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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 2

Per esempio, fossi rimasta a casa, adesso avrei una dentiera e non sputacchierei nelle classi.

Esemplare di una specie in via d’estinzione, docente reclutata dalle file del proletariato emigrante ed emigrato, nomade per coatta vocazione, e soprattutto certa – nonostante gli antibiotici e il Prozac – che a cinquant’anni si debbano fare i conti con la vita e con la morte – diosanto questi proletari snob che hanno letto Seneca blehaaaaaaaa – … insomma, a dirla tutta, mi sono rifatta una vita.

Ci si alza una mattina e si decreta di dover morire. Come dire oplà. Ho arbitrariamente decretato che dopo aver trascorso cinquant’anni nell’Italia metà galera, mi spettava di diritto di vivere il poco che mi resta nell’Italia metà giardino.

Ho coronato una storia d’amore, ho riportato il cerchio al punto di partenza, ho dato ascolto a una briciola di DNA e le ho detto…Sì.
Non affannatevi a cercare l’altro… e se proprio siete fatti per le categorie piazzatemi in quella di cui la sociologia non si è ancora accorta: sono sposata fuori casa.
Ma ero troppo innamorata degli ulivi e dei pini marittimi per poter farne ancora a meno.
A due passi da un lago vulcanico del Lazio, ho comprato cinquanta metri di casa popolare. Non ho il box, ma ho finalmente un’amaca sotto una pergola, un piccolo prato su cui camminare a piedi nudi, due rose da coltivare… e metà stipendio che se ne va in un mutuo di venticinque anni. Le banche si fidano della longevità dei Docenti.
Parlandone come da Zen… ho programmato felicemente la mia prossima evaporazione ventura. Non c’è oro che possa ripagare il regalo di poter evaporare in un luogo dove ancora nascono gli asfodeli. Segnatevelo, l’inverno del 2000. L’ultimo che ho passato in Lombardia. Non finirà nei manuali di storia, ma in quell’inverno morirono tutti i merli. Per malattia, per inquinamento, non so. Albe da silenzio tombale, neanche un fischio di merlo a dare il buongiorno. Non se n’è accorto nessuno.
Non si può evaporare bene in luoghi in cui i merli muoiono e nessuno lo sa.

Il Ministero se ne farà una ragione… si tenga una Docente sdentata che deve pagarsi il lusso di godere di una Bellezza che non appartiene a nessuno.
Pensa che novità… devo lavorare per vivere.

Siamo così certi che sia un lavoro?

Socrate, vecchio brigante! Fuori c’è il silenzio caldo delle cicale… e compatisci il ronzio del ventilatore. Ma solo quando scoppia l’estate il docente skazzato può mettersi seriamente a lavorare. Mettiti comodo, e non fare domande su questo arnese diabolico che proietta scrittura senza sognarsi di materializzarla.
Se cominci così c’infiliamo in un ginepraio di discorso perso che neanche i cani randagi ci seguiranno più.
Lo so che è una vita che non scendi tra i mortali, ma se devo spiegarti il mouse il display la rava e la fava qua ci giochiamo il meglio. Se chiudi gli occhi, ci troviamo un bel prato per te e per me e aspettiamo Pan e le Ninfe che ci diano bellezza all’anima e che ci proteggano perché le nostre parole siano in armonia con tale bellezza.
E non fare quella faccia… se recito la tua preghiera non è certo per piaggeria.
Pensa te se alle due di un pomeriggio di luglio mi metto a far l’adescatrice della tua benevolenza… no, non te lo spiego cos’è un telecomando, rimettilo a posto. Sei tu che mi devi delle spiegazioni.
Questa cosa qui, per esempio, che è andata persa in qualche interstizio del tempo…
Che le parole di un Maestro partono dal cuore, transitano per il cervello, e poi arrivano alle labbra… e che è meglio, molto meglio, se gli Dei e la Bellezza proteggono l’intero percorso… e quell’altra cosa… che anche il discepolo deve condividere la stessa preghiera del Maestro prima di cominciare una qualsiasi conversazione… perché strade separate non generano armonia…

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