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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Famiglie" di Marina Sangiorgi

di Marina Sangiorgi

Al funerale io, mamma e Giada siamo in piedi, in fondo.
Laura è in primo banco coi bambini, che piange disperata. Abbandonata. Sulla spalla di un’amica.
Mia madre non versa una lacrima. È pallida, con gli occhiali scuri. Mia sorella si è tinta le unghie di nero. A un tratto mi guarda e fa un mezzo sorriso.
Mio padre è morto. È là davanti, nella bara. Mio padre se ne è andato che avevo quattro anni, Giada due. Se ne è andato per tornare da Laura. Ed è lei, è Laura, che l’ha conosciuto e amato più di tutti.
Alla fine della messa usciamo per prime. Piove, corriamo alla macchina.
- Ti sbrighi? - mi dice Giada. Ma io mi volto ancora una volta, per vedere mentre esce, ma no, non esce, uscirà per ultima, ovviamente. - Allora! - mi chiamano. Salgo in macchina.

Mio padre e Laura si conoscono al liceo. Fidanzati per più di dieci anni. Poi litigano clamorosamente. Si lasciano e nel giro di un anno entrambi si sposano. Mio padre con mia madre; lei con un rappresentante di elettrodomestici. Il matrimonio di lei dura due anni. Quello di mio padre cinque. E facciamo in tempo a nascere io e Giada. Lui e Laura tornano insieme, si sposano, e hanno due maschi.
E ora è morto, in un incidente, e definitivamente ci ha lasciato tutti.

- Pronto? -
- Pronto, sei tu Giada? -
- No, sono Daria. Chi parla? -
- Sono io. Papà -
Dopo anni telefonò. Così, tranquillamente. E ci invitò in vacanza con lui, al mare. Lui e la sua nuova famiglia. Andrea cominciava a camminare e Luca era appena nato.
In treno con Giada solenne giuramento: odio e distacco. Ma io cedetti subito. Non subito quando vidi nostro padre in stazione: goffissimo, coi regali, noi rigide mentre tentava di abbracciarci. Non lo guardai, restai muta in macchina, non aprii il regalo. Cedetti quando la vidi, bionda e vestita d’azzurro sulla porta, con Luca in braccio. Sorrideva. Ci salutò senza volerci baciare, ci offrì il gelato e intanto scaldava il biberon di Luca e prendeva al volo Andrea che ogni tanto rotolava per terra e guardava mio padre e gli diceva: - Vuoi una birra? -.

- Vittorio -
- Laura -
Si chiamavano tutto il giorno. Si abbracciavano, si toccavano, ballavano sulla musica della radio. Giada era gelosa e furiosa. Odiava i nostri fratelli, Odiava Laura. Aveva nove anni e non lo diceva, ma era chiaro che pensava che era con noi che lui doveva venire in vacanza. Con nostra madre doveva ballare, con noi due e basta doveva giocare e scherzare e fare il bagno. Lui imboccava Andrea, cullava Luca. Con noi era impacciato. Ci vedeva grandi, estranee. E soprattutto, ora lo so, uguali a nostra madre, brune e sottili. Giada faceva dispetti. Prendeva i giocattoli di Andrea, gli dava pizzicotti, a Luca nascondeva il ciuccio. Laura non la guardava e non le rivolgeva la parola. Mio padre Giada lo fissava. Si metteva a fissarlo mentre rideva o parlava o sfiorava i capelli di Laura o faceva saltare in aria Andrea, e lui smetteva subito. Abbassava lo sguardo, taceva, usciva dalla stanza. Di notte Luca piangeva. Giada si metteva la testa sotto il cuscino e gridava sottovoce: - Basta, basta -, mentre io la guardavo dal mio letto. Dovevamo restare per una settimana, ma dopo quattro giorni papà riaccompagnò a casa Giada, io rimasi.
E la prima notte da sola mi alzai e vidi Laura prendere Luca dalla culla, sedersi, sbottonarsi la camicia da notte e cominciare ad allattarlo.
Mi vide. - Ciao - sussurrò. Scappai nel letto.

Non parlavo molto. Osservavo. Sotto l’ombrellone Andrea col cappellino e la paletta, Luca che dormiva nella carrozzina, Laura che dopo il bagno tirava fuori il sacchetto della frutta: prugne rosse e pesche. Le mangiavo a morsi veloci prima che il succo mi colasse sul mento.
Laura era discreta, gentile. - Torna quando vuoi - mi disse salutandomi davanti alla macchina, mi toccò una spalla. Avrei voluto mostrarmi più dura, ma non ci riuscii. Le sorrisi. E baciai i bambini.

- Chissà come sta Laura - dico.
Giada mi lancia un’occhiata. Alza le spalle.
- Ti rendi conto come deve stare male? Con quei bambini uguali a lui, che glielo ricordano continuamente -
I miei fratelli somigliano a mio padre, ricci, con gli occhi azzurri.
- Sai, io non sento niente - dice Giada.
- Per Laura? -
- No, per tutto. Per - s’interrompe - Mio padre è morto ma io … - alza di nuovo le spalle - Niente -
La guardo ma non trema. Ha gli occhi asciutti, le mani sul libro. Lo chiude. Sono anni che non la vedo piangere. Neanche mia madre l'ho mai vista piangere. Eppure lui è morto, e almeno Laura piange.

Laura fuma. È pallida, con le occhiaie, i capelli ingrigiti.
- Come ti senti? - le chiedo.
- Mi sento - spegne la sigaretta: - Mi sento come una punita per i suoi peccati -
Crolla sul tavolo, nei singhiozzi.
Signore! Potevi aspettare il Purgatorio e lasciarle mio padre per altri moltissimi anni!
L’abbraccio, la consolo.
Laura si asciuga la faccia. Si alza. Tira fuori le pentole, la roba dal frigo, comincia a cucinare.
- Laura, posso farti una domanda? -
- Sì -
- Per quale motivo vi siete lasciati dopo dieci anni?-
- Non lo sai? -
- No -
- Be’ - sorride quasi: - Per Silvia -
- Mia madre? -
- Sì. La conobbe alla sua festa di laurea, figurati, era l’amica di un amico lì per caso e cominciarono a parlare, e così… Ma davvero non sai questa storia? -
- No -
- Fu un colpo di fulmine. Per sei mesi senza che lo sapessi, poi me lo disse: scene, urla, dolore. Io mi sposai per ripicca. O forse per disperazione. Loro due per amore - e ricomincia piano a piangere, senza asciugarsi gli occhi, mentre lava l'insalata.
Per amore. Cos'è l'amore? Ma non le domando più niente. Mentre ci salutiamo sulla porta escono dall’ascensore Andrea e Luca con la babysitter. Si buttano su Laura coprendola di baci e abbracci. Sorrido, guardo la babysitter che è una ragazza con le trecce, un tatuaggio sul braccio e i lustrini sui jeans. Avrà la mia età.
Appena Laura si volta infila la mano in bocca, appallottola tra le dita una gomma da masticare e la lancia rapidissima giù per le scale.

Come uno sceneggiato

Bello questo racconto, scritto con tono disteso, scritto in Bianco e Nero. Perché in B/N? Perché mentre lo leggevo, mi sembrava di assistere ad uno di quegli sceneggiati in B/N, dai toni pacati e mai urlati, che trasmetteva una volta la RAI. Altro che fiction!
Un bel racconto scritto intorno ai sentimenti Amore/Odio.

Stefano.

Trova il tempo per leggere, è la base del sapere.

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