scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il superlativo assoluto" di Gianpaolo Rugarli

«C'è un altro aspetto essenziale», disse il professor Sorge e parve che un'altra volta le avesse letto nei pensieri. «Si tratta dei personaggi che non sono e non possono essere marionette manovrate con i fili. I personaggi hanno un'anima, devono possedere un'anima. Tutto quello che fanno e che dicono non è casuale, corrisponde a una logica stringente. Mi esprimo così poiché lei mi ha esposto il suo proposito di far morire Ireneo... ma occorre verificare se la morte è nella logica del personaggio...».
«A quanto mi risulta», eccepì con un lieve ansito la signorina Toro, «la morte arriva quando vuole... non si preoccupa della logica di chi ha segnato».
«Questa è una ingenuità», sorrise il direttore editoriale, «una ingenuità suggerita da deformazione professionale e da mentalità positivistica. La morte arriva secondo logica. Anche le morti più immature e più strazianti, se esaminate a mente fredda, hanno sempre una ragione plausibile, servono a chiudere vicende rimaste prive di una sufficiente giustificazione».
«Che giustificazion può avere la morte di un bambino?», domandò Adelaide con ardire.
«La nemesi che si abbatte sulla testa dei genitori», affermò il professor Sorge con uno sguardo intenso e luciferino. C'era qualcosa di demoniaco in quell'uomo; sembrava che conoscesse tutto sui meccanismi del destino e che questa sua abilità gli attribuisse il terribile dono della prescienza, così che di ciascuno avrebbe pouto dire la sorte. Leggeva i pensieri e attraverso i pensieri divinava il futuro, come una chiromante attraverso le linee della mano. Sorge accese una sigaretta e tossì. Con impercettibile fastidio soggiunse: «A ogni modo, non interessa quello che accade nella vita di tutti i giorni. Nei romanzi la morte è sempre una conclusione logica. Contrariamente a quello che si pensa, i romanzi non ripetono il mondo in cui ci troviamo. Per esempio, la sua eroina è troppo fotografica per essere accettabile. Sarebbe più autentica se fosse pazza».
«Pazza?», ripeté esulcerata la signorina Toro convincendosi di essere apparsa come una povera demente, perché l'eroina del libro era lei stessa.
«Pazza», confermò Sorge e tornò a battersi il palmo della mano col tagliacarte. «Non vorrei essere frainteso. Lei sa benissimo che la follia è questione di quantità... chi di noi non è matto almeno in modesta misura? Lei non pensa di essere un po' matta?».
La signorina Toro affannò. La domanda era insidiosa. Se avesse risposto negativamente, avrebbe contrariato il suo esaminatore e avrebbe suscitato una brutta sensazione di prosopopea. Ma, d'altra parte, se avesse risposto affermativamente, avrebbe dovuto confessare che le mancava qualche venerdì, e la cosa la metteva a disagio. Anche perché non era mai stata sfiorata da alcun dubbio circa le sue condizioni mentali, però, adesso che veniva costretta a soffermarsi su questo punto, forse poteva anche ammettere di non avere tutte le rotelle a posto. Il fatto stesso di aver scitto un romanzo, e di averlo spedito a una casa editrice, non deponeva a favore delle sue facoltà mentali.
«Talvolta sospetto di essere pazza», balbettò con un groppo alla gola.
«Ne sono felice», commentò il professor Sorge, «ci capiremo molto meglio. "Congratulatevi con me, a quanto pare, sono impazzito", afferma Checov per bocca d'uno dei suoi personaggi. La follia è uno stato di grazia che avvicina alla verità. Vorrei che lei rendesse partecipe di questo stato la sua eroina... mi intende?».

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