ucciso. Poi, con un repentino e comico mutar d'espressione, accorse accanto al nipote per guardare la ferita, la prima ferita seria del ragazzo. Vennero anche i suoi figli e si dettero da fare con larghe foglie di un'erba aspra e fresca, muovendo le dita con una delicatezza che stupiva in quegli esseri avvezzi a maneggiare lance da giganti e rozze spade di bronzo.
Furono però gli incanti del vecchio Autolico ad arrestare immediatamente il sangue. Odisseo lo lasciava mentre raccontava come aveva trapassato il cinghiale.
Erano alle pendici del monte Parnaso. Il sole, stridendo come uno scudo di rame, stava per tuffarsi in mare.
Autolico, il brigante che aveva sparso il terrore in tutta la Grecia mitica, venne a Itaca quando nacque Odisseo. Sua figlia Anticlea e il buon Laerte gli avevano presentato il pargolo; Euriclea, la nutrice che allora era giovanissima e fresca, aveva posto il piccolino sulle ginocchia dell'avo, dicendo:
Autolico, trovagli un bel nome, a questo bambino, tu che hai stancato gli dèi a forza di pregarli!
Brava! E' vero! E voi mettetegli nome Odisseo, così come io sono, da buon figlio di Ermes, dio dei ladri, terrore di molti sulla terra, feroce nel furto e nello spergiuro. E quando sarà cresciuto, mandatelo da me e gli darò un regalo che lo farà contento.
Odisseo viene dal verbo <>: vuol dire <>, <>. Un brutto nome, insomma. Ma avrebbe dovuto chiamarlo Astuzia, invece. E si vedrà il perché.
Quando Odisseo ragazzo giunse a casa di Autolico, gli imbandirono un bue di cinque anni, un colosso candido che gli zii stessi avevano scuoiato, squartato e infilato negli spiedi di legno.
Erano rimasti a tavola per tutto il giorno, e Odisseo estasiato aveva ascoltato quasi incredulo i fatti di quei favolosi furfanti.
Poi erano andati a caccia.
Fra i molti doni che Odisseo aveva ricevuto dal nonno, l'unico di cui si era sempre ricordato era stata quella cicatrice con la quale era entrato da vittorioso nella vita degli uomini.

II
L'arco di Eurito
Erano passati diversi anni da quel giorno. Una notte erano giunti a Itaca su lunghi e sottili vascelli i Messeni. Balzati silenziosamente a terra, erano corsi su per il canalone, ed eran piombati addosso ai pastori di sorpresa. Li avevano spinti brutalmente, insieme con le pecore, giù verso il mare e poi sulle navi. Trecento pecore gonfie di lana e i pastori.
Quando la notizia era giunta alla casa del re, grida affannose avevano risvegliato le strette vie di Itaca e la gente era accorsa verso la piazza dove il re Laerte soleva radunare gli anziani e il popolo in ogni occasione straordinaria. Nell'aria afosa, piena di polvere e di mosche, tutti attesero davanti alla lunga casa imbiancata a calce, sfogando la collera impotente contro i predoni.
Poi venne il re e ascoltando due o tre vecchi che gli raccontavano dell'incursione, andò a sedersi sul sedile di pietra e restò ancora in silenzio, mentre il vecchio Egizio gli parlava concitatamente, mostrandogli, tra la folla, chi aveva portato la brutta nuova. Quando Egizio ebbe finito e la gente ricominciò a vociferare, Laerte si alzò e batté la lancia di bronzo sulla pietra.
Uomini, - disse – le pecore se ne sono andate e anche i pastori. Capisco il vostro dolore e lo condivido, ma si può forse inseguire i ladroni sull'aperto mare? Si può metter su un esercito e varcare quell'acqua e assalire i Messeni nelle loro terre? Manderò invece Odisseo laggiù a chiedere un riscatto e la liberazione degli uomini. Ecco quel che farò.
