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Racconto 3 "Automobili"

Automobili

Automobili. Automobili ovunque: dalle mulattiere di montagna alle spiagge del mare. Automobili dai greti di fiumi e laghi ai marciapiedi e piste ciclabili di città. Auto in ogni dove: in doppia fila, davanti ai passi carrai, alle fermate degli autobus…
Auto osannate, celebrate, protagoniste di film e canzoni. Auto in edicola e in televisione. Auto pubblicizzate, perfino sulle riviste che si occupano di natura, e ogni pubblicità è un boicottaggio ai mezzi di trasporto pubblici…
Auto come salotti, dotate di ogni comodità. Auto all’autolavaggio, come se fossero dall’estetista, auto con la cera, auto da coccolare…
Un’auto per andare a lavorare nei giorni feriali e un’auto per uscire la domenica o andare in vacanza. Auto per andare al centro commerciale a fare rifornimento di viveri e acqua minerale, auto per fare shopping tra le vetrine del centrocittà…
Auto per andare a messa la domenica. Auto per accompagnare e riprendere i bambini a scuola, perché mezzo chilometro o un chilometro da fare a piedi li fa stancare. Auto per andare in palestra perché si fa una vita sedentaria…
Auto per andare a prendere il giornale all’edicola in fondo alla via. Auto per andare a bere il caffé al bar dietro casa…
Auto per tutti, di tutti i tipi per tutti i gusti. Auto utilitarie. Auto station-wagon lunghe fino a cinque metri ed enormi fuoristrada dalla dubbia utilità cittadina che occupano il posto di due auto. E io dove parcheggio?...
Auto come status-symbol. Simbolo di benessere e ricostruzione nel secondo dopoguerra. Simbolo di emancipazione, di libertà, di indipendenza. Simboli positivi che offuscano quelli negativi, perché è anche simbolo di dipendenza, dal petrolio, per esempio, di morti in autostrada, mentre si cerca la fuga verso le vacanze, simbolo di dipendenza dalla stessa auto. Ma di questi sembra non preoccuparsene nessuno, perché come sempre guardiamo ciò che ci interessa positivamente.
L’auto fa parte della nostra vita e non potremmo più rinunciarci. Sul suo utilizzo si basa la nostra società, la nostra economia, ma anche la nostra cultura. L’auto usata per lavoro, per necessità, per convenienza, per divertimento, per pigrizia. La nostra auto è diventata l’appendice di noi stessi. Ci identifichiamo in essa. Ricordate quando furono abolite le sigle delle province dalle targhe?
Uno scandalo! Era come se avessimo perso la possibilità di riconoscerci. Non è l’estrazione culturale o la parlata dialettale a identificarci, ma la targa della nostra auto.
Se l’auto è diventata parte integrante della nostra società, allora siamo obbligati a possederne una e ad essere, ovviamente patentati, perché solo così ci si sente come tutti gli altri, ci si sente parte di questa società.
Durante l’adolescenza, il mio amico Franz, era solito dire: “Appena ho diciott’anni mi faccio la patente e la macchina, perché così si possono rimorchiare le ragazze. Se non hai la macchina non sei nessuno.”
Anch’io, appena raggiunta la maggiore età, non mi sono sottratto al rito della patente. La mia prima auto è stata un’auto di terza mano, prodotta sul finire degli anni sessanta: era una Prinz NSU di 600 cc. di cilindrata. Che macchina! Il bagagliaio davanti, il motore dietro e la batteria sotto il sedile posteriore. Era soprannominata: vasca da bagno. Per via della sua forma e si diceva che quelle di colore verde portassero sfiga e se ne avvistavi una dovevi passarla ad un amico, in modo che la sfiga ricadesse su di lui. La mia per fortuna era di colore azzurro. Se poi ne avvistavi una verde con delle suore a bordo era il massimo della sfiga che ti potesse capitare.
C’erano poi altre auto dal soprannome famoso: l’elmetto tedesco, lo squalo, l’auto dei compagni, quella dei fighetti…
Ora che eravamo diciottenni patentati e con la macchina potevamo uscire con facilità dai nostri ristretti confini del quartiere e della città. Il nostro orizzonte si allargava. Così capitava che la sera si uscisse dalla città di provincia per andare al cinema nella grande metropoli, per vedere un film che si sarebbe potuto vedere benissimo nella propria città. Ma vuoi mettere la grande metropoli con la tua città di provincia?
Oppure si andava a bere una birra o mangiare un gelato sulle verdi colline o in riva al lago. E per andare in discoteca si prendeva l’autostrada e si andava in un’altra provincia, perché le ragazze di là sono meglio di quelle di qua. E poi si andava in vacanza in auto, pazienza se si faceva la coda in autostrada, ma sempre meglio di un paio d’ore di ritardo su treni stivati all’inverosimile.
Il nostro territorio, ormai, non aveva più limiti, il mondo ci apparteneva.
Certe sere, quando ci si ritrovava, capitava di non sapere dove andare e allora si iniziava a discutere su questo cinema o su quel locale dove si beve della buona birra. Poi si prendeva la decisione di iniziare ad andare, ma dopo avere girovagato a vuoto per un po’ di chilometri, ci si fermava al bar a due passi da casa a giocare a biliardo e lì tra un colpo di stecca e un sorso di birra si concludeva la serata. Non ce ne rendevamo conto ma l’auto ci serviva anche per ammazzare la noia.
E le ragazze? Beh! Ne abbiamo rimorchiate tante quante ne rimorchiavamo prima andando in giro in motorino. Ma in quelle occasioni l’auto era davvero importante perché diventava luogo di intimità.
Non c’è dubbio che l’auto ci sia servita per allargare i nostri limiti territoriali, ci ha permesso di conoscere nuove città, nuovi luoghi, nuove realtà, di fare nuove conoscenze. Ho solo il rammarico di avere usato spesse volte l’auto, con o senza amici, per sopperire la noia e farci dei semplici giretti, ma senza mai correre più del dovuto. Non me ne rendevo conto ma così facendo contribuivo anch’io, nel mio piccolo, all’inquinamento.
Anche oggi i giovani usano l’auto per i giretti, per dimostrare la propria superiorità, la propria abilità, per mettersi in competizione e ingaggiare delle vere e proprie sfide di velocità. Poi una sirena taglia il silenzio della notte…
Auto per correre, auto per divertimento, auto per gioco.
Auto tante quante le stelle del firmamento, e proprio come le stelle non le puoi contare.
Auto ovunque. Ovunque è …smog in valpadana…

