Maurizio Piccirillo approccia ai temi classici della poesia rivestendoli di forma moderna. Il poeta trasla contenuti universali quali la vita, la morte, la guerra e l’amore in un linguaggio forte e deciso caratterizzato dall’uso frequente di immagini che aprono al lettore la visione dolorosa e tragica di un’umanità drogata dall’incomunicabilità. La mancanza di tale scambio comunicativo porta l’uomo alla scelta rovinosa e ipocrita della guerra. L’io poetico si ritrova imprigionato in sbarre castranti che riducono i sogni in frammenti privi di libertà. Il candore dei fanciulli si sporca di fumo e cenere: sono i bambini i veri martiri della guerra. La morte interiore si accompagna all’inesorabile scorrere del tempo e il tema della vecchiaia percorre la silloge poetica parallelamente a un vissuto intriso di sofferenza. L’amore si rivela una passione fugace, che si nutre di attimi, già esaurita. Cosa rimane allora al poeta? Svaniti i sogni e i ricordi, l’io lirico si inebria: il vino è rosso come il sangue, richiama contemporaneamente il vivere e il morire, la natura e gli affetti autentici, l’intensità del dolore e del sentimento d’amore. Al dolore e alla morte si contrappone la vitalità del liquido: esso scorre velocemente offuscato e soffocato nel tentativo di emergere in superficie, ma il suo divenire non può che risolversi in un sibilare sommerso…
(Valentina Petrucci)

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