scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 6

In questo luogo che già dal primo lucchetto t’invita a veder il mondo color di rosa, e nel quale, non mi vergogno a dirlo, spesso sono entrata con la boule di acqua bollente nascosta sotto il cappotto… in questo luogo entrano persone.
Col peso dell’anima sulle spalle, tutte, giovani ed adulte. Il loro privatissimo Genio caracolla al loro fianco. Lascia stare, qua non ci ascolta nessuno, possiamo dirlo fra me e te come stanno veramente le cose.
Per motivi diversi, ma tutti vorrebbero essere da un’altra parte. È così chiaro… che anche il sole a paragone mi diventa un lumino votivo.
Tra colleghi basta un incrocio di sguardi, anche il saluto è superfluo nell’ultimo secondo in cui ognuno può ancora stare solo con se stesso e maturare, proprio a se stesso, l’addio.
Si firma, si agguanta un registro… si va. Un attimo ancora, e saremo travolti da una doppia colonna di TIR. Stretti in bocca i pochi denti che restano imploro energia sfogliando a memoria le orbite di tutti i pianeti.

Nella mia prima reincarnazione gli allievi in piedi al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia seconda reincarnazione gli allievi seduti al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia terza reincarnazione gli allievi parlottavano a gruppetti sparsi nella classe, intravedevano l’insegnante, correvano al banco, si sedevano e, in silenzio, salutavano.
Nella mia quarta reincarnazione gli allievi ridevano e squittivano a gruppetti sparsi, si strattonavano braccia e spalle, qualcuno a voce alta reclamava una dritta o una risposta. Io mi fermavo sulla soglia, e nel giro di tre minuti, con calma, raggiungevano i loro banchi, si sedevano, e mi salutavano.
Nella mia quinta reincarnazione gli allievi sparsi dovunque, fra classe, corridoio e cessi, alla mia vista sgomitando di corsa rientravano in classe, perpetuavano ombre di libertà girando fra banchi spostando sedie inciampando sugli zaini, emettendo imprecisati gridolini isterici ogni volta che uno spigolo di banco entrava in rotta di collisione con le cosce e con le pance… dopo cinque minuti si sedevano e mi salutavano.
Nella mia sesta reincarnazione imbocco il corridoio… stanno nei cessi, sulle scale antincendio, ammassati alla porta come cavalli di Frisia, i più scafati ancora nell’atrio si gingillano con la prima lattina di coca e con l’ultimo boccone di pizza…
Uno mi urla all’orecchio che il compito non l’ha portato, uno mi urla alla spalla destra una domanda attorno al programma della lezione odierna (traslescion: ah professorè ma che faaaaaaaaaaaaamo oggi????).
Ce ne sono due che mi urlano alla spalla sinistra l’elenco completo dei compagni non ancora presenti (quello sta ar cesso, quell’artro sta in segreteriaaaaaaaaaaa)…
Dribblando i cavalli di Frisia, dentro l’aula m’investe la pogata quotidiana.
Corpi che si stratificano in orizzontale sui banchi, in totale assenza di conversazione, ma in compenso le urla mettono in forte discussione la decimale gradazione dei decibel. A brevi scadenze, dalla massa informe si stacca una Nike maschile che sferra un calcio a una natica femminile, poi sarà la Nike femminile a trastullarsi con la natica maschile. Le strattonate sono un bel ricordo dei tempi antichi. Gli spintoni effluviano, esondano, tracimano. Qualcuno a terra, qualcun altro ci andrà già sollevato sulle spalle da un compagno. Che io sia entrata o no, non interessa una beata minchia a nessuno.
Entrano i ritardatari, che non vanno al banco, ma trovano naturale la loro estemporanea partecipazione alla prima pogata della mattina. Scappellotti, lanci di sinistro al torace, gomitate ai fianchi, Nike a un metro e mezzo da terra in collocazione ormai fisiologica.
Esistono sempre due marziani che stanno seduti in silenzio al loro posto. Incrocio i loro sguardi. Il mutismo ci rende più complici e più impotenti.
Non basta la pastiglia over-cinquanta, solo una pista di buona neve aumenterebbe le mie prestazioni.
Sono bambini? No, vanno dai diciassette ai vent’anni. I due terzi di loro mi sovrastano di una testa e mezza. Le Nike vanno dal 39 al 45.
Sono i poveri, i borgatari, i sottoproletari di turno, i disadattati, gli emarginati, i derelitti e abbandonati, i difficili, i disagiati, i Franti di antica memoria ma come simulacro funziona ancora?
Ma come fanno a venirvi in mente certe cose? Datemi uno dei loro cellulari e mi pago il mutuo per tre mesi.

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