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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Racconto 1 "Nebbia in Valpadana"

di Stefano Chiarato

...Nebbia in Valpadana...

…nebbia in Valpadana…
Ero bambino quando sentivo questa frase, emessa dalla radiolina a transistor di mio padre, posizionata in bella mostra sul mobile, quasi a simbolizzare il progresso degli anni sessanta.
Me la ricordo quella nebbia, che nelle giornate d’inverno, a metà pomeriggio calava a grosse volute sulla città oscurando un tiepido sole. In pochi minuti ammantava la città, ne invadeva le vie, i vicoli, ogni angolo. Le case lentamente sparivano, come inghiottite da quella massa informe e grigia, restavano solo i profili confusi di quelle più vicine.
Noi bambini si continuava a giocare lo stesso, dentro i nostri maglioni di lana calda, magari lavorati ai ferri da nonne o mamme. Nei cortili e nelle strade le voci degli altri bambini sembravano venire da lontano e si perdevano come echi nel vuoto di quel grigiore. Te la sentivi attorno, addosso, ti entrava nel naso e aveva un tipico odore di… di nebbia. La respiravi. Ombre di persone che passavano per strada, prendevano forma, poi ritornavano ombre e sparivano così come erano comparse. Comparivano i punti luminosi dei fanali delle auto e passavano via lentamente, quasi senza far rumore. Con la nebbia il buio arrivava in fretta, e noi se non fosse stato per le mamme che richiamavano i propri bambini al tepore delle loro case, come le chiocce richiamano i propri pulcini, non ce ne saremmo proprio accorti. Nella strada e nei cortili restavano solo i segni dei giochi interrotti: uno scalone disegnato sul cemento con un pezzo di mattone, un paio di biglie di vetro dimenticate nella terra del cortile, un pallone qui, una bicicletta là, due sassi piatti usati per il gioco della sbioeula… tanta nebbia e un silenzio senza confini.
La nebbia dava un ritmo più lento alla città. Aveva un suo fascino e quando alla notte, poi, la temperatura scendeva, la mattina ogni cosa era ricamata da un velo di ghiaccio. Nebbia e gelo: era come se il tempo si fosse fermato.
Poteva durare giorni, quel nebbione e non vedevi più il sole. Allora domandavo a mia madre: “Mamma, ma quando viene il sole?”
“Quando verrà il vento e la spazzerà via. Forse domani.”
E finalmente arrivava la primavera; il vento di marzo spazzava via tutto e da casa mia lo sguardo spaziava lontano, su un orizzonte chiuso da una catena di montagne ancora innevate. Un giorno salirò su quelle montagne, per vedere da lassù casa mia, pensavo.
Gli anni sessanta sono passati, è finito anche il millennio e la nebbia di quei giorni d’inverno è rimasta un ricordo. La nebbia, a poco a poco, ha preso le distanze dalla città. Non entra più nelle sue vie, nei vicoli, sotto i portici. Se ne sta fuori, in disparte, guarda la città con timore. La città l’ha respinta. Oggi non c’è posto per la nebbia in città, perché lì la vita corre veloce e frenetica, l’ha relegata alla solitudine della campagna dove i ritmi di vita sono più lenti, dettati ancora dalle stagioni e non dalle macchine.
Ieri era un naturale elemento dell’inverno comunemente accettato come il sole d’estate. Oggi no, oggi la nebbia è un fastidio; al punto di finire sul banco degli imputati con l’accusa di omicidio. Non passa inverno senza vedere titoli sui giornali del tipo: “Nebbia Killer: Strage in autostrada!”
“Nebbia killer”? Ma non sarà piuttosto che l’uomo pretende che gli elementi della natura si adattino all’uomo stesso? La nebbia è lenta e l’uomo deve correre, perché il tempo è denaro, per stare al passo coi tempi che cambiano in maniera vertiginosa.
No la nebbia non si avvicina più alla città, ma le persone che passano per strada sono comunque ombre anonime che compaiono e scompaiono frettolosamente. E le automobili… le automobili vanno lentamente, ma solo perché non hanno più spazio sufficiente per muoversi.
Sono passati gli anni e finalmente sono salito lassù, su quelle montagne che chiudevano il mio orizzonte di bambino. Sono salito fino alla vetta più alta; volevo individuare casa mia, vedere la Pianura Padana. La salita mi è costata sudore e fatica, ma una volta in cima la fatica non la si sente più, nuovi orizzonti si aprono davanti agli occhi e la sensazione di toccare la volta celeste con un dito è unica. Ma in quella gioia c’era un velo di tristezza perché, è vero che di lassù si può ammirare la catena delle Alpi a nord e gli Appennini a sud, ma tra quelle montagne e gli Appennini c’era il nulla più assoluto. Proprio lì dove doveva esserci casa mia e la mia città c’era il nulla, occultate da una patina grigia con sfumature rosa e violetto. Una patina che saliva dalla pianura verso i monti, si estendeva sopra il lago fino là dove il lago prende forma, si addentrava nelle valli alpine. Era attaccata alle pendici dei monti,sembrava volesse trascinarseli là sotto.
Quella patina grigia non era e non è nebbia, ma smog.
Un cancro che è partito dalla metropoli ed è dilagato su tutta la pianura come una metastasi! E ora risale per le valli alpine.
“Dio mio! Là sotto c’è casa mia, la mia vita!”
“Dio mio! Questa è l’aria che respiro ogni giorno!”

Non ascolto più quella radiolina a transistor, non sento più ripetere: “…nebbia in Valpadana…”
Oggi le previsioni del tempo le si guarda alla televisione e con le previsioni del tempo capita sempre più spesso di sentir dire: “…condizioni favorevoli all’accumulo di sostanze inquinanti…” E mi inquieta.
…smog in Valpadana…

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