scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il gioco e le mani" di Marco Bianchi

di Marco Bianchi

Delinquenti!!!!!!! Ridendo scappiamo a gambe levate dopo che le mani, con un gesto quasi inconsapevole, così, per gioco, hanno suonato l’ennesimo campanello reo di essere capitato sul nostro percorso. Si, siamo quello che si definirebbe una banda, 9 ragazzini dai 7 agli 11 anni, distribuiti come i denti in bocca, alcuni sottili e lunghi, altri aguzzi, altri ancora come i molari, forti e quadrati, assortiti male come i denti appunto, non quelli delle stelle del cinema bianchi perfetti dritti ma quelli di Pippo o di Gambadilegno. Oggi è un giorno speciale, specialissimo, per noi intendo; in effetti chi si alza e guarda il mondo che si sveglia non nota nulla, una giornata estiva come tante, sole, afa, rondini che sfrecciano, i gatti che provano a farci colazione, la mamma del Luca che gracchia con la vicina; la maestra ci osserva dalla finestra con occhio esperto… è l’unica che si accorge che oggi per noi è un giorno diverso, ci saluta con la mano che oggi gioca con l’aria sottile, le dita lunghe sfiorano il vento leggero e lo smalto delle unghie rosso perfetto si anima con gli angoli di sole che la quercia davanti a casa lascia passare attraverso le fronde. A lei mica lo suoniamo il campanello, vorrete scherzare! A ottobre saremo tutti li allineati, cartella grembiule e compiti fatti e non abbiamo voglia che nel conto immancabilmente salato delle mancanze e delle dimenticanze ci sia anche qualche scherzo innocente fatto solo per ridere un po’ e rompere la noia… Oggi è speciale dicevo, ho la mano sulla spalla del Mario, è mio cugino e ha sempre fifa, lui è un incrocio tra un canino e un molare, aguzzo magro storto e anche un po’ orbo, non che centri molto coi denti ma non ci vede davvero niente senza occhiali, è con noi perché è un inventore, il piccolo chimico non ha segreti, fonde il piombo e passa per quello bravo e ligio al dovere, è il secchione appunto, e quando c’è lui mia mamma mi lascia andare un po’ più volentieri. L’altra mano regge l’ultimo nato tra i giochi di mio padre, è un “coso” strano, un carrettino che mi ha costruito le cui ruote sono cuscinetti a sfere, tre, come l’apepiaggio del mugnaio, due dietro un po’ più piccoli e uno davanti più grosso montato sullo sterzo. Grande macchina!, ci siamo spinti su e giù per la piazza fino a perdere i polmoni per strada e poi abbiamo partorito la prova di oggi. Scendere dai mulini col carretto in questione. I mulini meritano una descrizione a parte per tutti quelli che, non abitando qui da sempre non sanno. I mulini sono in valle, sul fiume e noi abitiamo in cima alla collina, questo si traduce in una strada che inizia con tre tornanti e una discesa a rotta di collo dritta, saranno due chilometri che finiscono in altre due curvacce malefiche che già d’inverno mietono vittime tra le slitte... Ecco, scenderemo da li e chi non ci prova è fuori dalla banda, senza se e senza ma, se non hai coraggio stai a casa con tua sorella e amen chiaro? Io non posso dire così della mia di sorella, ho dovuto scappare in silenzio altrimenti me la ritrovavo dietro e poi a tenerla giù dal carretto c’era da legarla e piantava una grana da pazzi e finiva a raccontare tutto a mia mamma, un casino insomma. Scappo appena dopo messa, faccio il chierichetto, la mamma dice che magari mi raddrizza il parroco, o il sacrestano, come se avessi bisogno di essere raddrizzato. Boh! Eccoci qui tutti e 9, diciotto gambe che escono dai pantaloni corti, tutte spelacchiate, cerotti e bende a nascondere tentativi falliti di impennate con la bici, di discese senza freni, di salti dalle rive, 18 gambe che a sera avranno qualche segno in più, i segni della prova di oggi. Non vuole partire nessuno per primo, il Mario men che meno, ma neanche il Luciano che di solito non manca mai, il Gabriele, l’Enrico e via fino al più piccolo, tutti li a osservare la discesa e la prima curva, tutti li a chiedersi a chi è venuta un’idea così pazza, tutti a chiedersi come si fa a tornare indietro e nessuno che osa parlare per primo, chi si ferma va a casa a giocare con le bambole della sorella chiaro? E come fai poi a passare il resto dell’estate con otto ragazzini che ti sfottono dall’alba al tramonto? Niente, non si torna, paura in tasca insieme a fionda e biglie, in cerchio e si fa la conta, il primo che esce parte, gli altri di seguito. Esce il Mario, io sono il terzo, poteva andare peggio... Parte, seduto sul carretto guida con i piedi, il vantaggio è che se va tutto a rotoli li metti giù e almeno freni, prima non l’ho detto ma il carretto di freni non ne ha. Il babbo ha preso un grattone biblico dalla mamma perché non li ha nemmeno pensati i freni ma lui era convinto che andassimo solo in piazza... Morale il Mario parte, la velocità aumenta, la curva si avvicina, la imposta, si