ANCORA AUTOMOBILI “Mi

ANCORA AUTOMOBILI

“Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che con le automobili si traversa, non si conosce una terra. << A piedi, avrei detto a Pieretto, vai veramente, in campagna, prendi i sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C'è la stessa differenza che guardare un' acqua o saltarci dentro. […] >> “
(Cesare Pavese- Il diavolo in collina)

Questo passo di Pavese mi fa pensare all'automobile come a una macchina del tempo, che ti trasla da un luogo a un altro, facendoti perdere tutto quanto sta nel mezzo. In automobile, ci fa capire Pavese, non puoi apprezzare la terra che attraversi; non senti i profumi che emana un vigneto, non senti il gorgoglio di un ruscello, non senti il vento fresco che mitiga l'arsura del sole sulla pelle. Non senti la terra, ci sei sospeso sopra.
Era il 1948 quando Il Diavolo in collina veniva dato alle stampe; l'occupazione tedesca era ormai alle spalle.
Cinquant'anni dopo, l'Italia vive una nuova occupazione. Ogni angolo del Paese è occupato dalle automobili-macchine del tempo, aumentate a dismisura nello spazio-tempo, formano ciclopici ingorghi spazio-temporali.
Scrive Marco Paolini ne I cani del gas: “E' un paese semplificato quello che si vede dall'autostrada, uno zoopaesaggio. Si stacca il biglietto e ci si mette in fila in mezzo ai deficienti, perchè diventano deficienti tutti: quelli che sorpassano troppo veloci, quelli che vanno troppo piano, quelli che dormono sulla corsia centrale, […] Tutti in fila si va a far visita allo zoopaese che sta di là della rete. […] Lo zoopaesaggio ci rende nervosi come bestie in gabbia.”
Concetti diversi per artisti diversi, scritti in tempi diversi: più poetico quello di Pavese, più ironico e cinico quello di Paolini, ma accomunati da un identico legame: il viaggio in automobile. Dove per Pavese si perde il contatto con la terra, per Paolini si ha stessa visione del territorio, che può avere una tigre chiusa nella gabbia di uno zoo o di un circo. Entrambi i concetti sembrano voler dire: “Vai a piedi, che ne guadagna la salute! Di tutti!” Forse di questo ne siamo coscienti, o forse no. Ma tant è: l'automobilista sta all'automobile, come il cocainomane sta alla coca: entrambe creano dipendenza!

