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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 5

Dream
(Vi avviso: capitolo patetico)

Grandi. Dicono tutti che devono essere grandi… i Sogni. I miei allievi sognano di diventare Totti e di andare al Grande Fratello. C’è anche chi ha il diritto di sognare di diventare Presidente degli Stati Uniti. Pieno di gente così che sogna di diventare miliardaria.
Il motivo c’è: più il sogno è grande e più è innocuo.
Sono i sogni piccoli, i più pericolosi.
Riccardo Cucciolla. Anni Ruggenti, il film. Mai visto? Il contadino vissuto sempre in caverna… che scrive al Duce per avere una finestra. Ha perso la moglie, e poi il figlio restando vedovo del tutto. E sogna di avere la finestra che non ha mai avuta.
Questo è un sogno che fa paura, perché è infinitamente piccolo. E proprio per questo non scende più a patti con niente, né rischio né caso né fortuna né possibilità.
Un sogno piccolo non esaudito è arsenico puro in tutte le pieghe dell’universo.
Un sogno piccolo non esaudito tracolla dall’ultima galassia e ancora continua ad urlare nel vuoto.
Un sogno grande non esaudito se lo scorda anche chi l’ha sognato.

A me d’inverno capita di sognare di poter andare a lavorare in una stanza calda. Con le finestre aggiustate e i vetri puliti. Non mi interessano tende, sedie comode, quadri alle pareti. Solo una stanza calda. E sarebbe tutto. Punto.

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Ore 15. Luglio africano. Da sette ore si ascoltano candidati, si riempiono verbali, ci si gioca a dadi una pala di ventilatore.
Borse termiche, thermos di caffè… usciamo che sembriamo le fagottare di Ostia mare.
Ci aggrediscono due operatrici scolastiche. Non lo sapevano che saremmo uscite alle tre del pomeriggio. Devono restare a fare il turno fino alle sei, per ordini superiori. E non hanno una beata minchia da fare.
«Mi dispiace…» farfuglio prima di catapultarmi sulla scala.
Del disguido degli ordini superiori… capiscono le bidelle, che era quello che dovevano capire.
Mi dispiace che loro non abbiano visto che abbiamo fatto esami con le lavagne che trasudavano il gesso di tutto l’anno scolastico, scolpite ancora a futura memoria le equazioni algebriche del 30 di maggio.
Mi dispiace che loro non vedano quei due gerani nell’atrio cementati in una zolla sahariana che non ha più nemmeno il coraggio di dire che ha sete.
(Vogliamo parlare del resto?)
Mi dispiace che il Genius Loci abbia colpito là dove veramente voleva colpire.
Finalmente ha mandato in sottovuoto ermetico anche il cervello.

Genius personae

Non ridere sotto la barba che tanto ti vedo… Tu me l’hai detto che dovevo dissotterrare cadaveri, e il primo che mi è venuto in mente è quello del luogo di lavoro. Banale, lo so, non mi è venuto di meglio. Anche meschino? Sì certo… sai che novità sapere che in tutti i pollaietti che si rispettano ci si sta a stracciare le vesti facendo finta di non vedere quello che non si vuol vedere eccetera eccetera.
Non lo sopporto più, tocco il fondo della meschinità, mi fa schifo lavorare dentro lo sporco, lo sciatto, il trasandato, l’abbandonato… dentro tutto ciò che è brutto.
Certo che era molto meglio il mercato del Pireo. Cento volte meglio, e non far finta anche tu di non capire.
E allora senti anche questa: siamo una delle otto potenze economiche mondiali e questo è il luogo di lavoro in cui dovremmo trasmettere saperi, cultura e buone maniere. Che fai? Non ridi più?
Sono andata a scuola in piena ricostruzione post-bellica. Appesi alle pareti c’erano i disegni delle bombe a mano… se le vedi non toccarle… Nient’altro, perché carte colorate e gingilli vari erano un lusso.
L’inchiostro nel calamaio, e cinque pastelli. Un grembiule nero. Due quaderni, uno a righe, uno a quadretti.
I vetri erano puliti, e anche la lavagna.
Questo si chiama decoro della povertà.
Mi spieghi perché dovrei scendere a patti con la sporcizia della ricchezza????????
Ok, ok… più dentro che fuori dalla metafora. E spegni il televisore che tanto non te lo spiego chi è Moggi.

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