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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Omicidio Preventivo - Capitolo 5

Peter, infatti, non conosceva il pur breve ma nebuloso e tormentato passato del giovane Jacq. Soprattutto non immaginava che quel passato si sarebbe materializzato lì, ora, al citofono di casa sua.
Peter andò a rispondere.
«Chi è?» chiese. Ma nessuno rispose.
«Chi è?» chiese una seconda volta.
«Ehm, ecco… Io vorrei parlare con Alvin…» disse una voce di donna dall’altra parte dell’apparecchio.
«No, signorina, qui non c’è nessun Alvin. Si sta sbagliando». E chiuse la comunicazione.
«Chi era?» gli chiese allora Jacq.
«Oh, nessuno. Una che ha sbagliato».
In quel mentre una voce di donna chiamò forte giù dalla strada: «Al! Al! Alvin, lo so che sei lì! Affacciati!»
Peter si accostò alla finestra, scostò un poco la tenda, in modo da vedere senza essere visto, e notò, giù sul marciapiedi, una giovane donna, con i jeans strappati e una maglietta bianca, piccola, magra, capelli corti e neri.
«La conosci?» chiese Peter a Jacq.
Jacq si affacciò e quando vide che si trattava di Christine, gli si gelò il sangue dentro.
«Allora? La conosci?» gli chiese ancora Peter.
Jacq tentennò un attimo, poi disse: «N… No… Cioè sì, è una con cui sono uscito qualche volta, ma solo per fare sesso».
«Ah. Ma perché ti chiama Alvin?»
«Perché volevo che restasse solo una storia di sesso, per questo le ho detto di chiamarmi Alvin, ma lei si è invaghita di me e ora non mi dà pace. Evidentemente mi ha seguito».
«Beh! Facciamola salire».
«No, forse è meglio se scendo io. Anzi, prendo le chiavi di casa, magari farò tardi».
Appena Jacq fu giù, Christine gli si gettò al collo.
«Oh, Alvin. Amore mio! Quanto tempo».
Jacq la staccò da sé e guardandosi intorno con circospezione le rivolse una raffica di domande: «Che cosa ci fai qui? E se ti hanno seguita? Nessuno deve sapere che sono qui. Quando sei arrivata? Chi ti ha detto che ero qui? Come hai fatto a trovarmi? E poi non mi chiamo Alvin, ma Jacq!»
Christine, che non si aspettava un’accoglienza così fredda, disse: «Ah! Bel modo di accogliermi, non ci vediamo da tre anni e neanche mi saluti, neanche un bacio?»
Ora Jacq provava un po’ di imbarazzo: «Scusa… Ma sono molto stupito di vederti qui. Insomma… non me lo aspettavo. Allora, che cosa ci fai qui?»
«Cercavo te! Voglio stare con te. Non ricordi il nostro patto di non lasciarci mai?»
«Eravamo bambini… Piuttosto, andiamo a bere qualcosa. Ho qui la mia auto».
Salirono su una vecchia BMW grigia. Era buio, ormai. Si vedevano, intanto, i lampi di un temporale che si stava avvicinando. Guardando i lampi, Christine disse: «Ti ricordi, Alvin, quella notte nella villa della contessa? Anche quella notte c’era il temporale».
«Non mi chiamo Alvin, ma Jacq!» disse lui, seccato.
E come poteva avere dimenticato quella notte. Erano poco più che sedicenni, quando si erano introdotti furtivamente nella villa della contessa Landsbury, nei pressi di Portsmouth. Ma qualcosa quella notte non era filato per il verso giusto; avevano già messo nello zainetto diversi gioielli e stavano rovistando nei cassetti del soggiorno alla ricerca di denaro, quando erano stati sorpresi dalla contessa stessa. Alvin, spaventato, in preda al panico, aveva estratto una rivoltella e aveva fatto fuoco. Un solo colpo, proprio mentre fuori scoppiava un forte tuono.
Christine aveva gridato di paura, terrorizzata: «Ma cos’hai fatto? Sei pazzo? L’hai uccisa!»
«Su, sbrighiamoci! Raccogli quanti più soldi puoi e filiamo!» le aveva detto Alvin concitatamente.
Ma Christine non aveva reagito alle sollecitazioni del ragazzo, impietrita da quella scena violenta.
«Dai, filiamo!» le aveva detto allora Alvin. Aveva dovuto afferrarla per un braccio e trascinarsela dietro.
Ma fuori, ad attenderli nella pioggia battente, c’era la polizia.
«Fermi o sparo!» aveva intimato un poliziotto.
Alvin non si era fermato e aveva fatto fuoco ancora. Tutti i colpi che aveva in canna. Aveva colpito mortalmente uno di loro, un altro lo aveva ferito ad una gamba. Aveva tirato addosso ad un terzo la rivoltella ormai scarica e poi lo zaino con la refurtiva e si era lanciato nel bosco più veloce che poteva, mentre due poliziotti caricavano in macchina Christine in preda ad una crisi isterica.
Alvin era riuscito a far perdere le proprie tracce.
«Così adesso ti chiami Jacq» disse Christine.
«Già, proprio così. E tu mi dici come hai fatto a trovarmi?»
«Mi par quasi che ti dia fastidio che ti abbia ritrovato» rispose lei con tono deluso. Poi aggiunse: «Quella notte la polizia mi ha portato dentro e ci sono rimasta per un anno e mezzo. Sono stata sottoposta a violenti interrogatori; mi chiedevano di te».
Seguì una pausa silenziosa, rotta solo dal motore dell’auto e dalla pioggia che batteva su di essa.
