scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Alessandro Bastasi - La Fossa comune

Narra la storia contemporanea (primi anni '90) della Russia, gli avvicendamenti politici, la realtà del popolo russo ed i tentativi di rialzarsi, di ribellarsi a chi ha tolto loro la dignità di popolo schiavizzandolo ad una realtà di denaro ed egoismo e rendendolo mendicante. Il protagonista, attraverso il quale l'autore ci presenta la storia, è un italiano, Vittorio Ronca, descritto come un uomo che porta dentro di sè il fuoco della giustizia, della lealtà, degli ideali fondamentali del vero comunismo. Un uomo insoddisfatto in fondo di ciò che fa, in continuo mutamento, alla ricerca, forse, della sua missione, del suo posto per contribuire al cambiamento sociale per il quale si batterà fino alla fine. Vittorio è l'incarnazione di tutti coloro che si sentono impotenti di fronte all'egocentrismo diffuso, al potere del denaro e della vita comoda che fa chiudere la porta di casa a chiave ed in faccia al proprio vicino bisognoso. Impotenti di fronte a quella falsa benevolenza, a questa società infarcita di ipocrisia che mette in piazza i propri problemi solo se ci intravede una possibilità di arricchimento. Vittorio tenta di cambiare le cose ma viene tradito dai suoi stessi mandanti (compagni?); la Russia come l'America e l'Italia: il benessere sventolato dai politici a mò di promessa solo per ottenere fiducia e voti e ritrovarsi poi, ai bordi di una strada, su tappeti di cartone, a vendere centrini. Dalla fluidità e chiarezza della scrittura si intuisce la grande affezione dell'autore per la Russia e la conoscenza di ogni angolo di Mosca che il lettore riesce ad immaginare attraverso gli spostamenti di Vittorio per le sue vie. Le tematiche sono attuali, direi forse universali...

di Nadia Zapperi

Per un assaggio del libro clicca sul seguente lin: http://scrignoletterario.it/node/465

Recensione di Claudia Lucchin

Interessante! Veramente interessante questo libro di Alessandro Bastasi. E’ la prima volta che riesco ad amare un personaggio pur con tutte le sue contraddizioni. Ho amato di Vittorio Ronca, il protagonista, i grandi ideali, la voglia di mettersi sempre in gioco e in prima linea, la voglia di poter contribuire ad una causa, e mi sono intristita quando nella vita pratica non riusciva a raggiungere questi ideali ed anzi a volte falliva e doveva ricominciare da capo.
L’ambientazione di questo romanzo è splendida, le descrizioni mi hanno calato nella Russia degli anni ’90, mi hanno fatto palpitare il cuore per questo popolo fiero che non si piega di fronte alle difficoltà. La scrittura scorrevole e particolare dell’autore mi ha coinvolta e trasportata nella cronaca dell’ascesa al potere di Eltzin, che io avevo sempre visto in modo superficiale mentre qui, gli eventi sono approfonditi.
Mi ha colpito in particolare la fine del protagonista, degna di lui, coerente con i suoi ideali. Mi è anche piaciuta moltissimo la figura dell’amico, Andrej, che spera in un mondo migliore partendo dall’amore e dalla solidarietà per gli esseri umani.
Bel libro, denso come piace a me!

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

di Elisa Bolchi

La fossa comune, purtroppo, è un titolo che spaventa, poco invitante. Dico purtroppo perché è il titolo giusto per questo romanzo.
È proprio l’indifferenza della Fossa comune che sta alla base di tutto, dei personaggi, delle volontà, delle lotte sempre più vane che si susseguono e che non portano a nulla, come le corse che facciamo nei sogni, che ci affaticano senza mai farci avanzare.