La gente si agitò ancora. Alcuni, i più colpiti, erano scontenti, vociavano, alzavano i pugni. Laerte batté di nuovo la lancia sul selciato e gridò:
Ho detto che manderò laggiù mio figlio! Non vi pare abbastanza, per il re? Dicano gli anziani se non è ben fatto.
Più tardi, nella stanza delle colonne, Laerte chiamò Odisseo e gli consegnò una spada e una lancia.
E' tempo che tu vada per il mondo e metta a profitto il senno, la lingua e il silenzio. Ti mando perché ti conosco – aggiunse ridendo – e m'immagino che li saprai mettere nel sacco!
Odisseo rispose al sorriso furbesco del padre. Ormai era impaziente di partire, di mettersi per quelle strade sconosciute dell'Ellade dove a ogni passo si potevano incontrare dèi, mostri ed eroi. Strade assolate e pietrose che s'immergevano a un tratto in boscaglie di olivi o travalicavano monti verdi e celesti, coronati di nebbie.
Così Odisseo partì sulla nave, giunse nel Peloponneso e, mentre attraversava la Laconia, un giorno s'imbatté in un uomo che non era uno dei soliti merciaioli ambulanti, ma poteva essere un dio nascosto sotto panni umani.
Infatti era un eroe, era Ifito, figliolo del re Eurito, e andava anche lui in cerca di ciò che aveva perduto: dodici stupende cavalle, insieme con giovani mule e puledri, che un ignoto predone gli aveva rubato. I due giovani fecero insieme un pezzo di strada e Ifito non s'immaginò mai di aver per compagno proprio il nipote di colui che gli aveva rubato le cavalle, quell'Autolico di cui si è già parlato, che le aveva poi vendute a Eracle in persona. Né s'immaginava Ifito, così facendo, di andare in bocca alla morte, perché, ritrovate le sue cavalle chiuse nelle stalle di Eracle, quando timidamente gliele richiese, scrisse la sua condanna. A nulla gli valse essere ospite del semidio (tale lo credettero in seguito, ma in realtà Eracle non era che un grosso feudatario dei tempi in cui il feudalesimo non era stato ancora inventato), a nulla gli valse sedere alla sua mensa e mangiare il suo pane. Disprezzando le leggi umane e divine, pur di non perdere quelle magnifiche bestie, Eracle l'uccise in un cieco impeto di furore.
Ma queste cose Ifito non se le poteva immaginare allora, e, sedendo insieme con Odisseo alla mensa del fratello Ortiloco, strinse con lui un'amicizia destinata a durar poco. Infatti i due uomini, il giovane e il giovanissimo, non si rividero più e non poterono rinsaldare quell'amicizia l'uno alla tavola dell'altro, mangiando lepri e pernici, che è il modo migliore per stringere amicizia.
Tuttavia, nel lasciarsi, i giovani si scambiarono le armi: Odisseo diede a Ifito la sua lancia e la spada di bronzo, e Ifito porse sorridendo al compagno il grande arco che era stato di suo padre. Odisseo, estrattolo dalla guaina di cuoio, lo guardò ammirato. Era formato da due robuste corna, saldate alla base da un fermaglio metallico. La corda, di viscere di pecora intrecciate, era poderosa e vibrante, Odisseo temette di non riuscire a tenderla, ma non volle davanti al nuovo amico darsi per vinto. Gettata la clamide per terra, si tese tutto anche lui, finché la corda, sotto la pressione delle dita, non mandò un'alta vibrazione.
Allora Ifito rise, lieto che l'arco di suo padre fosse toccato a chi ne era degno.
A Fere di Messenia Odisseo seppe agire così abilmente da ottenere il pagamento delle pecore rubate, tutte fino all'ultima, e inoltre un'indennità per lo scomodo patito. Ripartì insieme con i pastori d'Itaca, che non finivano di ringraziarlo baciandogli la veste. Appena tornato, appese l'arco nella stanza del tesoro e non l'adoprò mai per la guerra, ma solo per la caccia e durante i viaggi sul mare.

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