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Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 3

Dov’era finita Delphine?
«Delphineeee!» fu l’unica cosa che si riuscì ad udire oltre al cinguettare dei volatili e al solito e rilassante rumore della natura, della vita che continua.
Alex balzò giù dall’automezzo della sua comitiva e andò spedito verso le case nei cantieri. Correva e il rumore dei suoi passi rimbombava in quel luogo ameno.
Devo trovarla! Non può essere scomparsa, non sono possibili queste cose! Evidentemente Alex non sapeva neppure da dove cominciare, era così nervoso che le mani iniziarono a tremare come in preda ad una strana malattia.
«Calmati Alex». La voce di Gabriel lo riportò alla realtà.
«Svampita com’è…si sarà di sicuro persa, ma la ritroveremo di sicuro» disse Mary cercando di calmare i compagni.
Mary era sempre ottimista e, nonostante fosse una donna, era lei a portare i pantaloni all’interno del gruppo. L’organizzazione, i consigli, i luoghi da visionare, lo zampino era il suo ed era irriconoscibile. Classe, gentilezza, sangue freddo e intelligenza; questa ragazza sembrava provenire dalla stirpe angelica.
Si scostò un ciuffo di frangetta dorata che le scendeva sul viso e riprese dicendo: «Ho appena incaricato Louis di controllare tutti gli appartamenti, io e Gabriel ispezioneremo la zona circostante, tu rimani qui. Se tornerà indietro prima a poi dovrà passare di qui. Ok?»
La risposta di Alex fu un debole sì. Intanto i due si addentrarono nella foresta.
Alex non seppe quanto tempo passò da quando una voce, la voce di Louis, diede sentenza.
«L’ho trovata» gridò Louis.
L’aveva cercata in tutti gli abitacoli e, quando aveva ormai perso la speranza, l’aveva ritrovata nell’ultimo con lo sguardo fisso rivolto al pavimento.
Mary e Gabriel li raggiunsero immediatamente ed entrarono di scatto nell’ultima casa, Alex li raggiunse dopo qualche minuto.
«Che cos’è successo, Delphine? Ti ha mangiato una pianta carnivora?» chiese Louis in modo canzonatorio.
«Guardate a terra».
Era pieno di cerbottane. Erano lunghe qualche decina di centimetri e l’estremità del loro legno era intrisa di un liquido verdastro. Mary si avvicinò e lo toccò. «È fresco, scappiamo finché siamo in tempo».
Il gruppo si avventò verso l’uscita, ma una sgradevole sorpresa li accolse. Il loro veicolo aveva le ruote bucate. Gli aghi d’acciaio conficcati nel caucciù facevano sembrare l’auto una roccia dalla quale pendevano e si slanciavano verso il cielo stalagmiti e stalattiti.

(Ruben Mosca, Monza, 15 dicembre 2007)

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