Non è però un romanzo tetro o angosciante come il titolo potrebbe farci credere, anzi la prima parte è scorrevole e piacevole, si sorride spesso, prima di rimanere con una sensazione sempre più persistente di amaro in bocca, che ci fa corrugare la fronte e ci fa terminare la lettura fissando un punto vuoto e pensando all’inutilità. Non del libro, che anzi è una buona lettura, sebbene molto intensa. L’inutilità dell’esistenza, invece, o di alcune esistenze, come quella di Vittorio Ronca, il protagonista del romanzo di Bastasi, che vuole di più, a cui non basta mai, che è sempre in cerca, che non è mai arrivato né è mai soddisfatto. Tutti pregi, tutti elementi necessari a vivere la vita pienamente, ma non quando questa ricerca è vana, quando il tutto si basa su fragili illusioni che non vogliamo accettare come tali.
Vittorio è un sognatore, è un utopista, e forse il momento più bello e più vero della sua vita è quello in cui accetta la propria dimensione e vive da sognatore in una casa di ringhiera, accontentandosi delle proprie passioni e dividendo qualche spaghettata con i suoi amici “extracomunitari”. In quei momenti Vittorio vive intensamente e ha diritto di essere sognatore, ma chi sogna troppo tende a volere di più, e così ogni volta Vittorio si ritrova insudiciato da una realtà che egli stesso ripudia, si ritrova a sognare la sua utopia ma con le mani sporche, e quindi si ritrova a desiderare altro, a desiderare di essere altrove, a non essere mai soddisfatto, insomma, a non averne mai abbastanza.
La vita è semplice ai semplici, verrebbe da dire, parafrasando Manzoni. Non è però il messaggio in cui crede Bastasi. Perché Vittorio, nei suoi ideali, crede: crede fino in fondo, fino alla fine. E i suoi ideali sono giusti, sono quelli di una persona “informata sui fatti”, colta, istruita. È lo spirito del personaggio che rende vano lo sforzo.
Uno dei personaggi che ho più amato (e credo uno di quelli che lo stesso Bastasi ami di più) è Andrej, un ragazzo russo che Vittorio incontra in un suo viaggio-fuga a New York e che rimarrà elemento cruciale nella sua vita. L’ho amato perché Andrej sembra possedere una cosa rara: la conoscenza. In primo luogo la conoscenza della propria sessualità, anche in una Russia ideologicamente strangolata dal socialismo reale. Ma anche la conoscenza del proprio spirito, di ciò che si desidera, e quindi la conoscenza di quali si crede possano essere i propri traguardi. Lo sguardo di Andrej è dolce e comprensivo, come quello di Vittorio non riesce mai a essere.
Mi capita spesso di commentare il saggio A room of one’s own ai miei studenti, e in particolare il passaggio nel quale la Woolf cita Coleridge dicendo che “a great mind should be androgynous”. Ebbene, Andrej riesce a racchiudere in sé un’androginia che gli permette di essere superiore alle instancabili lotte interiori che consumano Vittorio, il quale, invece, è sempre troppo concentrato su di sé, su quell’io che gli uomini usano tanto spesso (e la scena in cui lui fugge all’aggressione lasciando la propria donna in fin di vita lo dimostra in modo drammatico).
È lo stesso Andrej a rimproverare Vittorio di essere “stupido, insensibile ed egoista”, e in quest’ultima parola risiede il senso ultimo del romanzo, io credo. La differenza tra Vittorio e Andrej è che questi pensa in primo luogo agli altri e non a sé. “È sulle persone che occorre investire”, dice Andrej “sulle persone, sul loro essere, questo sì, reali, presenti, disponibili. È di lì che devi partire se proprio la vuoi cambiare, questa realtà”.
Sono parole bellissime, che non poteva che pronunciare il personaggio più metafisico di tutto il romanzo, e che forse dichiarano la poetica stessa dell’autore. Se puntiamo alla rivoluzione per ottenere ciò che vogliamo noi, senza investire sulle persone, sugli esseri umani (e quindi sulla cultura, come ha fatto Andrej, costi quel che costi) non resterà nulla di noi, e i nostri grandi ideali scompariranno in una fossa comune, o in una manciata di polvere, altro titolo perfetto per questo romanzo, se non fosse già stato usato da Evelyn Waugh.

di Elisa Bolchi

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Recensione di Carla Casazza

La storia di un uomo qualunque si intreccia con la Storia ufficiale, quella con la maiuscola, quella che ha cambiato il mondo negli ultimi 40 anni. E' questo il filo conduttore del bel libro di Alessandro Bastasi che attraverso le vicende personali del protagonista ripercorre una parte delle più recenti vicende del nostro paese e della Russia di Eltzin. Quella del fallito colpo di stato e delle ideologie allo sbando, della lotta per la sopravvivenza e delle nuove speranze di un popolo provato, che Bastasi racconta con precisione, fornendo utili elementi per conoscere più a fondo le vicende di quegli anni che sono arrivate a noi spesso in modo incompleto o impreciso. Un libro molto interessante e ben scritto a cui si può fare un solo "apppunto": l'amarezza che pervade tutta la vicenda fino all'epilogo per il quale avevo sperato un esito diverso.

