scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Sotto il gelso - Pagina 5

"Trovata!" sbotta, bloccandomi con velocità sorprendente le mani in due orribili manette di pelo rosa, di cui non ho la più pallida idea di dove possa averle recuperate. "Scusa, sorellina. Potresti fare posto anche a me e al mio sacco a pelo?" Ha poi la faccia tosta di aggiungere, sdraiandosi al mio fianco, spezzando la magia della nottata ed il filo dei miei pensieri. Come se tutto questo non bastasse, ha pure iniziato a russare.

...

“Questo è tutto ciò che rimane, signora.” “Volete dirmi che il corpo di mia figlia è ridotto ad un misero giubbotto color perla ed uno zainetto scarabocchiato?” il poliziotto chinò il capo, costernato di dover annuire. “Non…non è possibile… la mia bimba è…è…” “Temiamo che sia deceduta, signora.” L’urlo della donna arrivò dritto al cuore dell’appuntato, che le circondò le spalle con le braccia, tentando di arginare i di lei singhiozzi sconnessi. Nascosto dietro ad una porta, coperto dal grande mobile in noce del corridoio, un ragazzino dai corti capelli neri piangeva, premendosi le piccole mani paffute sulle labbra, nel tentativo di trattenere i singulti.

...

Si alza a sedere di scatto, le lunghe gambe attorcigliate nel sacco a pelo e i capelli che seguono traiettorie diverse da quelle convenzionali, sfidando qualsiasi legge di gravità. Portandosi le mani al viso scopre, senza sorpresa, di avere le guance umide. Non comprende il perché di quel sogno assillante, soprattutto ora che ha ritrovato sua sorella e che quel brutto ricordo non può che essere catalogato come incidente di percorso per inettitudine delle forze dell’ordine. Voltando il viso a sinistra, per controllare se la protagonista assente del suo incubo è ancora al suo posto, constata con stizza che le manette pelose che la tenevano prigioniera sono divelte, e che il sacco a pelo azzurro è disordinatamente, odiosamente e sconfortantemente vuoto. Per l’ennesima volta.

“Maledizione!” impreca, incurante di poter disturbare qualche altro ospite del campeggio. “Non finisce qui, sorella maggiore! So che sei qui vicino, nascosta in qualche buco, ma non credere che ti permetterò di averla vinta così: non mi sono sorbito chilometri di autostrade per ritornare a casa a mani vuote. Non ti darò pace finché non ti porterò davanti a mamma, a costo di trascinarti per i capelli…” il suo sfogo delirante viene interrotto da uno scarponcino da trekking misura 43 che atterra sulla sua faccia, dopo aver disegnato una curva in aria partendo da una delle tende alla sua destra. Incerto sul continuare o meno con i suoi urli alterati prova nuovamente. E’ costretto a desistere quando al primo scarponcino se ne aggiungono altri, in numero considerevole.

Pochi chilometri più in là l’autostrada è illuminata dai pochi fari che, testardamente, continuano a sfrecciare sull’asfalto. Fra questi, sulla solita prima corsia deserta destinata ai neopatentati, agli ultraottantenni ed a me, il mio catorcio che in gloriosi tempi passati vantava il nome di automobile arranca, lottando contro un motore vecchio di secoli. Un fischio fastidioso intralcia il mio orecchio sinistro, mentre getto distrattamente un pensiero al mio fratellino, sorridendo inconsciamente della sua reazione, domani mattina, quando si sveglierà non trovandomi più al suo fianco. Quel pivello dimentica troppo spesso chi sia stato ad insegnargli la nobile arte di aprire i lucchetti dei giocattoli, quelli in falsa plastica made in prc.

Ancora non sapevo che se fossi rimasta con lui fino all’indomani, avrei incontrato chi, con tanta costanza e disperazione, cercavo da mesi.

Il Solo mattutino di giugno è luminoso. Gli studenti pensano alla scuola che finisce, i lavoratori alle ferie che iniziano e per i più fortunati, quelli già in vacanza da tempo, i tiepidi raggi di inizio estate non possono che annunciare una splendida giornata di mare.
Scostato dalla folla vociante dei campeggiatori che iniziano le attività mattutine, intricato in un sacco a pelo blu pervinca, un inquietante ragazzo stringe fra le mani un paio di manette rosa pelose. Chiunque provasse ad avvicinarsi alla strana figura, noterebbe sicuramente i denti digrignanti e l’inconfondibile impronta di una scarpa nel mezzo della sua apprezzabile faccia. I cultori della materia vi direbbero con sicurezza che è l’impronta di uno scarponcino da trekking. Taglia 43. Dei bambini lo additano, sussurrando, dietro a loro i passi frettolosi di un uomo in costume, con dei corti capelli ricci, si bloccano di colpo. L’asciugamano appoggiato alla spalla, gli occhiali da sole a coprirgli il volto. Scosta con malagrazia i marmocchi - che vaneggiano di un certo uomo nero – e si avvicina al sacco a pelo blu pervinca. Ad accoglierlo trova lo sguardo interrogativo del ragazzo, ancora incastrato nella stoffa scura “Desidera qualcosa?” chiede, litigando con la cerniera nel tentativo di uscire dal sacco. “Ci siamo già visti da qualche parte?” chiede l’uomo, con voce bassa e grave. “Credo.. pro..prio… di no..” sibila l’altro nello sforzo di strattonare la stoffa.

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