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Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 4

Capitolo 4

«E ora come ce ne andiamo da qui?» chiese Alex con la voce rotta dalla paura, guardando come era ridotto il loro furgone.
«Tranquillo, Alex!» gli disse con calma Mary.
Poi Mary si girò verso Delphine, la quale sembrava avere lo sguardo perso nel vuoto, bianca in volto, e le chiese piano: «Delphine, tutto bene?»
Lei guardò Mary e con un fil di voce disse: «Andiamo via, per favore».
Intervenne Gabriel e disse, quasi con rabbia, rivolgendosi anch’egli a Delphine: «Ma si può sapere che cosa ti è successo? Che ti è saltato in mente di entrare in quella baracca da sola?»
«No! Lasciamola tranquilla» disse con fermezza Mary.
Delphine si sentì di rispondere a quell’attacco portatole dall’amico e, distogliendo lo sguardo perso nel vuoto e rivolgendolo lentamente verso di lui, disse: «Avevo sentito una specie di musica, una melodia. Era come un richiamo e non ho potuto fare a meno di andare».
«Una musica? E come mai noi non l’abbiamo sentita?» incalzò allora Alex.
«E chi c’era là dentro? C’era qualcuno?» chiese allora Mary.
Ormai era un interrogatorio. Gli amici volevano sapere come erano andate le cose, che cosa avesse visto, trovato, e se c’era qualcuno che le avesse fatto del male, che cosa le avesse chiesto.
Poi Delphine riprese a raccontare e disse che mano a mano che si avvicinava a quella baracca la musica si faceva sempre più forte e una volta apertane la porta aveva visto due uomini, seminudi, di colore, indigeni della foresta con la faccia dipinta che stavano armeggiando su delle cerbottane. Le avevano fatto segno di stare ferma e quando si erano accorti che stava per gridare, uno dei due l’aveva bloccata e le aveva tappato con forza la bocca.
Le avevano detto qualcosa, probabilmente le avevano rivolto delle domande, ma lei non capiva.
Poi quando avevano sentito i richiami dei ragazzi che si stavano avvicinando, l’avevano lasciata e se ne erano andati velocemente facendole segno di tacere. Era seguita una pausa di silenzio rotta solo dal continuo mormorio della foresta.
Poi disse ancora Delphine: «Non mi sembravano poi cattivi. Sembrava volessero sapere qualcosa, ma io non capivo».
«Quindi non ti hanno fatto del male?» chiese Mary.
«No» rispose semplicemente Delphine.
«Bene. Abbiamo appurato che non siamo soli, che il nostro furgone è ko, qualcuno ha idea di come faremo ad andarcene da qui?» chiese Alex rivolgendosi a tutti gli altri.
«Beh! Io un’idea ce l’avrei!» disse Louis che intanto si era arrampicato su una ruspa situata a non molta distanza dal loro furgone e poi aggiunse: «Qui ci sono le chiavi e se questo…» Girò la chiave di accensione e la ruspa con uno sbuffo di fumo nero si mise in moto.
«Forza, tutti a bordo!» disse ancora.
«Fantastico! Sei grande, Louis!» gli disse Gabriel e stava già salendo.
Uno dopo l’altro salirono tutti e si strinsero a fianco e dietro a Louis che prese a guidare quel pachiderma traballante.
«Ma sei capace di guidare questo bestione?» gli chiese Mary.
«E che ci vuole!» rispose lui. Poi aggiunse: «Il problema è che non sarà molto veloce».
Avevano percorso poche decine di metri quando si trovarono di fronte uno schieramento di indigeni, armati di cerbottane, lance e archi con frecce appuntite, che sbarrava loro il passo.
«E adesso?» chiese Gabriel.
«Vagli addosso!» disse con cattiveria Alex, una cattiveria che non era solito avere, ma evidentemente era la paura che gliela imponeva.
«No!» disse con calma Delphine. Proprio lei che avrebbe dovuto essere la più spaventata e la più intenzionata ad andarsene alla svelta. «Sento di nuovo quella musica. È forte! Fermati!» e intanto si era portata le mani a protezione delle orecchie. «Fermati. Forse vogliono solo parlarci».
Louis non sapeva che cosa fare. Dare retta al suggerimento di Alex e proseguire sfondando quello sbarramento umano, o fermarsi come voleva invece Delphine? Doveva decidere in fretta.
(Stefano Chiarato, Monza, 5 gennaio 2008)

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