Christine riprese: «Non ho saputo più nulla di te. Chiedevo sempre alle mie compagne di cella, che avevano chi veniva a trovarle, se potessero avere tue notizie, ma niente. È stata dura; il tempo non passava mai. Quando sono uscita mi hanno detto di provare a sentire un certo Salvatore, giù al porto, forse lui poteva dirmi qualcosa di te».
«Ah! È stato il vecchio Salvatore a dirti che mi avresti trovato qui a Monaco».
Savatore Ficarazzi era un immigrato siciliano, uno che aveva rapporti con la mafia; era un abile falsificatore di documenti e sterline.
Intanto si erano fermati davanti ad un bar. Entrarono, di corsa per non bagnarsi, si sedettero ad un tavolo un po’ appartato. Venne un cameriere. Ordinarono due birre e due panini con wurstel e crauti.
«Sì, è stato Salvatore a procurarmi i documenti e il denaro per scappare» disse Jacq. «E come sta il vecchio Salvatore?»
«Sta sotto un buon metro di terra!» rispose lei.
«No! È morto?»
«Sì, un paio di mesi fa Scotland Yard ha fatto irruzione in casa sua, c’è stata una sparatoria e l’hanno fatto secco».
Arrivarono i panini e le birre.
«Raccontami di te. Che cosa ci fai qui a Monaco?» chiese Christine.
«Io ho una nuova identità e cerco di rifarmi una vita. Frequento l’Università…»
Ma Christine lo interruppe: «E quello che c’è in casa con te? Chi è?»
«È mio padre!» disse Jacq trattenendo un risolino.
Christine scoppiò a ridere. «Ma dai! Anche tu sei orfano, come me. Cos’è questa storia del padre?»
«È un vedovo. Soffre di crisi depressive ed è stato abbastanza facile fargli credere di essere suo figlio. Così mi passa qualcosa e mi mantengo agli studi».
Christine era stupita, non poteva crederci. Tra ricordi del passato e discorsi sulla vita attuale, finirono di mangiare i loro panini e bere le birre.
Poi Jacq disse a Christine: «Vuoi che ti riaccompagni a casa? A proposito, dove alloggi?»
Lei avrebbe voluto passare la notte con lui. Dopo tanto tempo…
Dopo un breve, lunghissimo attimo, rispose quasi con un sospiro: «Ho trovato una camera in affitto in un palazzo di Pistalotzi Strasse».
Jacq pagò il conto, poi uscirono. Fuori infuriava ancora il temporale: pioggia e vento.
Salirono in auto. Jacq accese la radio per sentire un po’ di musica, ma c’era il notiziario e una notizia attirò la sua attenzione.
«Dai, cambia stazione!» disse la ragazza.
«Ssst! Zitta!»
«…La polizia sarebbe sulle tracce del criminale che un anno fa commise un efferato omicidio a Monaco, decapitando la sua vittima…» disse la voce alla radio.
«Come mai ti interessi a queste notizie?» chiese Christine con un certo stupore.
Jacq non rispose alla domanda. Poi disse: «Sentiamo un po’ di musica». E inserì un disco dei Sex Pistols, che sapeva sarebbe piaciuto a Christine, dato che ne era una fan sfegatata.
Poco dopo la BMW di Jacq si fermò davanti ad un palazzo di Pistalotzi Strasse.
«Ecco, è qui!» disse lei. «Vuoi salire?»
Christine insistette e Jacq cedette: «Va bene. Ma solo un attimo».
Entrarono in casa. Era un monolocale discretamente arredato. Si sedettero sul divano a due posti. Lei cercava le labbra di lui. Ma Jacq si ritrasse.
«Che cosa c’è, non ti piaccio più?» chiese in modo tagliente lei.
«Christine… cerca di capire…» Era in pieno imbarazzo, non sapeva come uscire da quella situazione. Riprese: «Insomma… sono passati più di tre anni. Io sono dovuto scappare, avevo tutta Scotland Yard alle calcagna…»
Lei lo interruppe: «Lo so. Hai un’altra. Vi ho visto».
Fecero seguito lunghi attimi di silenzio. Gli sguardi non si incrociavano, erano persi nel vuoto.
Ad un tratto Jacq si alzò e disse: «Si è fatto tardi. Devo andare; forse Peter ha bisogno di me».
Si avviò verso la porta, prese la maniglia in mano e senza voltarsi disse in maniera quasi automatica: «Ciao. Ci vediamo».
Salì in macchina e si diresse verso casa; intanto aveva smesso di piovere ed era quasi giorno, grosse nubi nere si stagliavano nell’aurora del mattino.
Christine non si era mossa dal divano, non aveva risposto al saluto del suo compagno.
Ora era assorta in mille pensieri, e mille domande cercavano una risposta nella sua mente. Ma davvero Alvin era cambiato? Davvero studiava all’Università? Dov’era finita la spavalderia che lo contraddistingueva? E quando aveva sentito quella notizia alla radio, aveva dimostrato un certo interesse, come se la cosa lo riguardasse. Che cosa c’entrava, lui, con quella notizia? Ma soprattutto c’era quella smorfiosetta bionda e formosa, poco più che diciottenne, che filava con lui, che aveva preso il suo posto nel cuore di Alvin. E Christine questo non glielo avrebbe perdonato. Sentiva la gelosia roderle dentro, salire dal cuore su, fino alla mente, annebbiarle la vista.
Era già sorto il sole quando si addormentò, lì, sul divano.
Jacq rientrò in casa. Peter dormiva di un sonno profondo. Sul comodino la scatola delle pastiglie. Non lo aveva neppure sentito rientrare.

(Stefano Chiarato, Monza, 15 settembre 2007)

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