scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il Muretto" Pag. 6

7.
Il maestro Crema è il più "cattivo" insegnate della scuola elementare di San Lazzaro. Il bambino del muretto lo sapeva fin da quando era in seconda, dove c'era la sua maestra Milla, che lui amava teneramente, tanto che quando lei annunciò in classe che sarebbe stata assente per due mesi a causa di un'infezione di difterite, lui pianse in silenzio per tutto il tempo, e quando alla fine delle quattro ore la maestra gli chiese perché piangesse lui rispose, a capo chino, "Non voglio che lei stia male, vorrei stare male io, piuttosto!", e allora lei gli sollevò la testa, gli sorrise e gli fece una carezza così densa di affetto e di gratitudine che il bambino diventò tutto rosso e rimase a guardarla incantato. Il maestro Crema no. E' grande e grosso, burbero, cattivo, dà sberle, calci nel sedere, e tira le orecchie ai bambini come se fossero di gomma. Il bambino del muretto una volta gli fa la caricatura (è molto bravo in disegno), con due orecchie che sembra Dumbo, solo che Angelo fa la spia, il maestro Crema si impadronisce del foglio, e dà al bambino tre giorni di sospensione. Il bidello, il vecchio Toni, lungo lungo allampanato come un lampione della luce, lo accompagna a casa e cerca di consolarlo, "Te 'o sa che el xe catìvo, no? E alora, parché ghe gàtu fàto 'a caricatura in que'a maniera, bruto mona che no ti si altro!" Ma il bambino è tesissimo, terrorizzato di quello che dirà la mamma, lui che di solito è così bravo. Per strada incrocia Carlo Zanatta, che gli urla dietro "Te 'o gavévo dito che ti si un de'inquente, visto che gavévo rason!" e se ne va per la sua strada scrollando la testa, dicendo "Quando che ghe jera el duce, tutti rigava drìti, altro che bàe! Adesso bisogna seràrse su in casa, co' tuti i lazaroni che ghe xe in giro!" "No go fàto gnente!" grida il bambino disperato, è come se al posto di Toni ci fossero i carabinieri, si vergogna come un ladro, vorrebbe nascondersi ma Toni è troppo magro, e allora tiene lo sguardo fisso per terra, ha il cuore in gola, non riesce quasi a respirare. Arriva a casa, e tutte le vicine escono fuori, a guardarlo "El xe el fiòl dea siora Gina!" "Ma cossa galo fato?" "No' so, me par da strànio, el xe un cussì bravo putèo!" e stanno lì a guardare finché Toni non finisce di parlare con la signora Gina, e questa non afferra il bambino per un braccio, lo tira dentro in casa e gli urla "In coèjo (collegio) te mando, vùtu che mòra par ti? In coèjo, là, che i te tegna dentro, e no' i te fassa vègnar più fora! Ghe 'o digo mi a to papà sàbo, quando che'l vièn casa!" e giù sculaccioni come se grandinasse.

Eh, la mamma! Se la ricorda, il bambino, quella volta che la mamma ha rovinato il tubo della stufa! Lui avrà avuto quattro anni, la mamma aveva tolto i cerchi della cucina economica per metterci dentro il carbone che Walter, l'altro figlio più grande aveva portato a casa. Quelli che lui chiama "cerchi" in realtà sono delle corone circolari di ghisa concentriche, di vario diametro, che si appoggiano l'una sul bordo interno di quella immediatamente più grande, fino a coprire tutta l'apertura attraverso la quale si mette a bruciare la legna e il carbone. Poiché i "cerchi" sono caldissimi, per toglierli si usa un ferro che in fondo ha una curva all'insù tipo uncino, con cui afferrarli senza scottarsi. Quella volta lì, sbadatamente, la mamma ha urtato con il ferro contro il tubo della stufa, facendo saltar via un pezzetto di smalto. Sul bianco immacolato del tubo, orgoglio del suo papà, era comparsa una macchia nera. Una terribile, orrenda macchia nera. La mamma sbianca in volto. "Oh, madòna!" mormora "... e 'desso, chi xe che ghe 'o dise a to papà! Chissà quante che'l me ne dirà! Che son sempre 'a sò'ita sbadata, che son 'na stupida!" Le viene da piangere, anche se il bambino non capisce, visto che non si è fatta male, nessuno l'ha picchiata o insultata. Ad un tratto, si rivolge al bambino, senza quasi guardarlo. "Dighe che ti si stà ti. Par sbaglio. Ti ti si picolo, no'l te dixe gnente! Fàghe sto piassér ala mama. Eh? Ghe fàtu un piassér ala mama?" Lui non capisce bene, è un po' a disagio. E' stata lei, mica lui. "ma ... e se dopo el me dà bòte?" chiede preoccupato. "Ma no, el papà a ti no'l te dà bòte! Ti ti si pìcolo. A mi sì, che el me le darìa! Eh? e alora ..." Il bambino esita. Guarda la mamma. "Sìtu sicura?" "Ma sì" insiste la mamma "el papà a ti no'l te ga mai dato bòte!" E' vero. Il papà non gli ha mai dato le botte, a lui. ".... va bén ... dirò che son stà mi ....".

Adesso la bugia della mamma gli torna in mente. Anche le mamme sono bugiarde. E allora, deve dirglielo proprio, al papà, che lui è stato sospeso? O ai suoi due fratelli? Loro frequentano le industriali, la mattina vanno via prima, e a casa tornano dopo di lui, non scoprirebbero niente. Esce dalla sua camera, su al primo piano, in punta di piedi. "Mamma ..." chiama, a voce bassa. "Cossa ghe xe!" dice lei, burbera. " .... mama .... occorre proprio che te ghe'o disi al papà, che son stà sospeso? ...." "Par forsa, che ghe'o digo! Vùtu che ghe conta 'na busìa? No' ghe go mai contà busìe, al papà. Va' in camera, fin che no te ciàmo par magnàr!"

Vorrebbe dire qualcosa, il bambino. E lì, in procinto di farlo. Ma sta zitto. Rientra in camera. Si siede sul letto, deluso. E' proprio vero. La sua mamma è una bugiarda. Doppiamente bugiarda.

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