Carla
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Architetture

“ esiste lo so
a ja Ljublju SSSR “
(A ja Ljublju SSSR – CCCP)

“ È un grande artista
è un commediante nato
che prova il suo gesto nel segreto
e si presenta da sé ogni sera
nella parte difficile di una vita vera.
L'uomo da solo nella stanza
misura i passi di una certa danza
e conta gli specchi intorno
che all'attore l'andata in scena sembra senza ritorno.
L'uomo da solo è ballerino e attore
sa calcolare i sorrisi e i passi
e sa dosare il pudore
e la paura che è una tenaglia
che ci chiude le gambe a tutti in un artiglio
la paura che è una tenaglia.“
(Non è facile danzare – I. Fossati)

Sono in cucina, si sta mangiando. Piatti tipici siciliani: fiorentina alla brace e patate fritte. Per compensare stappo un Firriato di medio livello. Poi, riempito lo stomaco, prendo in mano questo libro, giro le pagine e comincio a leggere. So già che dovrò trovare un posto particolare, nella mia libreria.
Di cosa vi potrei parlare?
Facile …
Vi parlerò di architettura.
Fondamenta, travi portanti, proiezioni ortogonali, piani. Ecco sì, i piani.
Quel che distingue un capolavoro da un mediocre romanzo. I piani. La fossa comune si può leggere come storia in sé. E’ gradevole, scorrevole, scritta con indubbia maestria. Davvero, potete leggerla così e poi magari scriverci sopra un bel riassunto.
Oppure potete vederci la critica, schietta, leale e soprattutto “ di parte” , alla gangrena del neocapitalismo selvaggio, del profitto ad ogni costo, dei soldi facili, con cui comprare tutto e tutto corrompere, tutto sporcare.
Dico “ di parte “, perché è un sollievo vedere che c’è ancora qualcuno capace di schierarsi, di dire da che parte sta, in quest’epoca di centrismo, di disimpegno, di ignavia spacciata per equilibrio e di equilibrismi spacciati per saggezza.
Potremmo soffermarci a lungo su questo aspetto, perché è di grande rilevanza, soprattutto di questi tempi, ma vi dico di andare avanti, di non fermarci qui, che altre architetture ci aspettano.
Il lettore attento, il lettore colto, potrebbe trovarci miriadi di riferimenti. Non le banali note a margine dei pedanti, né le incerte citazioni degli aspiranti letterati, ma la vasta eco di una cultura profonda, matura, che ha mangiato, digerito e può permettersi il lusso di render note le proprie origini, senza per questo peccare di cattivo gusto.

“ In via Gorochovaja, in una di quelle grandi case la cui popolazione sarebbe stata sufficiente per tutta una città di provincia, se ne stava di mattina a letto nel suo appartamento Ilja Iljič Oblomov. “
(Oblomov - Ivan Aleksandrovič Gončarov)

“ Vittorio Ronca abitava a Mosca, in ulitza Kutuzova, casa numero 22, sesto piano, appartamento numero 38”
(La fossa comune – Alessandro Bastasi)

