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Racconto 5 "Tir e case abbandonate"

Tir e case abbandonate

Per colpa dell’improvviso sciopero del trillo, indetto dal sindacato dei dormiglioni e attuato dalla mia sveglia arrivo tardi all’appuntamento con Franz e Lario. Quella mattina dovevamo incontrarci alle 5.30 per andare sulle Alpi a fare un escursione. Avevamo scelto un giorno feriale e di partire di buon’ora per evitare di trovare traffico, sia sulle strade che sui sentieri. Quando mi sveglio e mi accorgo che la sveglia ha scioperato chiamo Franz e lo avviso del mio ritardo. Lui grugnisce come un animale ferito.
Ci incontriamo che sono quasi le otto; sono accolto da una bordata di improperi e prese in giro perché ho dormito e quindi sono più riposato di loro e meglio disposto ad affrontare le fatiche dell’arrampicata. Senza perdere ulteriore tempo trasbordo il mio zaino e la mia attrezzatura nel baule dell’auto di Franz e si parte in direzione nord; là, verso le montagne.
Dato che ormai è tardi optiamo per una meta più vicina. Così lasciamo perdere le lontane Alpi e scegliamo quei monti che nelle giornate di vento possiamo ammirare anche da casa nostra. Quando arriviamo alla città posta alle pendici di quei monti siamo nel pieno del traffico, e quando la strada inizia a salire siamo in coda e procediamo a passo d’uomo.
E’ una giornata di primavera inoltrata, luminosa nonostante un sole un po’ opaco, ma i suoi raggi comunque la rendono tiepida già dal mattino.
Dato che si procede con la velocità di una lumaca, ne approfittiamo per contemplare le montagne sotto le quali ci troviamo e iniziamo a dialogare e a raccontarci di sentieri nei boschi e vie di salite a questa o quella cima. Lo stereo dell’auto ci accompagna con un sottofondo di musica rock e possiamo tenere i finestrini abbassati e goderci il tepore e i profumi, già, di montagna. Ma dopo un paio di tornanti la strada si stringe e siamo costretti a richiuderli, perché un tir davanti a noi, arrancando in salita, ci inonda coi suoi gas di scarico. Ora la strada è stretta tra due fila di case delle frazioni a monte della città. Non riusciamo più a vedere le montagne e il tir che ci precede chiude la visuale anche davanti. Siamo fermi e ci sembra di essere ingabbiati.
Come è brutto attraversare questo tratto di strada. Ha un aspetto triste. Qui le tinte pastello delle mura delle case hanno perso la loro brillantezza; sono ingrigite. Ma quello che colpisce di più sono le ferite inferte loro, dal passaggio dei tir. Ogni casa porta evidente le striature di incontri troppo ravvicinati coi tir, come i segni che la raspa di un falegname lascia su un asse di legno.
I nostri discorsi ora si spostano da sentieri e rifugi alla realtà attuale del momento:
“Ma voi ci abiteresti qui?” domando a Franz e a Lario?
“Non ci penso proprio! Magari più su, in valle, ma qui no;” risponde Lario.
E Franz: “No, neanche io. Anche se la posizione è molto bella: la città e il lago a valle e i boschi e le montagne per le escursioni a monte.”
“Già! Come si fa a vivere qui, con questo traffico? In settimana sei assediato dai tir e i giorni festivi da un interminabile colonna di auto di gitanti che vogliono sfuggire allo stress della città. Qui è pericoloso soltanto mettere il naso fuori dalla finestra: rischi di vedertelo portar via dal primo tir che passa e quando esci dalla porta di casa, dato che non ci sono marciapiedi, devi fare attenzione a non farti stirare.” Aggiungo io.
Franz tiene le mani sul volante, sbuffa e tace. Io e Lario teniamo vivo il dialogo e lui in maniera, quasi concitata, esclama: “Infatti! Guarda quella donna lì con quel bambino per mano che si coprono bocca e naso con un fazzoletto e camminano tra il muro della casa e il tir! Hanno giusto lo spazio per passare.”
“No, no, qui non si può vivere. Ma ti immagini, adesso che viene la bella stagione, pranzare o cenare con le finestre chiuse per via del rumore del traffico, ma soprattutto il fumo dei gas di scarico di questi bestioni che ti arriva sotto il naso mentre stai assaporando un bel piatto di pasta?”
“Beh, se ci fai caso ci sono diverse case chiuse, non quelle che pensi tu! Qui la gente mi sa che sta scappando via, non ce la fa più. Avvelenata da una parte, presa in giro da un’altra, perché la nuova strada che dalla città sale in valle, evitando al traffico di passare di qui, non viene mai consegnata, rinviata anno dopo anno.”
Restiamo in silenzio per un po’. Rattristati da quello che stiamo vedendo. Percepiamo che fuori dall’abitacolo della nostra auto c’è un’atmosfera pesante, invivibile. In quegli attimi di silenzio penso che anche noi nel nostro piccolo contribuiamo a quella situazione. Penso alla differenza tra una casa abitata e una disabitata: una casa abitata con i vasi fioriti sui davanzali, le tende alle finestre, il bucato steso ad asciugare, ordinata, pulita dà un’immagine di vita. Una casa abbandonata, le finestre chiuse, i muri anneriti dallo smog dà un’immagine di morte.
