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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Lo Zen - Pagina 11

Kit, colt, cult

Il benvenuto fra gli Immortali te lo dà la puzza di piscio.
Filtra assorbe disinfetta igienizza deodora… ma percorrendo auspici simmetrici ed opposti a quelli del martellamento pubblicitario sull’alta tecnologia dei pannoloni.
Solo tu ne sei assorto, filtra e invade le nari, attacca le tonsille, impregna di sé il più fetente e fetido dei tuoi pensieri.
Puoi scegliere: o fuggi, o cerchi un cesso per vomitare, o scendi in apnea.
Io scendo in apnea. È il prestigioso vantaggio degli asmatici cronici. E io ne so qualcosa. È l’unico caso in cui il respiro tagliato ed asfittico può venirti in soccorso.
BENVENUTO all’Ospizio!
Alla Casa di Riposo, alla Residenza Sanitaria Assistita, alla chiamala un po’ come ti pare… BENVENUTO fra i vecchi dalla vecchiaia allungata, benvenuto nell’anticamera della Morte!
Fra tutti i Docenti skazzati che puoi incontrare, esiste una categoria a parte, che poi sarebbe quella più skazzata di tutte.
Età media: fra i cinquanta e i sessant’anni.
Sesso: tutte donne.
Caratteristica principale: hanno vecchi ottuagenari di cui dover prendersi cura, hanno figli ventenni che stanno tentando di raggiungere una irraggiungibile riva.
Transitano dentro il rosso del loro autunno strattonate quotidianamente da giovani che si rifiutano di crescere e vecchi che si rifiutano di morire.
E giovani e vecchi sanno abilmente riciclare dentro la sublime macroeconomia dello Stato, quella fetta miserrima di reddito che loro producono.
Et voilà, sioriesiore, quella fetenzia di vita degli adulti attivi di sesso femminile, non ancora toccati dal benefico soffio della demenza, ma già transitati in quella stagione della vita in cui sarebbe più doveroso e istintivo pronunciare un vaffanculo… piuttosto di un vieni qui non pensarci che tanto ti aiuto io.
Generazione esente dal diritto all’orfanità. E cosa ancora peggiore, dal diritto di essere sostituita dai giovani. Siamo le uniche a rimpiangere seriamente i sapienti progetti di Madre Natura, più sapienti senz’altro di questa artificialità di vita programmata dalla occidentale civiltà.
Sempre se hai voglia di chiamarla Vita.
Svegliatevi una mattina, e provate soltanto ad immaginare una piccola parte di quella rabbia che cova silente sotto i loro capelli brizzolati o tinti.
Non vi consiglio di immaginarvela tutta, perché ne rimarreste travolti e uccisi.
Cosa ho detto? Rabbia? Merce esportata momentaneamente su un altro pianeta dal melenso buonismo dilagante.
Eppure ci sono giorni che se potessi comprimerla tutta e infilarmela dentro gli occhi, giuro, ridurrei di sale chi osasse incrociare il mio sguardo.
Lo so, perché la vedo rispecchiata spesso negli occhi di quelle mie colleghe, che dopo sei ore passate a sopportare il bambocciante adultismo degli allievi, saranno risucchiate il pomeriggio dai vecchi malati, invalidi, piscianti, ed immortali.
La cifra degli ultimi dieci anni della mia vita? Antri d’attesa, ASL, Ufficio Invalidi, pratiche pratiche pratiche… per comode, per sedie a rotelle, per pannoloni, per riconoscimenti di invalidità (si scopre che in Italia se uno è invalido al 100%, poi deve dimostrare che si è aggravato se vuole avere il diritto all’assegno integrativo), per case di riposo… ed evito ospedali cliniche medici fisiatri ed analisi cliniche.
Prima per mio padre e dopo per mia madre, tutto doppio giustamente, e forse, da figlia di nomadi, sono stata baciata dalla fortuna. Gli stanziali possono trastullarsi fino al terzo grado dell’affinità parentale.
Sissignore, dai quarantatre anni in poi si impara a convivere col tanfo di morte, senza il privilegio di poter pensare che si tratti della tua. Solo una permanente prova generale. Un altro tipo di onanismo percussivo che ti trapana il cervello.
Non ci sarò più quando il disastro ecologico sarà assorbito dai nuovi equilibri: quando finalmente sarà ripristinato il sacrosanto diritto all’orfanità. Per tutti quei figli fortunati partoriti da madri quarantenni. Amen.
Intanto lo Zen aiuta, e guardo.
Guardo, facendo finta di non vedere. I campanelli che suonano, senza assistenti che arrivano. I pannoloni strapisciati che non vengono cambiati. La realtà fasulla dei vecchi assistiti. L’abbandono cimiteriale di uomini e donne semiviventi deposti sulle sedie. L’edificante volto della miliardaria industria del vecchio.
Avrei ancora forza e vita e amore per pensare alla musica alla bellezza a Rylke e alla poesia.
Ma il mio pensiero dominante, oggi, si chiama KIT.
Neanche alla pensione ci penso più di tanto. Tenetevela tutta, tenetevi quarant’anni del mio lavoro.

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