scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Terrasanta" di Lorenzo Perego

Tel Aviv è calda. L'umido è asfissiante, ti abbatte, ti si appiccica. Ma non c'è tempo per socombere. Passiamo dall'aria condizionata dell'aeroporto a quella del pullman.
Partiamo e il tragitto è secco, ma verde qui intorno. Rocce, sassi, piante bruciate dal sole, chiazze rigogliose dove l'irrigazione lavora. Pannelli solari su tutti i tetti di queste case signorili, isolati agglomerati di villette decorate, con portici, a due piani.
Altre case basse, arabe, monofamiliari, mostri di incompiutezza sorti nel disordine. Sì, tutto intorno è disordine, caotico accavallarsi di strutture e sporcizia. Discariche a cielo aperto nei dirupi, nei fossi, dimenticate, lasciate a marcire sotto abitazioni senza vetri alle finestre.
Sono già stato qui: si chiamava Malta. Lo stesso disprezzo per l'ordine e l'armonia, lo stesso rincorrersi di costruzioni incomplete, la stessa aria araba e il sole cocente.
Passano i nomi delle città, posti che immaginavo tramite il tg: Jenin, Ramla, Haifa... su una strada che credo si chiami Ytzhak Rabin.
Passano muri di filo spinato, carceri e caserme, montagne che sono colline, skyline di città che giocano ad essere moderne, che si gingillano con grattacieli ammucchiati.
Nazaret arriva senza annunciarsi, nessun cartello delimita la città, tortuosa di viette strette, ingolfata di traffico nonostante lo Shabbat. Già, il Sabato, che ci ha fatto servire un panino al tonno al sapore di pvc sull'aereo, che ci ha accolto con un aeroporto deserto, un silenzio immobile e irreale se ti concentri a respirarlo.
Ma siamo a Nazaret. Posto forse più arabo che ebreo, dove i negozi si susseguono senza sosta. Sembra che tutti vendano da mangiare, kebab e felafel ad ogni vetrina, verdure e legumi, tuguri poco ossigenati che distribuiscono unte pietanze. Gli odori sono già inconfondibili, ma i sapori mi investiranno più tardi, lo speziato della carne, l'acido delle verdure, e l'incredibile insipido gusto del pane: tutto insieme mi porta dentro Israele. Anzi, nella Palestina.
Di Israele per ora c'è quella fastidiosa sensazione di smarrimento, ogni volta che mi confronto con tutti i cartelli su cui non ritrovo lettere e alfabeti familiari alla mia mente, la sensazione di essere preso in giro da strani segni inventati. E bandiere, tante, bianche e azzurre, così pulite...

Impossibili da fissare sulla carta sono gli odori. L'albero del fico, i fiori marciti agli angoli delle strade, il profumo dell'aria calda, dell'umidità che mi bagna la pelle.
Non sono gli odori, che distinguono i paesi. Non è l'olfatto, che percepisce la frontiera. Non mandano profumi, i colori delle bandiere.

Si entra a Betlemme, il muro, il check point, il muro. Mi passa la voglia di far fotografie. La reclusione è nell'assurdo, nel taglio dei ponti, mentre al di qua se ne costruiscono per far festa.
Ma adesso l'esperienza è vera. Il cibo, il primo vero pasto palestinese. E l'emozione della kefiah. Non è solo un simbolo. Divento uno di loro. Mi salutano, mi sorridono, inneggiano a me. Qui la gentilezza è impareggiabile, la generosità incomprensibile. Meno hai, più dai.
Sono loro che vivono il vangelo, forse senza conoscerlo. Forse davvero non sei nato invano. Forse davvero questa città non simboleggia la beffa di duemila anni trascorsi.
Finalmente incontro le persone, parlo, rido, fumo, guardo, mi faccio comprendere senza fatica.
Ora l'esperienza è più vera, l'empatia per questo popolo è sul piatto, da scommettere, giocare, meditare. Non è lo stesso popolo che ho conosciuto a Nazaret, sono sorridenti nella miseria, rialzano la testa.
Ebrei e Arabi, sono più simili di quanto vogliano farci credere. Sono due facce di una moneta, due metà di un melograno, due terre che ancora devono imparare, ch ancora devono amare. Sono la famiglia di questo paese, le generazioni di due nazioni gemelle, compagne di vita da millenni, ancora non hanno fissato le regole della loro casa.

“Quale gioia quando mi dissero: <>. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (Salmo 121)
ho scelto queste parole perchè non ce ne sono altre. A me non ne vengono. O me ne vengono troppe. Non riesco a scrivere, non voglio fissarle. Preferisco raccontare tutto guardando le fotografie, perchè so che ogni volta che le commenterò dirò cose diverse, esprimendo sempre il mio rinnovato stupore. Per questa città, posso solo pregare, adesso. Perchè è bello, perchè me lo ispira, perchè penso a cosa farò per Lei dopo.
“Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: <>. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.” (Salmo 121)

il deserto non è di roccia, né di sabbia. È nell'anima di quei mille morti a Masada. Novecentosessantasette contro diecimila soldati di Roma. Solide mura quelle di Masada. Questa terra è da sempre assediata.
Domandalo ai beduini, i loro villaggi tagliati in due dalla superstrada. Chiedilo a Gerico. Cumulo di macerie in mezzo al deserto, dove per guadagnare qualcosa devi fare la scimmia per i turisti occidentali. Cumulo di macerie controllato con cinismo, i più poveri tra i poveri, perchè non hanno neanche la libertà, nella miseria o nell'illusione della prosperità.
Ma il deserto sa far crescere macchie di verde. Il sale del Mar Morto brucia la gola per cacciarci via, ma non ci riesce. Il nostro piede è ancora su quella roccia, nel deserto israeliano.
Torno a casa col desiderio di comunicare con queste persone, di vivere con loro. Se ancora faccio il turista, è solo per imparare a fare il viaggiatore, per capire cosa mi serve. Stavolta sono stato pellegrino.
E comunque mi servi tu, al mio fianco. Stasera penso che ti amo, è un pensiero forte, e lo voglio anche scrivere, perchè rimanga non a testimonianza, ma a dolce ricordo.

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