scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Gina" pag. 1

A Lipsi, Caterina ed io eravamo soliti cenare in uno dei tre o quattro locali affacciati sulle acque trasparenti e immobili del porto, con i tavolini che parevano fluttuare lievi tra le barche ormeggiate. Dopo il tramonto vi potevi ritrovare tutti i volti arrossati o bruniti dal sole della sparuta colonia di viandanti arenatisi su quell’isola che il giorno disperdeva lungo le spiagge o in calette solitarie.
A metà di una collinetta avevamo notato anche una piccola taverna isolata con una terrazza a strapiombo sul mare illuminata come un vecchio faro, ma sempre vuota, simile a una festa mal riuscita a cui nessuno degli invitati si fosse presentato. Così una sera, spinti dalla curiosità del viaggiatore che ci obbligava a cenare presso ciascuno per non far torti e non avere rimpianti, c’inerpicammo su per la ripida scalinata in pietra.
Il locale era arredato in maniera semplice con ovunque oggetti o ricordi legati al mare: conchiglie dalle ampie volute e rami di corallo imprigionati in vecchie reti appese ai muri, attrezzi da lavoro di chi un tempo dissodava con fatica campi d’acqua sudandosi il pane. Proprio sulla terrazza, una coppia di turiste chiacchierava in allegria con un vecchio, alto e secco. Sul tavolo, piatti con teste e lische di pesce e una bottiglia di vino quasi vuota. Solo quando l’uomo, avendoci visti, ci venne incontro sorridendo notai gli occhi azzurri e profondi in cui, nella penombra di luci soffuse, mi parve di scorgere un vago moto d’onde rincorrersi. Ci condusse in cucina, presentandoci la moglie, una signora grassottella con un lieve accenno di barba e baffi a renderla subito simpatica, che ci mostrò con orgoglio spalancando forni e scoperchiando tegami, quello che la casa, non il ristorante, quella sera offriva per cena agli amici.
La coppia approfittò del nostro arrivo per salutare il vecchio, abbracciandolo, e baciare la signora sulle guance con affetto, riservando a noi uno strano sorriso di complicità. Restammo così soli, sulla terrazza sospesa, a osservare lo scemare della gente sotto di noi, lungo le banchine del porticciolo, simile a una processione di marinai in balia dei flutti, incapace di scorgere a soli pochi metri la luce vaga di una salvezza possibile. Ordinammo del saganaki, qualche dolmades, dei calamari alla griglia con tzatziki e un litro di retsina ghiacciata servita in un bricco di rame che la condensa ricoprì subito di un velo di goccioline. Feci cenno al vecchio di unirsi a noi, prendendo un bicchiere pulito dal tavolo vicino. Spesso un bicchiere di vino è sufficiente a colmare gli spazi che ci separano gli uni dagli altri. Fu al terzo che, dopo aver parlato con passione di come stava andando la stagione turistica e del pesce che non era più abbondante come una volta, cominciò senza accorgersene a raccontare di sé.
Prossimo ai settanta, era nato proprio lì, a Lipsi. A tredici già pescava spugne col padre, mentre la madre con l’aiuto delle sorelle gestiva una taverna nella parte vecchia del porto, quella che ora non c’era più. Un paio d’occhialini, una corda con un peso legato in fondo e giù nel verde luminoso che digradava rapido in buio. Ma le spugne fin da allora, nel mare di casa, iniziavano a scarseggiare. E a un ventenne più a suo agio con la testa sott’acqua che con i piedi per terra, cosa restava da fare per sopravvivere? Emigrare in Australia come tanti da quelle isole e lì continuare a fare il solo mestiere che aveva imparato in quel breve scorcio della sua vita. Pescare e cercar spugne in un mare nuovo e sconosciuto, tra pesci dai mille colori e dalle forme più strane. Le industrie però avevano già iniziato a produrre le prime spugne sintetiche dai costi irrisori. Fortuna che l’Australia restava un paese sconfinato che necessitava di braccia per coltivare la terra, estrarre minerali, costruire città, tosare pecore, mungere vacche. E stendere e saldare, a decine e decine di metri di profondità, i cavi che portavano il progresso fin nelle isole più lontane del suo diadema corallino.

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