inclina e ovvio, mette giù i piedi, tenta di frenare, si incaglia, il carretto decolla senza conducente e il conducente si trasforma in una palla di maglietta pantaloni e arti che rotola dalla strada verso la riva e termina contro il paracarro di granito, bella botta ragazzi, piange ed è diventato grigino per la terra mossa ma risponde ancora ai comandi, il Mario almeno ci ha provato, adesso c’è un motivo in più per non mollare, vorrai mica far peggio del “secchia?” Il Gabriele è il secondo che finisce pari pari come il Mario; è che lui il paracarro lo manca così si pittura come una figurina su un larice che ha un ramo tagliato molto basso che incontra la testa del malcapitato e la timbra con un bel bitorzolo. E due. Tocca a me, decido che il baricentro va abbassato e invece di sedermi mi sdraio di pancia e guido con le mani, di frenare, visti i risultati, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello e nemmeno penso ai danni di una caduta, io sono eterno! Parto, le sfere fanno un baccano infernale sull’asfalto, trema tutto e l’aria ancora fresca mi fa lacrimare gli occhi, la velocità aumenta da matti e comincio a pensare che sono un po’ scemo, che se catto il paracarro con la testa devo passare la vita con il casco per tenerla insieme, mi porto verso il centro della strada in modo da mettere qualche metro ancora tra me e quel sasso pazzo, le sfere gridano e io quasi ma stringo i denti e le mani intorno allo sterzo e alla fine curvo, cioè sposto lo sterzo e il dietro del carretto fa il resto.. aaaaaaaargh! Adesso si che grido, è uno sfogo infinito, ma sono ancora sulla macchina e sono tutto intero e scendo scendo grido… vibra tutto, non sento più le braccia ma non si lascia…. La seconda curva non ha ne sassi ne piante, niente pericolo, c’è solo un bel salto dritti nel fosso e nel fosso ci sono i materassi vero? Seeeee nemmeno nei sogni, solita storia, sfere gridano trema tutto vento lacrime fifa tocco lo sterzo e via! Il resto del carretto fa tutto come prima, da solo, mi sbanda un ginocchio e lascio una crostaccia già dolente di nuovo a terra ma il male lo sento dopo, o domani o… boh, magari se non mi accoppo, terza curva e trionfo... Sono bello sono bravo sono io io io… non riesco ad esultare che in un buco mi si incastra la ruota davanti, il carretto si ferma di botto e io parto come se mi avessero dato una pedata mondiale, l’unico problema è che non ho le ruote, freno di mani e mento e ginocchia e anche maglietta e pantaloni… in tre metri finisco come san Bartolomeo che in duomo sta con la pelle in spalla… Mi fa male e mi brucia dappertutto ma la prima cosa che penso è che quando vado a casa ne prendo abbastanza e poi ancora un po’. Prendo il carretto, le mie mani sono un disastro, con pazienza e lacrime mi tolgo i sassolini che si sono incastrati sotto la pelle dei palmi sfregandomi il mento per asciugare i lacrimoni mi accorgo che anche lì c’è il sassolino da tirare via.. la maglia è strappata e ho perso le biglie… ma ho fatto tre curve… Si torna, penso e ripenso a cosa raccontare e invento una balla che può essere creduta solo da 9 bambini che insieme, alcuni per mano, altri soli tornano in un paese con poche macchine e tanta voglia di piazza nei cuori di tutti… In piazza incrociamo la maestra, dita lunghe su mani d’ossa e unghie rosse, liquida tutti con poche parole secche come lei e li rimanda a casa, dico li perché invece io vengo preso e portato dal farmacista che con pazienza disinfettante e bende mette a posto quello che resta di una pazzia… Adesso che mi hanno aggiustato e che la maestra sempre tre passi avanti mi accompagna a casa ho meno paura della mamma, in fondo sono tutto intero, il carretto però lo so che me lo scorderò per sempre, quello che non scorderò mai invece sono quelle tre curve, quella gioia feroce di essere riuscito, quella vittoria su me innanzitutto e poi sugli altri di avere messo la parola fine alla prova. Ieri, chiacchierando con il farmacista, racconto tutto questo, glielo racconto perché immagino e a ragione che non abbia mai saputo come e perché quel giorno mi ha tolto gli ultimi sassi dalle mani… lo racconto anche perché 35 anni fa era un uomo come me oggi e oggi è un vecchietto a cui è rimasto, come un vestito, l’odore di erbe e disinfettante che mi ha dato il coraggio, ancora una volta di sopportare il male e il bruciore. Lo racconto e lui mi ringrazia, questa se l’era dimenticata, la sua testa di uomo pensava a una velocità diversa della mia allora, mentre le sue mani di vecchio oggi mi ricordano il ciclo infinito della vita rivedendo nelle mie quelle mani che hanno curato me e che oggi possono fare la stessa cosa con qualche ragazzino scriteriato e pazzo che, in una soffitta polverosa di un paese come tanti ritroverà quel carretto magico e deciderà di riprovarci…

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com