Automobili come macchine del tempo, dove durante il viaggio, come intrattenimento per l'attesa viene offerta la visione del film: Lo Zoopaesaggio.
Automobili-macchine del tempo; infatti, noi e forse non a caso, l'automobile la chiamiamo “La Macchina”
Stefano Chiarato

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Qualche cosa di buono per

Qualche cosa di buono per riuscire a sfuggire a questo film - non così tanto desiderato, dopotutto - lo sì sta provando a fare: le critical mass in giro per il mondo (ed ogni giovedì notte per Milano), le giornate delle camminate verso le scuole... ma la cosa che più adoro, quando vado a camminare sui sentieri montuosi, lontana dal caos e dallo smog cittadino, è la quantità di giovani sotto i trent'anni che incrocio. Il numero è sempre in aumento.
Vediamo quindi uno spiraglio luminoso, nel futuro?

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Nulla ha più valore di una lettera.

Spiragli luminosi

Lo spiraglio c'è, basta volerlo cercare. Sì anch'io incontro molta gente sui sentieri di montagna, o al parco a pedalare, camminare, pattinare... Stamane lungo il Villoresi c'era molta gente in bici o che faceva footing. Allora la mia domanda è: perchè non traferire questa voglia di muoversi, festiva, nella quotidianità dei giorni feriali? Che senso ha andare a correre la domenica mattina e poi per il resto dei giorni infilarsi nella scatola di latta per andare a prendere i bambini a scuola distante poche centinaia di metri? Mia figlia è felicissima quando vado a prenderla a scuola a piedi ( sua madre e i suoi nonni ci vanno in auto e sono più vicini alla scuola di quanto non lo sia io). I bambini vogliono muoversi!
Uso molto anch'io l'auto, ma la riservo a spostamenti un po' lunghi, per gli spostamenti brevi uso la bici e poco tempo fa ho dovuto sostituire la gomme ormai liscie. E andrei al lavoro in bici, ma ci vado in auto solo per un fatto di sicurezza: non è affato bello attraversare lo svincolo della tangenziale nord e trovarsi in mezzo tra un TIR che entra in questa e un autosnodato ATM che va verso la città. Non lo consiglio a nessuno. Gli svincoli e le rotonde sono progettati esclusivamente per i veicoli a motore."Hey! Vi siete dimenticati che ci sono anche le biciclette! Maledetti" Avete mai provato, voi, in bici, a una rotonda dover girare a sinistra? L'anno scorso durante un abbondante nevicata a lavorare ci sono andato a piedi (6,5 Km., poco più di un'ora) e quando sono arrivato e ho detto che ero a piedi, mi hanno guardato come fossi un alieno! Se durante le escursioni mi sobbarco camminate di 20 o 30 Km cosa mai saranno 6,5 Km?
Non dimenticherò mai il parcheggio, un piazzale, stracolmo di bici adiacente la stazione di Copenaghen! Da noi la bici è riservata, salvo rare eccezioni, alle scampagnate. Copenaghen ha una rete di piste ciclabili paragonabile alla nostra rete autostradale e guai progettare una pista ciclabile che tolga spazio alle auto! Altra mentalità altra cultura quella danese, da noi l'uso della bici non è incentivato come da loro; e le rotonde o gli svincoli ne sono la domostrazione.
Così come non dimenticherò il bus della Star che vedevo passare davanti a casa mia negli anni '70, che riportava a casa i dipendenti. Ora non c'è più e soprattutto nessuna azienda applica un servizio del genere. Penso che questo sia un tipo di servizio che vada recuperato. Se le aziende avessero un proprio servizio di bus che passa a raccogliere i propri dipendenti, ci sarebbe meno traffico, meno smog e meno necessità per le aziende, come la mia, di reperire nuovi spazi per i parcheggi.
Lo stesso potrebbero fare i centri commerciali fuori città e organizare delle navette con i paesi adicenti. E lo potrebbero fare anche quei commercianti di Milano che in questi giorni si lamentano tanto che con il blocco del traffico la gente non si muove.
Camminare fa bene. Ed è un ottimo anti-stress.
Lo spiraglio luminoso è lì, più vicino di quanto possa sembrare.
Stefano Chiarato

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