scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 7

Siccome il Ministero non mi passa ancora la pista di neve, mi siedo e mi do alla meditazione Zen.
Rilke è rimasto a casa, insieme alla mia anima. Mi stava raccontando di quando ha visitato gli Uffizi per la prima volta. Visualizzo Lippi e Botticelli… la Bellezza esiste, è già uno zatterone su cui imbarcarsi. Della mia anima ho notizie incerte, ne rientrerò in possesso a luglio, fino al trenta di agosto. Grasso che cola. Adesso giochiamoci per l’ennesima mattina la parte dell’istrione. Per quanto ancora? Fino a sessant’anni? Sessantacinque?
Abbozzo il tentativo di un appello, dopo venti minuti loro forse decidono di mettersi seduti. Gambe di sedie e di banchi tentano di trivellare il pavimento. Qualcuno risponde, qualcuno no. Sguardi persi nel vuoto, catatonia pupillare, hanno intuito che la pogata è finita. Metà della classe si mette a pensare su come deve fare per sopravvivere la prossima mezz’ora facendo finta di esserci. Preparano le cuffie del cd, attrezzano sms col cellulare, toccano il sacchetto della pizza, guardano fuori dalla finestra, rifilano pedate alla sedia davanti provocando l’ira del compagno. Un quarto della classe si sta ricomponendo a rilento, sgomitano, soffocano risa, improvvisano il verso del maiale o del piccione, rimbalzano un po’ sulla sedia come rimbalza una palla dopo un bel tonfo. Il quarto rimanente vorrebbe far lezione, ma non si può permettere di darlo tanto a vedere. Se mi faccio venire la folle idea di chiedere che tirino fuori un quaderno e una penna, vanno via altri dieci minuti. Ricerca neanche tanto affannata, richieste varie di fogli e di penne, perché metà della classe non ha il materiale. E perché dovrebbero… fra pizza, cellulare, cd portatile, mazzo di carte e calcolatrice, si è già raggiunta la soma massima di sopravvivenza.
La comunicazione podologica mi irrita quanto una cimice nel letto. Le loro urla gliele rifarei ingoiare con cucchiate di cianuro. La loro imbecillità anabolizzata mi costerà un intero pomeriggio di resettaggio energetico.
La pantomima si ripeterà almeno quattro volte nell’arco della mattinata, ad ogni inizio dell’ora. Di questi esemplari… me ne godo ottantadue al giorno.
Avete qualche dubbio??? Certo che li odio. Alla sesta reincarnazione ho cominciato a odiare… e qualsiasi quantità di odio voi stiate immaginando ora… ritenetela sempre approssimata per difetto.

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Pare sia andata così, in un mattino di marzo o giù di lì. Hanno rubato il Pronto Mobili dall’armadietto della bidelleria.
L’hanno spruzzato tutto sulla soglia della porta dell’aula.
E poi si sono messi ad aspettare quello che avevano in mente di aspettare.
La collega è entrata, è scivolata, si è fratturata una vertebra.
Per aver il piacere di veder un’insegnante cadere, lo rifarebbero di nuovo. Così hanno detto. Nessuno li ha denunciati. Credo che se la siano cavata con un paio di giorni di sospensione con obbligo di frequenza. La collega non è più tornata al lavoro.
Sono piccoli? Sì, molto piccoli. Hanno tutti il diritto di voto.

Non affannatevi a rifarvi il trucco con i buonisti pensieri: l’odio è reciproco.

Tragos

Vedi come sono brava? Adesso ti parlo di cose che conosci, così ti levi finalmente quel mascherone da malcapitato che ti si è incollato sulla faccia.
Una bella tragedia, Socrate mio. Ce ne andiamo a teatro, io e te, due cuscini, una ricotta freschissima, una fiasca di vino annacquato, e ce ne stiamo lì fino a quando il sole si tuffa a mare e dal cielo scende un dio che risolve tutto quanto.
Una bella tragedia greca come gli dei comandano… non ti va l’idea?
No eh… non mi puoi perdonare nemmeno il secondo cadavere che ho dissotterrato.
Quel bello spettacolo di giovani, insieme ai quali dovrei crescere, creare, lavorare… dire e fare qualcosa di utile eccetera eccetera, tutte le sante mattine che li vedo, e tutti i santi pomeriggi che cerco di capire che cosa possa poi fare il giorno dopo… mentre quella strega di Atropo prende le misure del mio filo…
Un vero peccato che tu non mi segua, che neanche tu riesca ad intuire che oggi le tragedie sono state espulse dai loro luoghi deputati… sono scese dalle belle gradinate di roccia, strisciando infide e bieche come vipere, piano piano vanno a fare il nido altrove, sputano veleni là dove non avrebbero mai dovuto penetrare, e non pretendono applausi quando la notte le ingoia.
Qual è il problema se Oreste uccide la madre, se Medea avvelena i suoi figli?
Poi le gradinate si svuotano, i mascheroni vanno a dormire nei carri, gli attori tornano a casa a baciare la madre, a riabbracciare i figli.
Siamo diventati civili, Socrate. Ci hanno fatto diventare così civili che ogni bipede umano che vedi camminare adesso, è costretto d’ufficio – e a sua totale insaputa – a incarnare da solo il suo privatissimo tragos.
Oh, non è difficile come pensi… è un giochetto di prestigio di infimo livello.
Qualcuno scrive un copione, ma non lo dà in mano a un attore solo. Oggi come oggi ci sono mezzi con cui puoi mandare quel copione a milioni di persone nel tempo di un amen. E poi li puoi anche convincere a recitarlo. Li convinci così bene che potrebbero ucciderti se vai a dire loro che sono diventati i burattini di Mangiafuoco.

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