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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Pietro dell'Acqua - Zeropuntozero

Sorprendente. Se si dovessi definire con un solo aggettivo “Zeropuntozero” di Pietro dell’Acqua questo sarebbe senz’altro il più adatto. Varietà di tipologie di racconti, alternati anche a uno stile di scrittura talvolta pungente, immediata e slang, talvolta semplice e lineare, fanno sempre percepire al lettore le capacità di questo giovane e talentuoso scrittore.
In certi tratti può anche risultare un po’ difficile alla lettura per un pubblico magari abituato a racconti brevi classici; ma è proprio questa varietà uno dei punti di forza di Dell’Acqua, la capacità di parlare fuori dagli schemi, di usare un linguaggio mai codificato e banale, il cercare di emergere pur mantenendo il proprio stile inalterato.
Magari un giorno parleremo di altri autori che scrivono con lo stile di Dell’Acqua.
Altro notevole punto di forza sono i temi trattati, diretti e incisivi: i mali della società moderna, il lavoro precario, una scuola e un’educazione zoppicante, corruzioni, cattive strade, la fatica di arrivare a fine mese, il male di vivere… Insomma la vita precaria dei giorni nostri.

Pietro Dell’Acqua ha un rapporto diretto con le parole: le ama, le osserva, le ammira, le studia. Ma la sua è una storia d’amore complicata, difficile, una di quelle in cui ci si lascia, ci si ritrova, si fa l’amore con passione e si litiga selvaggiamente. Questo perché il giovane scrittore comasco esige il massimo dallo strumento principe della comunicazione, non si accontenta certo di raccontare qualcosa per il gusto di farlo: per lui lo scrivere e il raccontare rappresentano un fine, non un mezzo e l’attenzione sacrale che ripone nel linguaggio giustfica ogni trattamento, lecito e illecito, per cui niente è scontato. La pagina bianca è un campo di battaglia e le lettere dell’alfabeto le armi con cui combatterla.

Altra recensione:

Zeropuntozero è il regno della contaminazione, del non-già detto, della lotta alla banalità. Ogni racconto ha un passo diverso, da affrontare regolando ogni volta il respiro, per non rimanere senza fiato giusto dopo due passi. La noia è bandita, così come la ripetizione. La lingua è sottoposta a un trattamento d’urto e chi legge non può distrarsi tanto facilmente se vuole capire quello che si materializza sulla pagina. L’ispirazione è varia, mutevole, anche se alcuni punti fermi si intravedono: l’incomunicabilità, la follia, il rapporto difficile con le persone e le cose del mondo. Il linguaggio è lo specchio di questa difficoltà, di questi continui inciampi esistenziali, tanto che si fa materia a se stante, e passa sopra a tutto: non è importante cosa si dice, ma come si dice, fino a far coincidere il come con il cosa. Enrico Vasaio, Ceanoceano o La cruna del lago, alcune fra le tante, sono storie surreali, cupe, allucinate, in cui ironia e cinismo vanno a braccetto e il pensiero è fermato nel momento stesso in cui si forma, quasi come a fotografare l’attimo preciso del concepimento, in cui tutto è sfilacciato e confuso.

Dell’Acqua è ambizioso, e non c’è niente di male in questo. Ha buoni strumenti di partenza per affrontare questa lotta con l’espressione, ma deve ancora affinarli, perché la cosa migliore di questo libro è lo spirito che lo pervade più che i racconti stessi. In quest’ottica anche i passi falsi, che non mancano (anche perché i racconti sono trenta, mica quattro o cinque), vengono inquadrati in un’ottica differente, come passi verso la costruzione di un linguaggio personale e originale. Zeropuntozero è un libro spesso faticoso, difficilmente comprensibile, arzigogolato, che richiede grande attenzione. Ma la strada intrapresa è affascinante e questi racconti una dichiarazione d’intenti da tenere in considerazione.

