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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Cartoni che fanno crescere - Pagina 1

Allora, non che io voglia far polemiche né accusare nessuno. Il mondo cambia, lo so, e di conseguenza la televisione si adatta al nuovo pubblico. Prima o poi dovrò farmene una ragione. Ma sono un essere umano anch’io. Di conseguenza, sono soggetta ad attacchi di nostalgia.
Io sono nata negli anni ’80 e rivoglio quella televisione lì. Non è una critica. È un dato di fatto. La rivoglio.
Tornavi a casa da scuola verso mezzogiorno, mangiavi, ti mettevi a fare i compiti ed eri contenta, perché sapevi che alle sedici zero zero, puntuale come un orologio svizzero, iniziava Bim Bum Bam. E anche se già allora eri un tipino sveglio e sapevi benissimo che il pupazzo Uan era per l’appunto solo un pupazzo, eri felice.
Ascoltavi i consigli per gli acquisti sciorinati da tal Paolo Bonolis, assillavi i tuoi genitori (da allora hanno preso in antipatia il povero presentatore) perché ti rendevi conto che aveva ragione lui, che senza il Dolce Forno tu proprio non potevi vivere, e del fatto che per cuocere una focaccina ci volessero tre ore a 220°C a te proprio non importava niente. Elettricità, spese… Questi son problemi della mamma, mica tuoi.
Intanto, eri in trepida attesa.
Quando l’incantatore di serpenti colpevole di tanti liti in famiglia si ritirava nel silenzio, cominciavano loro. I cartoni animati. Quelli belli, intendo, quelli che ti facevano crescere.
A mamma e papà non piacevano. Davano in smanie quando sentivano quelle risate urticanti e acute, quegli urletti, quando vedevano quegli occhioni con dentro le stelline e quelle bocche spalancate a forma di triangolo (i giapponesi sono a geometria variabile).
Tu, niente. Continuavi a guardare affascinata. E ti istruivi. Apprendevi nozioni che, già lo sapevi, un giorno ti sarebbero servite. Quelle storie ti aprivano la mente molto più di quanto avrebbero fatto dieci anni dopo il latino ed il greco.
È grazie ad esse se oggi sei quella che sei.
Ti costringevano ad aguzzare l’ingegno, perché finivi col porti domande esistenziali.
La prima era: «Perché le protagoniste sono tutte orfane maltrattate e nessuno le vuole?»
Le passavi in rassegna. Heidi-ollallallàihih e le caprette ti fanno ciao, Georgie che corre felice sul prato, Anna dai capelli rossi che vola e va come una rondine, Candy Candy, Charlotte, Polyanna, la Piccola Principessa…
Eri una bambina sveglia. Già dopo uno o due episodi, il concetto ti era chiaro: un’eroina che si rispetti è orfana.
Quindi, non ti sei fatta ingannare dai primi episodi di Hallo Spank.
Aika-Yaya aveva il papà, certo, ma tu eri vaccinata, tu sapevi che non poteva durare. E infatti: hallo Spank, il mio papà, hallo Spank, lo ha preso il mare, dolce Spank, mi sento giù, non lasciarmi anche tu.
Ormai stavi cominciando a capire che la felicità si costruisce su una base di sofferenza.
Non solo. Analizzavi. E questa analisi si articolava in due fasi.
Fase uno:
ti chiedevi: «Ma è poi un male essere senza famiglia?»
Insomma, Walt Disney docet: Biancaneve e Cenerentola mica ce li avevano, i genitori, eppure guarda che carriera hanno fatto e chi hanno sposato!
Fase due:
consideravi la tua esistenza con sguardo critico. Dal momento che eri piena di buon senso, sapevi essere obiettiva. Guardavi mamma e papà e paragonavi la tua vita a quella delle tue eroine. Riflettevi sul perché loro avessero tanti problemi mentre tu vivevi tranquilla e serena.
Arrivava quindi la presa di coscienza: capivi di essere fortunata, nessuno ti maltrattava allo scopo di farti diventare un’adulta complessata, nessuno ti cacciava di casa, nessuno ti sbatteva la porta in faccia, nessuno ti diceva di no, perché il metodo Montessori aveva mietuto le proprie vittime.
Insomma, quelle storie tristi delle quali ci abbeveravamo come ad una sacra fonte erano un incentivo all’amore famigliare. Miravano dritte ai Valori. Vuoi mettere?

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