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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Omicidio Preventivo - Capitolo 6

Christine non era tipo da arrendersi troppo facilmente, e per vari giorni tornò alla carica: suonò il campanello ed attese, paziente, che Peter venisse ad aprirle. L’uomo non riuscì a nascondere una smorfia di disappunto quando la vide. «Jacq non c’è!» Tentò di sbarrarle il passo, ma lei lo scansò ed entrò agilmente in sala da pranzo. «Oh, allora lo aspetterò qui» trillò, con finta noncuranza.
«A Jacq non piacerà trovarti qui!»
«Io penso di sì, invece: sono la sua ragazza, dopotutto».
Peter sbuffò; quell’assurda messinscena andava avanti ormai da troppi giorni. Christine era sempre più insistente, e Jacq si era trovato costretto a render partecipe Peter del suo passato: «Sai, pa’, c’è una cosa che non ti ho detto…»
L’uomo aveva preso la rivelazione insperatamente bene: «Hai sbagliato, è vero, ma tutti facciamo degli errori… E poi, il colpo è partito in modo accidentale, no? Tu mica volevi ammazzarla, quella donna…»
A Jacq era venuto da pensare che, forse, ad aver fatto parlare così Peter fosse stato il timore di ritrovarsi nuovamente solo, in compagnia dei suoi fantasmi, più che un reale convincimento sulla sua innocenza. Tanto più che non gli aveva parlato degli altri omicidi che aveva commesso, quelli sì perfettamente volontari…!
In effetti, pur se l’assassinio del poliziotto a Landsbury, dopo il furto in casa della contessa, poteva essere giustificato – con una dose abnorme d’immaginazione – come «atto di legittima difesa» (in realtà, era stato lui il primo ad aprire il fuoco), l’uccisione del vecchio notaio Hirschoffer era quasi una violenza gratuita. Era accaduto una notte in cui Peter era fuori città per un convegno; il villino di Hirschoffer era isolato e fuori mano. Era stato tutto molto facile, all’inizio: aveva aspettato il calar delle tenebre, si era coperto il volto con una calzamaglia nera e aveva semplicemente suonato alla porta dell’abitazione. Uno strascicar di passi, e la porta si era aperta, rivelando un piccolo atrio fiocamente illuminato e il volto assonnato di una donna, che sbatteva gli occhi come una civetta. Subito, Jacq le aveva premuto sulla bocca e sul naso un fazzoletto imbevuto di etere. Quella si era dibattuta debolmente, mugugnando qualcosa, prima di sprofondare nel mondo dei sogni.
«Chi è, Maude?», era echeggiata la voce del notaio.
Il giovane gli era stato addosso non appena si era affacciato nell’atrio, con un pugno in pieno viso lo aveva mandato a sbattere contro il muro.
«Apri la cassaforte o la vecchia è morta», aveva sibilato.
Hirschoffer non aveva provato nemmeno a difendersi: remissivo, aveva spostato una stampa appesa ad una parete del salotto, rivelando una piccola cassaforte che aveva aperto con mani tremanti. Aveva tirato fuori gioielli e denaro. E a questo punto Jacq aveva commesso un errore che avrebbe potuto essergli fatale: spinto da parte il vecchio, si era messo a contare le banconote. Fu solo quando udì il raschiare del metallo contro il metallo che si riscosse: giusto in tempo per evitare il fendente dell’antica spada che il notaio vibrava verso di lui, dopo averla staccata da sopra il caminetto. Jacq aveva afferrato l’uomo e l’aveva sbattuto contro un muro; la spada era caduta a terra con un clangore di antica campana; il giovane l’aveva impugnata e, prima ancora di rendersene conto, aveva decapitato il povero notaio. Sconvolto dal suo stesso gesto irrazionale, aveva afferrato una manciata di banconote e se l’era data a gambe levate.
«Jacq ha un’altra ragazza, ora, una ragazza di buona famiglia». Peter afferrò Christine per un braccio: «Tu appartieni ad una parentesi della sua vita che ha chiuso in modo definitivo».
Il volto di Christine s’infiammò: «Che cosa ne sai, tu, dei suoi sentimenti? Tu, che nemmeno sei suo padre…»
Lo schiaffo riecheggiò secco come uno schiocco di frusta. La ragazza barcollò, si portò una mano al volto, là dove l’uomo l’aveva colpita. «Jacq è figlio mio, ricordalo» sibilò lui. Afferrò un lungo coltellaccio da cucina: «Fuori di qui, se non vuoi che faccia qualcosa di terribile». La voce gli tremava.
Lei uscì dalla stanza, ma solo per andare in camera da letto: «Lo aspetterò qui: Alvin ti dirà tutto…»
Peter fece per entrare a sua volta, quando una fitta di dolore gli esplose dentro la testa. Le immagini dinanzi ai suoi occhi sembrarono sdoppiarsi, poi alla figura di Christine si sovrappose quella di Florence morta, quella della visione, si fusero in una, e lui capì che quello era il futuro… che entro pochi minuti Jacq sarebbe rincasato, avrebbe trovato Christine, tra i due sarebbe nato un diverbio e il ragazzo l’avrebbe uccisa… un delitto che l’avrebbe marchiato a fuoco per sempre, condannandolo alla dannazione eterna…
Non l’avrebbe permesso: amava Jacq, era suo padre, e un padre per il proprio figlio è disposto a qualsiasi sacrificio… anche a votarsi alle fiamme dell’Inferno al posto suo…