Gianvittorio Randaccio

Per leggere un capitolo del libro clicca qui: http://scrignoletterario.it/node/343

Zeropuntozero è un

Zeropuntozero è un allucinante mosaico di linguaggi e generi letterari che rivela uno spietato sguardo sul mondo, appena velato da un’ironia amara e dissacrante. Trenta racconti che catturano il lettore con uno stile caustico e incalzante, un’esuberante inventiva linguistica e una spiccata predilezione per la lingua parlata. Caotica e struggente polifonia di voci, caleidoscopio di storie in cui atmosfere visionarie, minuziose osservazioni della realtà e una vena surreale si fondono irrimediabilmente, “zeropuntozero” è pervaso da una sottile radiazione di fondo: è un Big Bang narrativo, rappresentazione dell’inizio assoluto di ogni cosa.
È ribellione contro le regole già scritte, il pensiero codificato, il linguaggio omologante, e insieme anelito di un’origine fuori dal tempo da cui ricominciare da zero. I personaggi di questa raccolta, in precario equilibrio tra sconvolgente normalità e ordinaria follia, sentono di essere in una trappola le cui “visibili” pareti sono fatte di convenzioni immutabili e prive di senso. I vari e diversissimi tentativi che proveranno a mettere in atto per schiodarsi da questa situazione, imbattendosi per la strada nel proprio problematico mondo interiore, avranno però approdi molto simili; tutti dovranno fare i conti con l’impossibilità di un contatto autentico con l’esterno.

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Lessi Come se niente fosse

Lessi Come se niente fosse (esordio letterario di Pietro Dell’Acqua) nella primavera dello scorso anno, e ne curai la recensione per “Lo Scaffale” allora condotto da Narciso
Martinelli. Una storia che si dipanava lungo tre direttrici ben distinte, destinate però naturalmente a intersecarsi nel finale. Soprattutto uno stile di scrittura del tutto originale,
aperto a spericolati equilibrismi grammaticali e lessicali, a volte dichiaratamente onomatopeico, spesso ostentatamente e gioiosamente “cialtrone”.
Un “modus scribendi” che, pure se approcciato con curiosità e piacere, giudicai inevitabilmente destinata a trovare accoglienza esclusivamente in quella singola opera,dunque non più ripetibile.
Invece no.
Leggendo la raccolta di racconti (perché di ciò si tratta) Zeropuntozero mi sono invece resa conto (rimanendone piacevolmente sorpresa) che Dell’Acqua aveva deciso di proseguire imperterrito per la sua strada.
Un commento per i potenziali lettori e un’avvertenza per l’autore.
Per i primi: il libro è senz’altro godibile, tenendo in costante equilibrio chi gli si approccia, tra amara ironia e una diversa scala di emozioni e riflessioni. Pur con
l’inevitabile disuguaglianza propria di una raccolta di storie, il livello medio rimane sempre di buon livello. Tra i racconti migliori segnalo il tenero e malinconico Ceanoceano, il pamplet anti mass-media Kasciabal , il paradossale Il vecchio e il rame apologo sulla nongiustizia, il giallo senza soluzione L’inversione dei fatti, il kafkiano Die resi, che
accompagnano il lettore fino al demenziale ma (forse proprio per questo) divertentissimo Diafonia n° 5 che chiude l’antologia.
Per il secondo: sono personalmente e profondamente convinta che (in ogni campo) la sperimentazione deve darsi dei tempi e degli obbiettivi, per evitare il rischio sempre presente di rimanere fine a se stessa. Sradicare la grammatica, la sintassi, la costruzione logica può essere efficace e stimolante, sempre che lo scopo finale di chi in ciò si
impegna sia un ritorno (seppure consapevolmente critico) alla lingua “vera”. Pietro Dell’Acqua ha fantasia e capacità tecniche, in poche parole è un autore validissimo, ma proprio per questo dovrà evitare, adagiandosi sugli allori di due lavori sicuramente ben riusciti, di restare uno scrittore di nicchia, le cui opere solo una ristretta cerchia di lettori è
in grado di apprezzare pienamente.

Lucrezia Sette

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

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