Sì, a transitare su questa strada la sensazione che si ha è proprio quella della morte.
Procediamo ancora lentamente, sbuffando di noia e di impazienza.
“Colpa tua che hai dormito.” Dice Franz, rivolgendosi a me e rompendo così, quel pesante silenzio che si era venuto a creare. La nostra attenzione cade sul tir che ci precede.
“Lo vedi questo tir che abbiamo davanti? Questo non ce lo togliamo più dai piedi fino a quando arriviamo.” Mi dice ancora lui.
Infatti sarà proprio così. Si tratta di un tir adibito al trasporto di acque minerali di una nota marca che ha sede proprio qui in valle.
“Già.” Gli rispondo semplicemente.
Di nuovo attimi di silenzio, rotto dalla musica dello stereo che ci isola dal rumore esterno.
Poi Lario sul tir che ci precede: “Ma ci pensate? Questo è andato a portare il suo carico di acqua giù in città o da qualche parte della pianura, ora sta rientrando in sede, vuoto, e guarda su questa salita quanto fumo di gasolio butta fuori. Ogni accelerata è una nuvola di fumo nero. Questa è una situazione comune a tante altre aziende di acque minerali, e a tante altre valli dell’intero arco alpino, che per fare arrivare il loro prodotto sulle nostre tavole devono sfruttare questi mezzi di trasporto e transitare su strade ripide, strette, tortuose in mezzo a case come queste. Ma ci pensate a tutte quelle acque che portiamo a tavola e che arrivano da valli lontanissime da noi? A quanto gasolio va consumato?”
Franz lo interrompe dicendo:“Beh! Io già da tempo bevo quella del rubinetto, perché in fondo è buona”
“Sì, anch’io. O per lo meno la compro solo saltuariamente. Perché oltre ai tir che la portano ai supermercati o simili, poi noi la andiamo a comprare in auto perché te la vendono in confezioni che pesano quintali e quindi consumi benzina e quando hai riempito un sacco di bottiglie vuote, un camion passerà a ritirarle consumando altro gasolio, con la speranza che finiscano in un centro di riciclaggio. Ma ci pensate quanto inquinamento respiriamo per bere un bicchiere di minerale?”
“Tanto.” Intervengo io. “Noi respiriamo un sacco di inquinamento per bere acqua minerale e pensa a tutta quella gente che in Africa muore di sete. Questa è la civiltà dei consumi.”
Ma finalmente oltrepassiamo quei borghi di case e riprendiamo velocità; non troppa, però.
Un display luminoso che al termine della salita, ricorda quanti giorni mancano alla consegna della nuova strada, mi offre l’opportunità di fare una domanda ironica:”Ma quante volte è già arrivato a zero?”
Lario contempla le montagne intorno e Franz cambia il disco, che è arrivato al termine, dallo stereo. La strada ora si apre in un lungo rettilineo tra gli opposti versanti delle montagne; il verde è il colore dominante. Ne rimango attratto, in silenzio; è un verde luccicante come quello di un’auto appena uscita di fabbrica, interrotto qua e là da qualche macchia bianca di alberi ancora in fiore e da affioramenti di grigie rocce calcaree.
Anch’io ammiro il paesaggio intorno.” Qui la primavera è ancora un passo più indietro che da noi in pianura.” Dico ai miei compagni di viaggio.
Ma nessuno risponde, Franz è impegnato a cercare il varco per sorpassare il tir davanti a noi. Poi desiste; non vale la pena rischiare per recuperare solo qualche minuto del nostro ritardo.
Poco dopo, infatti, salutiamo ironicamente il tir che, per così dire, ci ha fatto compagnia asfissiandoci e imbocchiamo una stradina laterale che in breve ci porta al nostro punto di partenza.
Parcheggiamo l’auto, scendiamo e per prima cosa stiracchiamo le nostre ossa rattrappite, ci prepariamo freneticamente, e ci incamminiamo sul sentiero che ci porterà lassù a contatto con l’azzurro del cielo. Subito dopo passiamo vicino a una cascina, dalla quale arriva un forte odore di capra e di stalla. “Ah! Respira! Respira! Senti che aria!” dico rivolgendomi a Franz che procede al mio fianco.
“Eh sì! Avercela da noi un’aria così!” risponde lui.
“Non dirmelo!” interviene Lario da dietro. “Ogni volta che apro le finestre per cambiar l’aria, la mattina, mi domando cosa le apro a fare. Sembra sempre di avere un camion in moto sotto casa che mi scarica dentro i suoi gas!”
Ad una svolta del sentiero incontriamo due valligiani che scendono; ci salutiamo cordialmente. Questa è una delle cose belle della montagna: ci si saluta sempre, anche se non ci si conosce. Mentre da noi in città, soprattutto quando siamo al volante, la cosa più gentile che possiamo dirci è:”Vaff…”
Poco dopo veniamo superati da una moto. “No! Anche qui!” sbotta Franz.
