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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Omicidio Preventivo - Capitolo 4

Peter guardò le due pastiglie come se cercasse di capire a che cosa servissero: ma erano tonde e bianche, anonime. Jacq gli porse un bicchiere pieno a metà di Martini. «Prendile!» gli ordinò, perentorio.
L’uomo ubbidì. Prese le pastiglie e le buttò giù ingollando lunghi sorsi di Martini. Lacrime gli spuntarono sotto le ciglia, in un dolore quasi fisico. Sprofondò nella poltrona e pian piano, come tasselli di un puzzle, i ricordi tornarono ad affollargli la memoria, sistemandosi ognuno al proprio posto. A cominciare da Jacq.
Il ragazzo era entrato nella sua vita tre anni prima, in modo del tutto inaspettato. Aveva appena terminato il liceo – così gli aveva raccontato – ed era venuto a Monaco di Baviera per frequentare l’Università. I prezzi degli alloggi offerti agli studenti erano tutt’altro che teneri, così si era messo a chiedere a chiunque incontrasse se aveva da cedergli, dietro modesto compenso, una camera. Rifiutato a destra e a manca, era giunto a suonare alla porta di casa di Peter; aveva pensato che in quel quartiere borghese avrebbe trovato una persona di buon cuore disposta a tendergli una mano. E la fortuna gli aveva rivolto un benevolo sguardo.
Era uno dei giorni in cui Peter, al ritorno dal cimitero, era in preda ad una delle sue crisi di depressione acuita dalla malattia che gli rodeva il corpo senza ch’egli ne sospettasse l’esistenza. Per l’occasione, Jacq aveva sfoderato la sua espressione più malinconica, chiedendogli – con esagerata umiltà – se conoscesse qualche ostello per ospitare un modesto studente con pochi spiccioli in tasca. In realtà, il suo scopo era stabilirsi nel palazzo.
Era stato più semplice del previsto: Peter, remissivo per natura e reso ancor più vulnerabile dalla depressione, aveva accettato di buon grado la prospettiva di riempire la solitudine della propria vita con un’altra persona. Un buon psicologo avrebbe potuto ravvisare in lui anche un desiderio represso di paternità. Jacq non era certo uno psicologo, ma neppure uno sciocco, e aveva subito notato l’effetto positivo che faceva sull’uomo chiamandolo «papà», anche se per l’età avrebbe potuto essere un fratello, più che un padre, e sapeva benissimo che quella era tutta una finzione.
Jacq si era dimostrato un buon figlio, nonostante avesse rivelato un carattere più introverso di quanto fosse apparso al primo incontro, e fosse talvolta duro e scostante. A suo modo, comunque, si era affezionato a quell’uomo triste e solo e aveva deciso di prendersene cura – tanto più che questo gli dava la possibilità di alloggiare lì, in una bella cameretta, completamente gratis.
A Peter, quella situazione anomala – tutto sommato – andava bene. Tanto più che Jacq lo aiutava nei lavori domestici, ed era di buona compagnia. Almeno finché non avesse terminato l’Università. Ma a questo non voleva pensare.
Il corso delle sue riflessioni, come sempre accadeva quando lasciava a briglia sciolta i ricordi della sua mente, si fissò sull’immagine insanguinata di Florence. Le dita della mano si strinsero tanto forte intorno al bordo del bicchiere, che il vetro scricchiolò. Dio, tutto quel sangue…
Il bicchiere s’infranse, schegge di vetro caddero sul pavimento. Gli occhi di Peter si sgranarono. Quelle maledette pastiglie gli stavano annebbiando la mente... Lei non era morta in camera da letto: era stata investita da un’auto, e quando all’obitorio ne aveva visto il povero corpo… era incrostato di sangue, ma integro. E poi, lei non si chiamava Florence: si chiamava Therése.
Si prese la testa fra le mani: che cosa gli stava succedendo? Stava davvero diventando pazzo? Avevano davvero ragione i dottori… tumore al cervello?
O forse… forse la spiegazione era un’altra? Forse la malattia, anziché intorpidirgliele, gli aveva spalancato nuove facoltà? Era sicuro che quello che aveva visto fosse un ricordo, o un incubo, e non invece… un presagio? Una premonizione? Una visione di ciò che sarebbe accaduto nel futuro – un evento che lui avrebbe potuto impedire?
Si sforzò di riflettere: c’era qualcuna che conosceva e che si chiamava Florence? Amiche… colleghe di lavoro… no… sì, dannazione: la ragazza di Jacq! E rassomigliava proprio alla donna che aveva creduto sua moglie, solo con qualche anno in meno… Come l’aveva definita Jacq, quando gliel’aveva presentata? «Il più bel sogno della mia vita tramutatosi in realtà»: così aveva detto. Lui l’aveva persino preso bonariamente in giro: «Non sei un po’ troppo giovane per essere già così perdutamente innamorato?» In realtà era felice per il ragazzo, e perché lei era bella e gli sembrava una personcina a modo. Ma ora, ora che sapeva che la loro storia era destinata a concludersi in modo tanto tragico, che cosa avrebbe potuto fare?
«Che cosa è successo, papà?» Il viso di Jacq si disegnò nel vano della porta del salotto. Guardò per terra, notò i cocci del bicchiere. «Vado a prendere uno scopettino per spazzarli via», disse.
Peter aprì la bocca per fermarlo, ma non ne uscì alcun suono. Che cosa avrebbe dovuto dirgli? Che aveva avuto una visione della sua ragazza assassinata? Con quale giustificazione? Lui l’avrebbe preso per pazzo… o si sarebbe allontanato…
E poi… terribile pensiero… se fosse stato proprio Jacq… l’assassino…?

(Simone Valtorta, Desio, 25 maggio 2007)

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