scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il Muretto" Pag. 4

5.
E ' un pomeriggio di primavera avanzata, e il bambino è a letto malato. Gli è venuta un'otite tremenda, un male boia, ma adesso, con la medicina che gli ha messo la mamma nelle orecchie, sta meglio. E' bocconi sul letto, con Il libro della giungla aperto sul cuscino, ma in questo momento non sta seguendo le avventure di Mowgli. Ascolta, dabbasso, in lontananza, le grida dei bambini, dei suoi amici che giocano a palla avvelenata o a scondicùco (che sarebbe nascondino), e se li vede, tutti sudati, scalmanati, con le ginocchia già sbucciate per le cadute, mentre il sole diventa sempre meno luminoso, e i maggiolini cominciano a ronzare per l'aria.

Ascolta, e una fitta di nostalgia come non ha mai sentito prima gli lacera il cuore. Gli viene persino da piangere. Non lo sa, il perché. Non è perché vorrebbe essere giù anche lui, con i suoi compagni, a correre e a saltare, a tirare i sassi e a picchiarsi, a inventare un gioco nuovo o a far la battaglia con le cerbottane e le pomèe, i semi, verdi e duri, di un cespuglio che cresce da quelle parti. No. E' qualcos'altro, di indicibilmente doloroso, anzi, di angoscioso, una specie di vortice in cui la sua mente e il suo cuore si perdono. Forse è una indistinta consapevolezza, per la prima volta, del tempo che passa. Dell'ineluttabilità del cambiamento. Di Mowgli, che non può più stare con i suoi amici animali, e deve tornare tra gli uomini, per crescere, diventare altro. Non potersi fermare, dover procedere, vedere i suoi luoghi cambiare, tante case nuove che prima non c'erano, i campi che non ci sono più, i fossi che vengono coperti. E Joe che non c'è più. E la nonna Catina, e la zia Maria, morta anche lei di un brutto male. Difficile accettarlo, eh, bambino? E allora lui piange, piange, singhiozza forte, e la mamma va su, preoccupata, pensando che l'otite sia tornata, e lui le dice no mamma, no, sto pensando a Bertilla.

Bertilla è una ragazza di vent'anni, con gli occhiali, un po' grassottella, che ogni settimana, quando c'è la bella stagione, porta il bambino a passeggio, sulle vecchie mura trecentesche, soprattutto quando gli enormi ippocastani sono un paradiso di verde, tutto pervaso di coppiette che vanno a baciarsi. L'autunno però è la stagione più bella di tutte, sia perché il rumore delle foglie secche sotto i piedi è inebriante, sia perché arriva il suo compleanno e, con questo, le giostre della fiera di San Luca. E Bertilla lo porta tutti gli anni, e gli compra lo zucchero filato, mentre lei si mangia quei folpéti in umido che piacciono tanto anche al suo papà ma che a lui invece gli fanno proprio schifo. Con lei il bambino è assolutamente felice, non desidera altro, e quando la sera lo riporta dai suoi genitori, gli prende un gran magone, e le chiede: " 'ndemo anca 'a prossima setimana, vero che 'ndemo?". "Sicuro", dice lei, gli dà un bacio e se ne va.
Il bambino certo non si è mai chiesto perché una ragazza di quell'età non ha un fidanzato. Che discorsi, è lui, il fidanzato! E' per lui che Bertilla prepara la cioccolata, mica per qualcun altro, quando, certi pomeriggi, la va a trovare a casa, per via di quello strano binocolo che c'ha, dove si infila una fotografia doppia in una fessura, e guardando nelle lenti se ne vede una sola in rilievo!
Poi, un bel giorno, Bertilla scompare. Non c'è più. Una notte, è vero, si era svegliato perché aveva sentito dei rumori, una macchina che arrivava, Bertilla che gli sembrava gridasse, "No, no' vegno, dove me portèu, disgrassiài, fiòi de cani, lassème star, cossa xe che go fato!", ma credeva fosse un sogno, e si era riaddormentato. Invece non era un sogno. Adesso Bertilla è in manicomio, è stata la madre a chiamare i dottori, perché non poteva più vivere, dice, perché lei l'accusava di volerla uccidere, "ti té mé odi, no te vòl che gàbia un òmo" sembra che dicesse Bertilla, "no' ti xe mia mama, ti, ti te vòl copàrme, eco cossa che te vòl far, bruta schifosa de 'na vècia! Ma te coparò mi par prima, intanto che te dormi! Vàca! Schifosa!".
Il bambino non ci crede. Non riesce a crederci neanche la sua mamma. Poi però "pensa a chi che ghe dàvimo nostro fìo!" dice una volta al papà, e lui, il piccolo, si mette a piangere, "Bertìla xe bona", grida, "no' 'a xe màta, 'a xe bona! 'A xe bona! No' 'a xe mata!"

Bertilla era buona, con lui. Gentile, affettuosa. Ma, adesso, non c'è più.

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