Il pensiero non si era ancora formato appieno nella sua mente, che già la mano lo precedeva, scattando in avanti. La lama del coltello era lunga. Lucidata ed affilata dal lungo uso. La mossa troppo fulminea perché Christine potesse evitarla. La lama penetrò nel collo della ragazza recidendo tendini muscoli vene arterie come se affondasse nel burro. La testa rotolò a terra. Il corpo acefalo rimase in piedi per un istante, quasi non riuscisse a rendersi conto di quanto era successo; poi crollò sul letto, sputando fiotti di sangue sulle coperte e sul pavimento.
Il liquido vermiglio, bollente sul suo corpo, quasi ridestò Peter; il sangue ricopriva in vaste chiazze i muri, il pavimento, gli infissi delle porte… il letto. Tutto come nella sua visione… esattamente come nella sua visione…
La carne del ventre cominciò a tremare, le labbra si schiusero in un sorriso più simile ad un ghigno sardonico, si spalancarono di colpo e dalla gola scaturì un urlo altissimo e prolungato, un ululato di estrema liberazione. «Non è Jacq l’assassino» gridò, le braccia al cielo, «non è Jacq l’assassino». Corse in strada, le braccia imbrattate di sangue, il coltello ancora stretto nella mano. «Sono stato io, sono stato io, non è stato Jacq l’assassino…»
Era pomeriggio inoltrato, l’aria ancora tiepida aveva richiamato numerose persone per le strade: nonni che portavano a passeggio i nipotini, qualche coppietta di innamorati, giovani che interrompevano lo studio per sgranchirsi le gambe agli ultimi raggi di sole. Peter irruppe come una Furia vendicatrice a frantumare il loro fragile idillio, agitando nell’aria una lama insanguinata e sbraitando frasi sconclusionate, di cui le uniche parole intelligibili erano: «Sono stato io, sono stato io, non è stato lui…»
Non oppose alcuna resistenza quando una pattuglia della polizia, lì di passaggio, lo disarmò e gli mise le manette ai polsi; anzi, sul suo volto spiccava più di prima un sorriso demente. «Un povero pazzo!» commentò il gestore di un pub, tornando ad occuparsi dei clienti. La tranquillità tornò ad aleggiare nel quartiere. L’indomani, nessuno avrebbe ricollegato la notizia del ritrovamento di un cadavere di giovane donna con l’uomo che aveva sconvolto le acque della routine quotidiana; e nessuno si commosse per la morte di un anonimo ragioniere trentaduenne, avvenuta poche ore dopo il suo arresto: il cancro che da tempo gli divorava il cervello, alla fine aveva portato a termine il suo paziente lavorío.
Il funerale fu sobrio: qualche parente, un paio di colleghi di lavoro. Non più di una decina di persone in tutto. Il commissario di polizia Karl Müller, che aveva convalidato l’arresto e aveva raccolto le sue ultime parole mentre la fiamma della vita si spegneva, seguì la funzione da lontano.
«Un bravo giovane… avrebbe forse meritato di più» commentò una voce alle sue spalle.
Karl Müller si volse: il volto del medico legale era impassibile, ma le rughe intorno agli occhi gli conferivano un’espressione triste.
Il commissario assentì. «Discreto ed altruista… anche se ha commesso un omicidio, non riesco a considerarlo un assassino… ormai, la malattia l’aveva fatto uscire di senno… e temeva che, se non avesse agito lui, ad uccidere sarebbe stato qualcuno a cui teneva molto. Sono fatti, questi, che mi portano a riflettere su quale sia il reale confine tra il Bene e il Male, se esista una netta linea di demarcazione tra i due, o se non dipenda tutto dal punto di vista con cui si guarda un determinato evento…»
Il medico legale si strinse nelle spalle, poco incline alle discussioni filosofiche: «Il cadavere di quella giovane donna… Christine… era stato colpito con estrema violenza e brutalità. Raramente ho visto un crimine tanto efferato».
Karl Müller sospirò; neanche lui aveva le risposte a tutte le domande. Per esempio, non aveva ben compreso il legame che aveva unito un tranquillo impiegato con Alvin Ottonegher, alias Jacq Depretis, ricercato dalla polizia di mezza Europa con le accuse di rapina a mano armata e triplice omicidio. La sua cattura era avvenuta quasi casualmente: l’avevano trovato nell’appartamento di Peter, esterrefatto sulla soglia della camera da letto, gli occhi fissi sul cadavere di Christine. Era appena rientrato dall’Università. Se il ragioniere non si fosse già accusato dell’omicidio, indirizzando gli agenti sul luogo del delitto, forse non lo avrebbero trovato; o, comunque, dati i suoi trascorsi con la ragazza, non avrebbero creduto alla sua innocenza.
Karl Müller sospirò di nuovo: «Sono quasi contento che quell’uomo sia morto… prima di sapere chi era veramente il giovane a cui sembrava essere tanto affezionato… prima di scoprire che quell’omicidio, compiuto – a quanto ho capito – per prevenire il Depretis ed impedirgli di farlo a sua volta, salvandolo così dal carcere, non è assolutamente servito a nulla…»

(Simone Valtorta, Desio, 18 ottobre 2007)

Fine

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