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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 4

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Non ve la sto a fare tanto lunga… ma quest’anno scolastico sarà annoverato come l’anno dei lucchetti. Il lucchetto è il cardine dell’impegno di un Preside.
Chiusa a doppia mandata la toilette dei Docenti. Pare che non ci sia un idraulico in grado di farla funzionare.
Chiusi i cancelli della scuola. Delle quattro uscite cardinali ne funziona solo una, e l’edificio non è precisamente una cabina da spiaggia. Motivi di sicurezza. Ho visto docenti uscire scavalcando le inferriate. Uguale e preciso agli studenti.
Messi i lucchetti alle macchinette delle bibite e delle merende. Motivi non accertati.
Infine, a castagnola, incatenata la macchinetta del caffè. Fortuna che le colleghe tecnologicamente avanzate non mancano mai… thermos pieni di caffè portati da casa uscivano puntuali da borsoni da spiaggia. Clima da gita fuori porta, o da treni del Sud quando ci si viaggiava trenta ore per fare tutta l’Italia in lungo.

Genius Loci

Già, ogni luogo ha un’anima. E, fra di loro, le anime parlano.
Le anime di quelli che entrano in quel luogo, entrano in rapporto col Genio che lo abita. Se ne accorge solo chi lo sa. Praticamente nessuno.
Chi lo sa, ha buone probabilità di diventare docente skazzato. Chi non lo sa ha ottime probabilità per diventare docente depresso.
Gli allievi? Quelli sono giovani, e quindi hanno ancora il diritto all’immediatezza.
Nel senso che non perdono tempo a macerarsi dentro… ma improvvisano – giustamente – immediati gesti di difesa.
Il Luogo abitato dal Genio dei Lucchetti invita all’evasione: nessuno ha voglia di entrare, tutti cercano di uscire il più presto possibile.
Ho insegnato in vecchie fabbriche abbandonate, in containers prefabbricati, nelle vecchie stalle di una Villa Reale (asburgica, francese e savoiarda), in villaggi scuola con quattromila allievi, in moderni edifici vetro-cemento, in aule prestate dagli oratori… non ricordo edifici accoglienti. Tranne due casi, in trent’anni. Di un Preside che sapeva che il luogo va soprattutto fabbricato dall’interno e così aveva trasformato la sua scuola in un grande laboratorio di cose da far vedere… piramidi egiziane comprese. E il caso di una scuola media progettata da un architetto che sapeva che la scuola va soprattutto abitata. Aule-giardino e laboratori connessi come fossero grandi stanze di un singolo appartamento… il Rinascimento italiano ogni tanto resuscita, ma non lascia grandi tracce.
Grandi cubi di cemento, con dentro piccoli buchi quadrati è il massimo dei risultati ottenuti dall’architettura scolastica. E poi si apre il capitolo manutenzione.
A parte il cadavere di una piscina, vetrate rotte, invasione di rampicanti, muffe sgorganti come le aliene gelatine di Blob… a parte il giardino-discarica delle vecchie lavagne, delle sedie senza gambe, delle cattedre sfondate… l’interno della mia scuola gode di finestre sempre chiuse perché rotte, di tapparelle sempre fisse perché andate, di veneziane sventagliate che non riparano dal sole neanche a forza di riti vudù, di porte che non chiudono – le uniche che dovrebbero garantire tale bisogna –, di immense vetrate inaccessibili alla pulizia ordinaria, di colori interni che vanno dal grigio antracite al fumo di Londra.
E questo sarebbe anche sopportabile. Anzi, quasi logico. Se il tutto fosse immerso in una triste landa padana, per esempio, nebbia, pioggia e capannoni industriali… chi ne potrebbe soffrire?
Ma là a due passi, e dalle scale antincendio si vede bene… c’è uno specchio blu di lago che vien voglia di mangiarselo, e svettano pini e oleandri, e le colline forse non si prendono lo sfizio di diventare troppo verdi??? Sfacciatamente verdi.
C’è il Genio di Artemide là fuori. Diana la Bella lancia richiami azzurri ad ogni folata di vento. Chi scommette un soldo bucato sul Genio dei Lucchetti???
Le scale antincendio sono le più abitate, d’inverno perché è l’unico luogo caldo, arriva il sole, dentro i caloriferi sono sempre gelati; e in primavera il perché lo capite da soli.
Le aule poi urlano desiderio di fuga da tutte le parti. Pareti scrostate, istoriate, graffitate… retro di calorifero imbottito di carte di merende, orme di pedate anche sui soffitti. Quasi per gioco e senza sperarci molto ho imbiancato l’aula con i miei allievi… lungi da me mille miglia il tentare di spiegare loro la gravità del genius loci, tanto quello si spiega da solo. Qualche mese dopo tutti gli allievi hanno preteso di imbiancarsi le proprie aule, aggiungendo anche murales e decorazioni varie.
(Che schifo questa scuola di imbianchini… il commento più delicato…)
Hanno abitato ambienti più igienici e puliti, ma, non potendo più prendersela con il loro lavoro, hanno aggredito le pareti esterne e i vetri delle finestre. Bombolette spray riciclate in dichiarazioni d’amore e in pubbliche accuse di tradimento. I vocaboli ce li mettete voi.
Ma è sempre tanta la renitenza ad entrare, la voglia di scappare.
Terapia: severità severità punire punire. Dopo cinque entrate in ritardo si buttano fuori. Non li si fa più entrare. (Infatti non chiedono di meglio). Questo alto tasso di frequenza intermittente va estirpato con la forza. Ci vogliono lucchetti.
Un secondo dopo si mette mano al Progetto Accoglienza, perché, si sa, se la scuola non ha un buon Progetto Accoglienza, le iscrizioni si abbassano.

Loro sono venticinque. Eccomi qua, l’Asino Grigio e i venticinque puledri giovani e bianchi. Chi scommette un soldo bucato sull’Asino Grigio???
E poi l’ho presa stamattina la pastiglia vitaminica over-cinquanta? E chi si ricorda più. Sole perpendicolare, cielo azzurro, incoscienza in circolo, ormoni all’attacco… da quando in qua mi sta stretta la parte della professoressa scema che si fa fregare?
Sulle scale antincendio tiro fuori distrattamente un aneddoto di storia. Butto là una domanda, spiego un vocabolo. Raccogliessi energia dai loro pori, farei partire un TIR. C’è solo l’auriga pazzo che li governa, quello della fame e della corsa.
Devo fare uno sforzo tremendo per ricordarmi di quello che fu il mio.
Dalla mia un solo vantaggio: io lo so che verso latte e miele solo sull’altare di Artemide.

Caro Ministro, fammela la domanda, telefonami almeno una volta, chiedimelo perché arrivano analfabeti all’Università.

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