Ma è l’ultimo incontro con la civiltà. Poi è soltanto silenzio e natura selvaggia e in essa ci immedesimiamo. Dopo circa tre ore di cammino siamo in cima; da lassù possiamo abbracciare l’intero mondo che ci circonda. Ci si sente piccoli in quella immensità, particelle dell’infinito universo.
Lario è visibilmente affaticato, più volte durante la salita ci siamo dovuti fermare ad aspettarlo. Diceva di sentirsi stanco. Franz e io lo prendavamo in giro per questo, ma al tempo stesso trovavamo strano il fatto, infatti di solito era lui a fare l’andatura.
Dopo esserci rifocillati riprendiamo il cammino.
“Bene! Avete fatto il pieno di ossigeno ai polmoni?” chiede Franz.
“Non completamente, ma per quando siamo giù penso di averne fatto una scorta sufficiente.” Gli rispondo io.
Mentre iniziamo a scendere Franz dice ancora: “Sapete? Tempo fa ho letto sul Corriere che una equipe di medici universitari ha svolto una ricerca sui polmoni dei bambini dell’area metropolitana. Bene, anzi male: è risultato che i polmoni dei bambini sottoposti all’indagine sono del tutto simili a quelli di anziane persone dedite al culto di dio tabacco.”
“E’ desolatamente e seriamente preoccupante.” Interviene Lario. “Io, invece ho letto su una rivista un articolo che parlava di ricercatori americani che hanno svolto una ricerca sull’aria dei boschi di montagna. Pare che il modo di dire.”Respirate quest’aria che fa bene!” non sia soltanto un modo di dire, ma che l’aria di questi boschi faccia veramente bene alla salute, perché le piante dei boschi liberano nell’aria delle particolari sostanze, mi pare di ricordare che si chiamino terpeni, ed è stato dimostrato che questi terpeni agiscono positivamente sulla psiche.”
“Allora respiriamone a più non posso.” Dice Franz gonfiandosi i polmoni.
Quando siamo in prossimità della nostra auto, iniziano ad arrivarci in lontananza i rumori della civiltà sottostante. Percepiamo che la nostra fuga dallo stress e dallo smog è giunta al termine.
“Ora sì che sento i polmoni pieni di ossigeno.” Dico ai miei compagni di escursione.
Mi sembra proprio, ad ogni respiro che faccio, di andare a pescare l’aria nel punto più profondo all’interno del mio corpo. Ho l’impressione di avere i polmoni dilatati al massimo, enormi.
Mentre ci rimettiamo in macchina e partiamo Franz propone: “Che ne dite di fare una sosta a berci una birra?”
“Dico che ce la siamo meritata.” Risponde Lario.”
“Ok. Al primo bar ci si ferma”
Dopo la sosta ristoratrice si fa rotta verso casa. Percorriamo la strada in senso inverso all’andata. Transitiamo di nuovo, lentamente ma senza fermarci, tra le case di quei borghi assediate dal traffico, mi pervade ancora quella sensazione di morte. Non facciamo alcun commento.
Una volta imboccata la superstrada procediamo velocemente e guardandola dall’alto di una delle ultime colline mi sembra un fiume, dove al posto dell’acqua c’e l’asfalto e al posto di trote e cavedani guizzano via veloci tir e automobili tra rive di capannoni industriali e centri commerciali. Un paio d’ore fa eravamo immersi nella selvaggia natura e ora…
Siamo stanchi, non parliamo, Lario sul sedile posteriore si è appisolato e anch’io sento gli occhi quasi mi si chiudono; allora rompo il silenzio: “Però nei hai preso di sole! Sei rosso come un peperone.” Dico rivolgendomi a Franz.
“E tu no?”
E’ stata una bella escursione, un’evasione dalla quotidianità. Ma come le domeniche a piedi, passa in fretta e resta solo il ricordo di una giornata vissuta diversamente, il traffico caotico e l’aria asfissiante ti riportano alla dura realtà.
Arriva il momento di salutarci e stringendoci calorosamente la mano ci diciamo: “Allora, alla prossima.”
“Sì. Alla prossima.”
La sera prima di addormentarmi non ho negli occhi, stranamente, le immagini di quegli ampi panorami, del verde dei boschi, delle fresche acque dei ruscelli, ma ho negli occhi le immagini di quelle case assediate dai tir, di quelle striature sui loro muri, di quelle che sono state abbandonate , di quella donna col suo bambino tra un tir e il muro di casa. Penso a tutti quei paesi di montagna, ma anche di pianura, che sono attraversati e tagliati in due da strette strade statali, alle case che si affacciano su di esse, alle famiglie che vi vivono tra sgasate di tir e strombazzate di clacson, e a quelle che si trovano a due passi da autostrade, a cui è stata tolta anche la visuale da orrendi muri di pannelli antirumore. Mi addormento così.
Sarà una notte da incubi. Incubi da …smog in valpadana

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