E questo è solo uno dei possibili esempi. Mi sono spiegato? Non è un caso, a mio avviso, che Bastasi inizi il suo romanzo in modo simile a quello di Gončarov, stabilendo un topos, prima che un epos.
Questo, da un lato, potrebbe sembrare o essere un meccanismo inconscio. Chi ama la Russia, ne ama anche la letteratura. Rifugiarsi nel meccanismo di un incipit ben noto, come indispensabile viatico per le parole a venire? Tutto può essere, ma io non lo credo. Basta rifarsi alla citazione di Brook ad inizio libro ed alla definizione stessa di happening per capirlo : L’happening si focalizza, non sull’oggetto, ma sull’evento che si riesce ad organizzare.
Lo stesso protagonista del romanzo, parlando di teatro dice : “ … il contenuto di un’opera lo si afferra attraverso la sua forma. “
E forma, secondo me, è anche il topos, il dove … collocare gli eventi.
Se l’Oblomov è un ottimo esempio di happening statico, in cui un turbinio di comparse irrompe dall’esterno, portando le voci e gli umori del pubblico nella placida quinta teatrale in cui sta sdraiato Ilja Iljič, nella “ Fossa comune “ il meccanismo è rovesciato.
E’ Vittorio, il protagonista, a creare continui happening, irrompendo nella vita degli altri e sconvolgendone le esistenze. Anche negli episodi in cui sembra apparentemente subire, come nel furto da parte dei bambini, è sempre lui a dettare i tempi, le modalità, il luogo, il topos in funzione dell’epos.
Trovo quel passo del romanzo e gli attimi seguenti, di una bellezza struggente e complicata. Vittorio s’indigna, piange di frustrazione, forse di vergogna. Per la sua immobilità, apparentemente così oblomoviana, per se stesso, per ciò cui si è ridotto quel paese, quella gente, ma anche per tutti noi, l’umanità, il pianeta intero. E di colpo l’happening si allarga, come per uno squarcio interiore, fino ad includere tutti gli eventi possibili, tutti i teatri esistenti e quelli ancora da costruire. L’happening personale, puntiforme, di cui Vittorio è sempre alla ricerca, si trasforma in una amara versione della struttura a network. Un Octopus umano in cui siamo tutti attori e spettatori, vittime e carnefici. Un teatro globale, sorta di collettivo, purtroppo non autonomo, la vera fossa comune in cui giacciono insieme i nostri più alti ideali, mischiati ai più bassi istinti. Last, but not least, c’è il rapporto con il potere. Nella percezione di Vittorio il potere ha ancora un volto umano, lo percepisce come qualcosa che si può ferire, uccidere. Spera e pensa che un attentato possa cambiare le cose, che basti ammazzare un burattino, per sbarazzarsi dei burattinai. Paradossalmente, una volta arrivato al centro degli eventi, percepisce il potere in tutte le sue trasversalità, in tutte le sue doppiezze. Dovrebbe essere la disillusione finale, il colpo di grazia a qualunque ideale, ma un attore resta sempre un attore, baby. Anche se il teatro sta crollando e la platea è deserta, bisognerà finire quel maledetto monologo.
A questo punto, per la fossa mancano ormai pochi metri, che ci si arrivi a piedi o in carrozza non sarebbe importante, ma prima resta un ultimo importante dovere da compiere. Vittorio Ronca, l’Oblomov dinamico, si trasforma in Alonso Chisciano. Il viaggio per il viaggio … Il giusto per il giusto … L’amore con l’amore si paga … fino al necessario finale, sussurrato nell’orecchio ad Alessandro dal protagonista, per dettare il topos dell’happening finale.
A leggerla con superficialità, sembrerebbe una conclusione che echeggia Mishima, l’estetica della bella morte, l’atto puro. Ma stiamo parlando di Vittorio, non di Andrea Sperelli. L’Oblomov rovesciato, l’Alonso rinnovato, non fa tanto per fare. Non muore gridando “ champagne!”, non cerca soluzioni estetiche, ma etiche. Si muore non perché è bello, al massimo perché è necessario. Ci si dispiace un po’, ma è così che va il mondo. Resta un dolore sordo, come un proiettile da qualche parte e la certezza che da oggi, senza Vittorio, il mondo è un po’ più povero.
Ci sarebbero tante altre cose da dire ovviamente, tante altre architetture, ma forse è giusto che ognuno se le ricavi da sé.
Io intanto ho trovato il posto adatto nella libreria per questo libro. Metterò Vittorio accanto ad un altro grande attore, l’Hans di “ Opinioni di un clown”, spero si trovino bene insieme. Ogni volta che passo carezzo sempre la copertina, da oggi in poi ci sarà una carezza anche per Vittorio, tanto la mano non si consuma mica.
“ Bisogna vedere la tristezza di un brutto happening” dice Peter Brook ad inizio libro, ma bisogna anche godersi la bellezza di un happening immenso e triste come questo, aggiungo io.

Giudizio critico: ottimo romanzo. Una delle migliori letture degli ultimi anni.
Cibo : Pojarski: polpette di petto di pollo, panna acida, burro, latte e mollica di pane, dorate nel burro, servite con salsa Smitana (a base di panna acida) e patate al burro.
Bevanda: Bogordskaja vodka
Musica: L'Oiseau de feu di Igor' Fëdorovič Stravinskij, il più russo degli europei o il più europeo dei russi, fate vobis

Alessio

Bel commento!

Questo tuo bel commento mi ha fatto "gustare" di più il libro di Alessandro, grazie!
Claudia

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